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Parashat Acharè Mot – Kedoshim

"E voi osserverete tutti i miei statuti e tutti i miei decreti e li farete così che non vi rigetti la Terra nella quale Io vi porto perché vi risiediate. E non andrete negli statuti dei popoli che Io mando via davanti a voi poiché di tutte queste cose hanno fatto ed Io ho avuto disgusto di loro. Ed ho detto a voi: ‘Voi erediterete la loro terra ed io la darò a voi perché la possediate, una Terra stillante latte e miele, Io sono il Signore vostro D-o che vi ho separato dagli altri popoli. E voi separerete tra l’animale puro e l’impuro e tra il volatile puro e l’impuro e non renderete abominevoli le vostre anime attraverso l’animale, il volatile e qualsiasi cosa che brulichi sulla terra che io ho separato per voi come impura. E mi sarete santi poiché Santo sono Io il Signore e vi separerò dai popoli perché siate miei." (Levitico XX, 22-26)

"e vi separerò dai popoli perché siate miei: Se voi siete separati da loro allora siete Miei, altrimenti siete di Nabucodonosor e dei suoi compari. Rabbi Elazar ben Azarià dice: ‘ Da dove si impara che l’uomo [l’ebreo] non deve dire: ‘Non mi piace la carne di maiale’, ‘non mi va di indossare [un abito fatto di] una mescolanza proibita’; ma invece dica: ‘Vorrei. Ma che ci devo fare se Mio Padre che è nel Cielo me lo ha proibito?’? Il Testo insegna: ‘e vi separerò dai popoli perché siate miei’, che sia la vostra separazione da loro dedicata a Me. [L’ebreo] si separa dalla trasgressione e riceve il giogo del Regno del Cielo’" (Rashì in loco citando Torat Coanim)

Va molto di moda dire, ultimamente, che gli ebrei sono come gli altri. Un popolo come gli altri. Stupisce sentir dire queste cose non a gentili, ma ad ebrei stessi in genere, purtroppo, poco dotti di Torà. Se qualcuno di loro si fosse preso la briga di dare un occhiata alla doppia Parashà della nostra settimana, sono sicuro che comincerebbe a ricredersi.

Esiste una tendenza, da parte dei sostenitori della "uguaglianza" tra Israele e le genti, ad apprezzare particolarmente l’aspetto "morale" della Torà. Certo è difficile non apprezzare versi celebri come:

Il forestiero che risiede con voi sarà come il cittadino e tu amerai per lui come per te stesso, poiché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto… (Levitico XIX, 34) Ognuno temerà sua Madre e suo Padre. (Ivi, 2)

Questo approccio, prediletto dall’illuminismo ebraico, ed ancora oggi dai cosiddetti "riformati", denota primariamente una scarsa conoscenza del testo biblico ed in secondo luogo una scarsa conoscenza della bimillenaria esegesi biblica.

La nostra Parashà, che contiene queste due splendide perle di moralità, contiene anche la proibizione di indossare una veste tessuta con lino e lana, una delle regole della Torà considerata forse il comandamento per eccellenza non motivabile razionalmente. È uno ‘statuto del Rè. Si applica senza discuterlo.

Così anche le regole del cerimoniale di Yom Kippur. Affianco al bellissimo concetto della Teshuvà e del conseguente perdono, c’è il precetto di caricare un capro delle colpe di un popolo intero e di mandarlo a morire nel deserto. È un altro statuto senza motivo apparente.

Con quale logica si sceglie tra ciò che è fondamentale e ciò che non lo è? Ci sono forse cose di diverso valore nella Torà?

C’è anche un'altra obbiezione, forse più forte ancora.

Abbiamo parlato dell’amore verso il forestiero. Ma chi è questo fantomatico forestiero che va amato? La parola che in italiano generalmente traduciamo forestiero è "gher". Ma il gher è uno status halachico ben determinato che diremmo in italiano "proselita". Il gher, altri non è che il proselita che abbraccia l’ebraismo. La Torà ci insegna in questa stessa parashà ad amare il prossimo. Che bisogno c’è di questa specificazione? L’amore di cui parla la Torà non è mai solo un sentimento, è piuttosto un sentimento che va tradotto in azioni specifiche. Qui i Maestri insegnano (Rambam Hilchot Deot 6:4) che la Torà intende proibire all’ebreo di ricordare al proselita il suo passato. È proibito affliggere il proselita ricordandogli di quando non era ebreo. Questo vuol dire desiderare per il prossimo come per te stesso! Perché?

Perché anche noi siamo stati gherim in Egitto. Non solo forestieri ma anche e soprattutto proseliti. Noi abbiamo accettato Torà e Mizvot in una qualche forma già in Egitto. Ed è in Egitto che è cominciato il processo di conversione collettiva di Israele nel quale il passaggio del Mare rappresenta il bagno rituale d’obbligo per il convertito.

Noi possiamo capire l’animo del proselita perché anche il Coen, certamente di stirpe ebraica fin dall’inizio, non osservava la Torà in Egitto, fino a che D-o non ci ha dato la prima Mizvà, in Terra d’Egitto, il Rosh Choesh.

