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Parashat Emor

"Ed uscì il figlio di una donna israelita, ed egli era figlio di un uomo egiziano tra i figli di Israele. E combatterono nel campo il figlio della israelita e l’uomo israelita. E pronunciò il figlio della israelita il Nome e lo bestemmiò, e lo portarono da Moshè, ed il nome della madre era Shelomit figlia di Divrì, della tribù di Dan." (Levitico XXIV, 10-11)

Il passo in questione, con il quale si conclude la Parashà di Emor risulta particolarmente criptico ad una lettura superficiale. Per nostra fortuna il Midrash ci assiste facendo un po’ di chiarezza.

Il padre del bestemmiatore non è altri che l’egiziano ucciso da Moshè. Tanto per rinfrescarci la memoria, Moshè esce a vedere le sofferenze dei suoi fratelli in Egitto. Incontra quest’egiziano che colpisce un ebreo. Rashì ci spiega che l’egiziano si era invaghito della moglie dell’ebreo (Shelomit appunto) ed aveva sfruttato la sua autorità di preposto agli schiavi per allontanare il marito da casa ed unirsi ad essa. L’ebreo venne a conoscenza della cosa e l’egiziano prese a colpirlo frequentemente per intimorirlo e per ribadire la sua autorità. Moshè si guardò di qua e di là (secondo Rashì prese in considerazione la violenza che l’egiziano infliggeva all’ebreo a casa e nel campo) ed uccise l’egiziano pronunciando il Nome esplicito di D-o.

Il frutto di questa violenza (e di questo matrimonio misto, i maestri definiscono Shelomit come consenziente e quindi come prostituta) bestemmia ora lo stesso Nome che ha ucciso il padre.

Rashì cita alcune opinioni circa le circostanze in cui la bestemmia avvenne, una delle più curiose è quella di R. Berechià. Il testo dice "e uscì il figlio…", da dove uscì? Dallo studio della mizvà precedentemente citata: il "lechem appanim".

La Torà ordina che ogni Venerdì vengano posti sulla mensa collocata nella parte destra del Santo dodici pani. Questi pani, dodici in corrispondenza delle dodici Tribù, rimangono tutta la settimana sulla mensa e vengono ritirati il venerdì seguente nel momento esatto in cui vengono posti i nuovi dodici pani. Il pane "vecchio" viene mangiato dai Coanim. La parola chiave della mizvà è "tamid", sempre. Questo pane non deve mai mancare dalla mensa. Esso rappresenta la parnassà, gli alimenti. Il Talmud (Menachot 96b) asserisce che esso rimaneva sempre fresco e non si guastava nel corso della settimana. In una interessantissima lezione sull’argomento Rav Roberto Della Rocca, Rabbino Capo di Venezia, sottolineava come questo pane passasse varie stadi di santità: diverse tavole con diversi stadi di santità, la mensa nel Santo ed infine la bocca dei Sacerdoti. Il vero culmine della mizvà e lo stesso apice della kedushà del "lechem appanim" è nella bocca dei Sacerdoti che, mangiando pane "vecchio" rimasto fresco, testimoniano l’onnipotenza di D-o ed il Suo dominio sul creato.

Il figlio della donna ebrea si ribella protestando, secondo R. Berechià, che un Re mangia sempre pane fresco: perché nel Santuario il pane deve essere fatto invecchiare una settimana? Dalla lite che ne segue con un ebreo che lo invitava a rispettare l’halachà, l’uomo bestemmia il Nome di D-o.

Tutto ciò sembra veramente assurdo. Che legame ci può mai essere tra il "lechem appanim", letteralmente il pane della presentazione o meglio il pane dei volti, e la bestemmia del figlio di un rapporto proibito che maledice il Nome che ha ucciso il padre?

