Parashat Bemidbar
"E parlò il Signore a Moshè nel deserto del Sinai, nella Tenda della Radunanza, nel primo giorno del secondo mese, nel secondo anno dalla loro uscita dalla Terra d'Egitto, dicendo."(Numeri I,1)
"E separò Iddio tra la luce ed il buio. - Questo è il libro di Bemidbar che separa tra coloro che sono usciti dall'Egitto e le creature della Terra." (Bereshit Rabbà III).
Quello che siamo soliti chiamare il "primo giorno della Creazione", dovrebbe essere chiamato "giorno uno". Il testo infatti non utilizza la numerazione cardinale (che inizierà solo dal secondo giorno), ma lo definisce "giorno uno". Rashì ci assiste indicando che ciò si riferisce al fatto che in tale giorno il Signore era unico (solo) nel senso che non erano stati creati neppure gli angeli. I Maestri sostengono in assoluto che il "giorno uno" è un giorno diverso dagli altri. In esso l'Eterno ha creato in potenza tutto l 'Universo e, come abbiamo visto altre volte, questa operazione è stata effettuata attraverso la Torà. Iddio ha guardato nella Torà ed ha creato il Mondo. La parola "or" (=luce) ricorre nel "giorno uno" cinque volte ed i nostri Maestri asseriscono che ciò alluda ai cinque libri della Torà. La quarta volta però la parola "luce", compare assieme alla parola "oscurità". I nostri Saggi, usando lo stesso schema, sostengono che la cosa si riferisca al quarto libro della Torà, Bemidbar, nel quale affianco alla perenne luce della Torà, troviamo l'oscurità delle continue rivolte di Israele.
Il Midrash Rabbà, lo abbiamo citato all'inizio, stravolge un poco tale affermazione. Luce e buio si riferirebbe ad Israele ed alle genti. Iddio pratica la divisione tra Israele e le genti attraverso le peregrinazioni di Israele nel deserto. Il procedere d'Israele nel deserto è considerato uno dei più alti momenti della nostra storia: persino nell'annunciare l'esilio, il Signore lo rimpiange come momento di idillio tra la Divinità ed il Suo popolo. Nelle parole del profeta Irmià (Geremia): "Ho ricordato per te la misericordia della tua giovinezza, l'amore delle tue nozze, il tuo procedere dietro di Me nel deserto, in una terra non seminata." (II, 2).
Rav Yitzchak Meir di Ger (Chiddushè HaRi"m) si chiede come mai la Parashà di Bemidbar venga letta il Sabato prima della festa di Shavuot. Egli risponde che è perché nella nostra parashà si discute della disposizione dell' accampamento di Israele ed appena prima della rivelazione sinaitica è scritto "E partirono da Refidim e giunsero nel deserto del Sinai e si accamparono nel deserto, e si accampò lì Israele dinanzi alla Montagna". (Esodo XIX, 2) Rashì (in loco) spiega che il passaggio della frase dal plurale al singolare significa che l'accampamento presso il Monte avvenne "come un sol uomo, con un solo cuore". Il Rebbe di Ger spiega quindi che l' accamparsi in maniera ordinata è condizione indispensabile per arrivare a ricevere la Torà.
Eppure Rav Jacov Kamenetsky pone un'altra domanda la cui risposta sembrerebbe in contraddizione con quanto appena asserito dal Chiddushè HaRi" m. D-o comanda a Moshè l'ordine dell'accampamento nel giorno di Rosh Chodesh Yar, del secondo anno dall'uscita: durante il primo anno, come erano accampati? Rav Kamenetsky risponde che nel primo anno non c'era il Santuario: è la presenza di D-o in mezzo al popolo che richiede un ordine preciso nell'accamparsi. Insomma, quando il Re è in città le strade devono essere ben ordinate.
Ci troviamo di fronte quindi a due tipi di accampamento diversi certamente per la loro natura: l'accampamento "unitario" sotto il Sinai non è comandato mentre l'accampamento attorno al Santuario è un ordine preciso. Resta da vedere se si trattava della stessa tipologia di accampamento.
Abbiamo detto prima che il Rebbe di Ger associa fortemente questi due accampamenti. Eppure sembrerebbe che mentre il primo è caratterizzato dalla "unità", secondo il commento di Rashì, il secondo è, a ben vedere, una suddivisione continua. Il Santuario è al centro, attorno si dispongono quattro accampamenti. Ogni accampamento è diviso in tre Tribù. Tra il Santuario e le Tribù c'è il campo dei leviti, a sua volta diviso per famiglie. Nonostante ciò il Rebbe di Ger non è solo in questa associazione che a noi pare ancora "forzata". I Maestri in generale paragonano costantemente i due accampamenti. Secondo alcuni addirittura il campo dei leviti attorno al Santuario allude agli angeli che contornavano l'Eterno quando è disceso sul Sinai.
