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Parashat Sheminì

[1] "Poiché Io Sono il Signore vostro D-o, e voi vi sforzerete di essere santi e sarete santi, poiché Io sono Santo e non renderete impure le vostre anime con ogni essere brulicante che striscia sulla terra. Poiché Io Sono il Signore che vi faccio salire dalla terra d’Egitto per essere per voi come D-o , e voi sarete santi, perché io Sono Santo. Questa è la Legge dell’animale e del volatile e di ogni essere vivente che brulica nell’acqua e di ogni creatura che striscia sulla terra. Per distinguere tra l’impuro ed il puro, tra l’animale commestibile e l’animale che non verrà mangiato." (Levitico XI, 44-47)

[2] "[È stata insegnata una Baraità] nell’accademia di R. Yshmael: ‘Il peccato ostruisce il cuore dell’uomo, come è detto ‘E non vi renderete impuri attraverso di essi (animali proibiti N.d.R.) così da essere impuri a causa lorò (Levitico XI,43). Non leggere ‘venitmetem’(così’ da essere impuri) ma ‘venitamtem’ (così da essere ostruiti)’. Hanno insegnato i Maestri in una Baraità: ‘ ‘E non vi renderete impuri attraverso di essi (animali proibiti N.d.R.) così da essere impuri a causa lorò (Levitico XI,43). [Questo insegna che se] l’uomo si rende impuro un poco, [alla fine] viene reso impuro molto. [Se si rende impuro] dal basso (in terra), viene reso impuro dall’alto (dal cielo). [Se si rende impuro] in questo mondo, viene reso impuro nel mondo futuro.’

Hanno insegnato i Maestri in una Baraità: ‘e voi vi sforzerete di essere santi e sarete santì (Ivi,44). L’uomo si santifica un poco, viene santificato molto. [Se si santifica] dal basso (dalla terra), viene santificato dall’alto (dal cielo). [Se si santifica] in questo mondo, viene santificato nel mondo futurò" (TB Yomà 39a)

Il passo in questione, che abbiamo contrassegnato con il numero [1], rappresenta una delle uniche (se non l’unica) motivazione che la Torà porta per le complesse regole alimentari della kasherut. Moltissimi si sono interrogati sul senso dell’ampia struttura legislativa che vincola saldamente l’alimentazione dell’ebreo. Non è certamente questa la sede per un analisi approfondita delle problematiche della kasherut, cercheremo però di toccare qualche punto chiave cercando di inquadrare la kasherut nella struttura della parashà di Sehminì in particolare e della Torà in generale.

Nel corso delle nostre analisi sulla parashà della settimana abbiamo cercato di sfatare il mito della coincidenza tra impurità e peccato, trasgressione. Tale idea deriva da una concezione prettamente cristiana del tutto esterna all’ebraismo. Abbiamo più volte sottolineato che il peccato, la trasgressione, si definiscono come l’inadempienza dell’uomo ai doveri che la Torà gli impone mentre la purità/impurità indicano uno status dell’uomo, animale, oggetto, che descrive la possibilità o la non possibilità di contatto con la sfera del sacro.

La domanda che ci poniamo, una volta appurato che questi sono concetti distinti, è: quale rapporto esiste tra impurità e trasgressione ?

Ci troviamo indubbiamente nel nocciolo della Torà intera, non solo dal punto di vista logico ma anche dal punto di vista "geografico". La parashà di Sheminì divide infatti in due parti uguali le parole della Torà che, essendo pari, si congiungono con l’espressione "darosh darash" (cercò incessantemente). La Torà è un continuo cercare come del resto la vita umana. La nostra parashà si occupa fondamentalmente di due argomenti: l’inaugurazione del Santuario e la morte dei due figli di Aron le regole della kasherut

Secondo alcuni la trasgressione di Nadav ed Avihù che ne comporta la morte è proprio una trasgressione "alimentare". Essi avrebbero preso parte al culto sacerdotale dopo aver bevuto del vino. La Torà proibisce subito dopo di ciò ai sacerdoti di bere alcolici prima di prestare culto nel Santuario e c’è chi vede in ciò una chiara indicazione della colpa dei due sacerdoti.