Rav Eliau Shlezingher riporta a nome di Rav Friendman un interessante analisi di una altro passo della nostra Parashà che forse può essere messo in relazione con il nostro problema. (Elle HaDevarim sulla Torà, Parashat Emor, Siman: kuf-samech-vav)

La nostra Parashà si occupa nel suo corpo centrale delle feste di Israele. Ogni festa è in ebraico "moed", un tempo stabilito e come tale è fissata in una data precisa. Il testo non menziona però la data della festa di Shavuot. In questo passo essa non viene affatto connessa con il dono della Torà che commemora. Il testo dice semplicemente che all’indomani del primo giorno di Pesach (dal testo indicato come "Sabato") va eseguito un sacrificio denominato "omer" (l’omer è una misura. Circa l’equivalente di 43,2 uova medie di farina di orzo), si devono poi contare sette settimane (49 giorni) ed il cinquantesimo si deve presentare l’offerta di due pani (fatti di farina di grano). Quel giorno è la festa di Shavuot. Fino all’offerta dell’omer è proibito usare il nuovo prodotto di uno dei cinque cereali. Nonostante ciò la prima offerta di farina di grano del nuovo prodotto sono i due pani di Shavuot. Risulta quindi che la seconda delle Tre Feste di pellegrinaggio viene fissata secondo l’offerta di due sacrifici farinacei.

Esiste una differenza sostanziale tra le due offerte: l’omer è un offerta di orzo laddove i due pani di Shavuot sono di grano. Il Talmud (TB Pesachim 3b) asserisce che l’orzo è per eccellenza il cibo degli animali mentre il grano è il cibo dell’uomo. L’offerta dell’omer, appena successiva all’uscita dall’Egitto sembrerebbe quindi legata ad un livello "animale" mentre il grano dei due pani di Shavuot andrebbe legato ad un livello umano.

Ed ecco che la differenza sostanziale tra l’uomo e l’animale è la capacità di parlare (cfr. Targum Onkelos su Genesi II,7). Questa capacità, dibbur in ebraico, è talmente caratteristica dell’uomo che soffre con esso per le sue esperienze. Lo Zoar (Parashat Bo 125b) sostiene che il dibbur, la capacità di parlare, in Egitto si trovava in esilio. In effetti fino a che Israele non raggiunge il Sinai e riceve la Torà Moshè stesso è balbuziente, quasi a testimoniare la precaria condizione della umana capacità di parlare in assoluto. La redenzione del "parlare" avviene quando il Signore dona la Torà ad Israele (il decalogo è preceduto da un verso introduttivo nel quale si dice che D-o "parlò tutte queste parole") Da lì in poi anche Moshè impara a parlare. Rabbi Izchak sostiene nel Talmud (TB Chulin 89a) che il compito dell’uomo in questo mondo è di imparare ad essere muto. L’unica cosa di cui dovrebbe parlare sono "divrè Torà", parole di Torà.

L’uso della parola, con il quale l’uomo viene innalzato rispetto all’animale, è finalizzato allo studio ed alla diffusione della Torà. Quando l’uomo manca questo obbiettivo trasformando la parola in mezzo di maledizione allora accadono cose strane. Ecco, ad esempio, che l’asina di Bilam inizia a parlare. Se l’uomo non usa propriamente la parola ecco che si riduce la differenza che c’è tra lui ed un animale.

Dunque il passaggio da Pesach a Shavuot è, nel culto del Santuario, un passaggio dall’orzo al grano, è un passaggio da esilio a redenzione sia per Israele che per la capacità di parlare. È un passaggio dalla sfera animale alla sfera umana. In Egitto il valore della vita è così basso che Israele fa un lavoro da animali, e gli egiziani adorano gli stessi animali. Sul Sinai D-o pronuncia le dieci "parlate", insegnandoci nuovamente a parlare. Parlando di Torà riacquistiamo una dimensione umana.

Noi contiamo i giorni di questo passaggio. Perché noi diciamo che contiamo l’omer quando in realtà contiamo dal giorno in cui si offre l’omer. Una delle possibilità è che ci si riferisca ad un altro omer. La misura di manna quotidiana per ogni ebreo era un omer. Noi contiamo in qualche modo anche la manna che mangiamo tra Pesach e Shavuot. La manna è un pane particolare. Essa non è ne di grano ne di orzo. È spirito allo stato puro. È Torà. La manna è il cibo gratis che ci consente di studiare Torà. In qualche modo è lo studio che mangiamo e che digeriamo completamente (la manna non viene espulsa sotto forma di escrementi ma viene assimilata completamente dal corpo).