Per risolvere queste contraddizioni non possiamo fare altro che cercare di vedere un po' più in profondità il senso di questi due (o forse uno?) accampamenti. Prenderemo per esempio il primo dei quattro accampamenti, il campo di Jeudà. Come noto la tribù di Jeudà è la preposta al potere politico di Israele, da essa discendono i Re della Casa si David. Jeudà, come ogni Re d'Israele parte per primo, guida il popolo al comando "Dietro di me!". Lo stesso Nachson figlio di Aminadav, principe della Tribù, è il primo che si butta nel Mar Rosso, ancora non diviso. In suo merito si aprono le acque. Jeudà è accompagnato da due Tribù celebri per il loro rapporto: Issachar e Zevulun. La Tribù di Issachar si distingue nello studio della Torà. I suoi figli sono noti per la loro partecipazione al Sinedrio ed alle sue attività. Se ogni Tribù ha un compito/caratteristica, quella di Issachar è lo studio della Torà. Intendiamoci, tutti hanno il dovere di studiare Torà, ma nel popolo ebraico ci deve essere chi si occupa di Torà 24 ore su 24, senza altri pensieri. La Tribù di Zevulun, che si stanzierà sulla costa mediterranea, è nota per il commercio. La Tribù di Zevulun è una Tribù di marinai e commercianti. Il Talmud sottolinea come i marinai siano persone di grande fede. Il continuo contatto con le forze della natura instilla in loro una profonda fiducia nel Padrone del Mondo. Lo stesso Talmud asserisce che esisteva un accordo tra le due Tribù. Essi avrebbero condiviso la loro parte sia in questo mondo che in quello a venire. Ne risulta che Zevulun lavorava e commerciava alimentando Issachar, ed Issachar studiava con l'impegno di dividere a metà la ricompensa nel mondo futuro con Zevulun. Questo accordo è suggellato dal Signore in maniera particolare. Tra la narrazione degli accampamenti di queste due Tribù, non c'è congiunzione (e). Questo indica che lo schema non è "Jeudà (primo) e Issachar (secondo) e Zevulun (terzo)" ma "Jeudà (primo) e Issachar-Zevulun (secondo)".
Issachar e Zevulun sono sullo stesso piano perché uno è garante dell'altro. Se Zevulun non lavora Issachar non mangia e di conseguenza non studia. Ma se Issachar non studia che senso ha la vita di Zevulun? "Se non c'è farina non c'è Torà, ma se non c'è Torà non c'è farina" dice il Pirkiè Avot.
Questo è solo uno (anche se il più celebre) dei tanti significati che si nascondono dietro l'ordine del campo d'Israele. Abbiamo però forse capito uno dei più importanti ed attuali messaggi della Parashà e forse della Torà intera. L'unico vero modo per essere uniti è essere diversi. Un mondo di gente che studia e basta non si mantiene, questa situazione la lasciamo per il modo futuro. Del resto un mondo dove tutti lavorano "full time" perde ogni traccia di sacralità. Dire che Israele si accampa come un sol uomo e dire che ognuno ha la sua parte di campo ben delimitata ed ordinata coincidono assolutamente. Del resto ci può essere unità nel disordine? Bilam il malvagio è costretto, suo malgrado a benedire la bellezza delle dimore d' Israele. I Saggi spiegano che si riferisce al fatto che ognuno poneva la propria tenda in maniera che l'apertura non fronteggiasse quella del vicino. La modestia e la privacy sono lustro del campo ebraico.
Possiamo ora fare un po' d'ordine. Il popolo d'Israele intuisce arrivando alle falde del Sinai quella che deve essere la disposizione ottimale del proprio accampamento. Nessuno lo richiede. È Israele che capisce la necessità della suddivisone dei compiti, la necessità della divisione del campo, la necessità parallela di mutuo aiuto ed assistenza, condizioni indispensabili per ricevere la Torà.
Bene dice il Chiddushè HaRi"m quando sostiene che questo è il motivo per cui leggiamo Bemidbar prima di Shavuot. Prima di ricevere la Torà dobbiamo ritrovare quell'armonia e quell'insieme di rapporti interpersonali che non sono un optional: sono condizione indispensabile per accamparsi sotto il Sinai.
La Presenza di D-o, sul Sinai come nel Santuario del deserto è contornata da un popolo che accetta il principio che per essere veramente tutti uguali, ognuno deve essere se stesso, con le sue diversità e le sue particolarità. È la Torà, La legge, che ci rende eguali in quanto tenuti collettivamente ed individualmente all'esecuzione delle mizvot.
È come, in qualche modo, se spostassimo lentamente l'intero Monte Sinai: la Presenza Divina, adornata dal campo d'Israele tutt'intorno passa dal Monte al Santuario. Si muove con Israele nel deserto e si installa nel Santuario che sul Monte Morià, a Jeruscialaim. Non possiamo credere sia casuale che Jom Jeruscialaim, il giorno in cui dopo duemila anni d'esilio il vessillo d'Israele torna a sventola sul Monte Morià, cada sempre a ridosso della nostra Parashà e della festa di Shavuot.
È la presenza di D-o, dovunque si trovi, che necessita l'ordine perfetto dei rapporti orizzontali: se non ce pace tra di noi come ci può essere pace tra noi ed il Signore? Non è la disposizione del Sinai, la stessa del deserto, la disposizione giusta anche per Gerusalemme? Noi abbiamo meritato di poter festeggiare Jom Jeruscialaim dobbiamo meritare di poter festeggiare il dono della Torà nel Santuario ricostruito. Ma per fare ciò dobbiamo saperci accampare.
Come non cogliere il messaggio urlato dalla Parashà di Bemidbar due giorni prima che quella parte (ormai quasi maggioritaria) del popolo ebraico che vive in Israele scelga al sua leadership? Abbiamo assistito in tal senso ad una campagna elettorale piena di odio e separazioni: ho sentito con le mie orecchie dal leader di un partito "laico" dire che non è "disposto a sedere in governo con alcun membro di un partito religioso. gente che crede in un D-o che non esiste" (Tomi Lapid, leader del partito Shinui, in un discorso all'Università Ben Gurion del Neghev)
Se lasciassimo agli altri popoli le liti televisive pre-elettorali ed imparassimo a sederci con ordine e rispetto, ognuno con le sue peculiarità, ma tutti con la nostra unità di fondo, forse avremmo capito il senso della Parashà di Bemidbar e la sua prossimità alla festa di Shavuot ed a Jom Jeruscialim.
Forse saremmo persino prossimi alla ricostruzione del Santuario, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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