Che dire poi del timore di padre e madre! Il verso continua dicendo "ed i Miei sabati osserverete". Rashì spiega che tale vicinanza insegna che nonostante il fatto che l’onore ed il timore che bisogna avere dei genitori è un pilastro della Torà, nel caso in cui questi dovessero chiederti di trasgredire Shabbat, tu NON devi obbedire loro. E così con il resto delle mizvot.

All’approssimarsi delle festività dei gentili, il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca, scrive sempre sulla lavagna delle classi in cui insegna il verso "non andrete negli statuti dei popoli" . Che cosa sono i chukim, gli statuti?. Lo abbiamo detto più volte, si tratta delle regole per le quali non c’è un motivo apparente. D-o le ha date forse proprio per saggiare la nostra fiducia nei Suoi confronti, per vedere se lo seguiamo quando ci chiede l’irrazionale. Il Signore conosce bene l’uomo e sa che se ci assoggettiamo ben volentieri al razionale, incontriamo delle serie difficoltà sull’irrazionale.

Eppure quando si tratta di usi irrazionali dei gentili, che non hanno alcun motivo, quanti di noi li accettano di buon grado! Quanti pur non considerando affatto l’aspetto religioso della ricorrenza festeggiano il "capodanno civile" (il nostro è forse incivile !?) magari con il lancio di petardi o fuochi d’artificio?

Rav Shimshon Refael Hirsh riassume le regole legate alla proibizione di andare secondo gli usi della terra d’Egitto e della Terra di Canaan.

"Potete imitare le nazioni tra le quali vi trovate per tutto ciò che essi fanno su base razionale e non su base religiosa, ma non imitate niente che sia irrazionale o che sia derivato dalla loro religione, che sia proibito o che abbia propositi immorali. Perciò non puoi unirti nel festeggiare le loro festività o adottare loro costumi che hanno come base le loro vedute religiose…" (Rav Hirsh, Horeb para.505)

E questo riguarda ciò che non dobbiamo fare. Dal punto di vista positivo invece, che cosa dobbiamo fare? Ce lo insegna Rabbi Elazar Ben Azarià.

La nostra separazione dai goim deve essere consapevole. Non avrebbe senso e sarebbe indubbiamente razzistica una separazione che prescindesse dalle regole della Torà. È possibile mai che un intero popolo non gradisca la carne di maiale o abiti di lana e lino ?

No. È più corretto e coerente dire che noi vorremmo mangiare di quei cibi, ma ci è stato proibito.

La separazione dagli altri fine a se stessa non ha senso. La separazione ha un senso se viene dedicata al Signore. Così non basta evitare di fare le cose negative che fanno i gentili. Non mangiare maiale non basta. Dobbiamo andare oltre. Non mangiare determinati animali è la premessa per accedere al resto delle mizvot. Non mangiamo maiale per poter mettere i tefillin ed osservare lo Shabbat.

Ma c’è di più.

Proprio in queste settimane nelle quali ci prepariamo al dono della Torà noi leggiamo le Massime dei Padri, il trattato mishnico di Avot. A ben vedere sono tutte massime morali, ne troviamo di simili presso tutti i popoli.

Ma qui c’è la grandezza della Torà. Anche ciò che ci sembra razionale e che è razionale per gli altri noi dobbiamo eseguirlo solo per amore di D-o come se fosse una di quelle mizvot che non hanno un senso logico, come lana e lino. Abbiamo iniziato con il dire che ci sono delle cose che noi dobbiamo fare. Poi siamo passati a vedere che cosa fanno i goim ed abbiamo detto che le cose che loro fanno razionalmente noi possiamo farle a patto che non trasgrediscano norme della Torà. Le cose irrazionali no.

Quando è la Torà invece che ci chiede di fare qualche cosa di irrazionale dobbiamo accettare di buon grado.

L’ultimo scalino è quello dei Pirkiè Avot, della morale. Spesso qui non si parla di nessuna regola, ma di indirizzi di vita. Di filosofia. Ebbene anche qui dobbiamo rivolgerci alla Torà. Anche ciò che è razionale per noi e per gli altri va eseguito perché è un ordine Divino. Punto e basta. Si può capire, si deve studiare, ma altresì si deve accettare che abbiamo una missione e siamo separati dagli altri perché abbiamo un compito. Non perché siamo più belli, più simpatici o più intelligenti.

Da qui deriva che se c’è un tribunale di gentili che giudica secondo la legge della Torà ci è proibito di rivolgerci a tale tribunale. Dobbiamo consultare un tribunale rabbinico.

Concludendo, la diversità di Israele è richiesta da D-o che vuole anche la dichiarazione di Israele che tale diversità è dedicata alla Divinità. La diversità d’Israele sta nell’aver ricevuto un carico notevole di mizvot da osservare e tramandare. Ma soprattutto la diversità d’Israele dipende dalla Torà orale che ci permette di capire il senso vero di un verso, e con esso il senso vero della vita.

Shabbat Shalom, Jonathan Pacifici