La Torà, lo abbiamo già detto, non viene data ad altri che a coloro che mangiano la manna. Noi in qualche modo contiamo, nel periodo di transizione nel quale impariamo a parlare di Torà e quindi dell’unica cosa di cui valga la pena parlare, il cibo che ci consente di fare ciò, la condizione per il dono della Torà.

Con questo in mente possiamo tornare al nostro pane settimanale, il pane dei volti. Esso è il simbolo del fatto che l’alimentazione è nelle mani di D-o e che Egli, volendo, ci solleva dalle incombenze materiali (come nel caso dei Coanim) per farci dedicare allo studio della Torà.

Il figlio della donna ebrea e dell’egiziano ucciso da Moshè con la sua rivolta sostiene che il pane si guasta. La lezione dello Shabbat nel deserto è che, se D-o vuole, la manna che si guasta da un giorno all’altro rimane fresca in onore dello Shabbat. Il D-o che vorrebbe il bestemmiatore non interviene nella natura: il pane è un pane di orzo, il pane delle bestie, il pane che non parla di Torà, è un pane che si guasta ogni giorno. È il pane che per Israele rappresenta l’esilio e la schiavitù nel quale il padre di questo figlio nato da un unione sbagliata si sente in diritto di distruggere una famiglia ed un essere umano impedendogli di parlare di Torà. Verrà ucciso con la parola delle parole, il Nome di D-o. Il pane dei volti è il pane del grano dell’uomo che parla di Torà. È un pane settimanale che allude ai due pani di Shavuot. Noi poniamo dodici pani nel sesto giorno (Yom Ha –Shishì) ma quel sesto giorno è il preannuncio del sesto giorno di Sivan in cui viene data la Torà.

In assoluto diremmo che il bestemmiatore si scaglia contro i preparativi dello Shabbat. Nella sua ottica il Sabato mattina ci vuole del pane fresco.

La creazione del Mondo avviene attraverso la parola di D-o. L’anima umana viene instillata nel corpo fatto di terra attraverso una lettera "hei" soffiata nella bocca del primo uomo. La parola è ciò che ci innalza. La più alta delle parole, il Nome di D-o, uccide e fa rivivere. L’atto più eccelso che l’uomo può fare è quello del Sacerdote che pronuncia il Nome di D-o benedicendo il popolo. Il più basso è maledire qualcuno come Bilam o addirittura bestemmiare il Nome come il figlio dell’egiziano.

Ci troviamo durante il conto dell’omer. Abbiamo l’opportunità di fare un passaggio importantissimo. Abbiamo l’opportunità di passare da una vita senza Torà e quindi senza parola e quindi animale ad una vita di Torà e parole. Ad una vita da uomini.

Dobbiamo trovare la strada per passare dall’orzo al grano.

Per cui ogni sera, da Pesach a Shavuot, contiamo assieme ai giorni la manna che abbiamo mangiato nel deserto. 49 misure di omer per varcare 49 porte di Santità.

49 giorni a disposizione per imparare nuovamente a parlare. Per arrivare a ricevere la Torà il 50°, un sesto giorno, un venerdì, giorno del "lechem appanim", vigilia di Shabbat, quest’anno come nell’anno dell’uscita dall’Egitto.

In fondo la Torà è stata data mentre ci preparavamo ad accogliere lo Shabbat !

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici

Nota: la cronologia del Matan Torà è oggetto di discussione. I Maestri sostengono in assoluto che essa è stata data di Shabbat. Non sono d’accordo se si trattasse del sei o del sette di Sivan. Con il nostro calendario, negli anni in cui Shabbat HaGadol cade il 10 di Nissan (come nell’anno dell’uscita) Shavuot cade di Venerdì. Notevole è il fatto che la datazione incerta rafforza il concetto del dono perenne e quotidiano della Torà.