Resta il fatto che l’alimentazione è fondamentale nella vita umana e la Torà la considera materia nella quale la legislazione deve essere ferrea. La sfera sacrale è quasi sempre connessa con l’alimentazione: il culto del Santuario ruota attorno al mangiare "dalla mensa del Signore". I Coanim mangiano le offerte, ed anche gli offerenti partecipano al culto del mikdash mangiando alcune parti delle offerte. I momenti chiave della vita. Shabbat, Feste, circoncisioni, matrimoni ed addirittura la conclusione di un ciclo di studio sono caratterizzati da una seudat mizvà. Un pasto di precetto. Siamo usciti dall’Egitto (secondo la lettura del verso-precetto che ci ordina il Seder che dà il Bet-Hallevì) perché nella Torà esiste la mizvà di mangiare Pesach, Mazza e Maror. La nostra presenza nel deserto è scandita al ritmo della discesa della manna, il pane dal Cielo, la nostra presenza in Erez Israel è finalizzata alla produzione all’offerta ed alla consumazione del pane, il pane dalla Terra. La prima mizvà negativa data all’uomo concerne l’alimentazione (il non cibarsi del frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male)

Si potrebbe andare avanti a iosa. Ciò che è notevole è che se l’alimentazione permea la vita di ogni uomo l’ebreo viene chiamato, come al solito, a distinguere ed a distinguersi.

Non tutto si può mangiare. Non tutto ciò che si può mangiare oggi si può mangiare di Pesach. Si può cucinare di venerdì, ma non di Shabbat. Non sempre si può mangiare. Per impietosire D-o costringendolo a perdonarci dobbiamo rinunciare a mangiare in assoluto per giungere al paradosso di portarsi ai propri limiti per dimostrare la propria debolezza nel giorno di Kippur.

Sembrerebbe proprio questa l’unica motivazione della kasherut: distinguere tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Perché questo sì e quest’altro no ? Per distinguere. La distinzione tra Israele e le genti che nasce a Pesach, nasce quando Israele distingue non solo tra quello che in assoluto si può mangiare e quello che non si può, ma anche tra ciò che dinamicamente, è commestibile in un momento ma diventa proibito in un altro. La kasherut di Pesach.

Osservando scrupolosamente le regole alimentari noi: Riconosciamo di essere usufruttuari e non proprietari di ciò che mangiamo Riconosciamo il principio che il Padrone del mondo ci ha distinti tra le genti affinché noi distinguiamo tra azioni permesse e proibite. Che così come non mangiando mettiamo a repentaglio la nostra vita fisica, mangiando alimenti proibiti mettiamo a repentaglio la nostra vita spirituale.

Proprio questo ultimo punto mi pare fondamentale per risolvere il problema iniziale.

Gli animali che sono kasher sono animali puri. Puri, vuol dire che sono adatti ad essere mangiati da Israele. Alcuni di loro sono anche adatti ad essere sacrificati nel Tempio.

Non tutti gli animali kasher sono sacrificabili, ma tutti gli animali sacrificabili sono kasher.

In alcuni casi cibarci di un animale non kasher (impuro) ci rende impuri cioè non adatti a partecipare al culto del santuario. Per quanto ci riguarda non dobbiamo cercare di essere sempre in stato di purità e per questo i nostri Padri i Farisei cercavano di essere ritualmente puri per cibarsi di qualsiasi cosa e non solo dei sacrifici.

Vi è qui una profonda lezione per noi. Il peccato e la trasgressione, generalmente non ci rendono impuri tecnicamente, essi però nelle parole del Talmud "ostuiscono il cuore dell’uomo". Alcuni Maestri sostengono che chi si ciba di alimenti non kasher è come un cieco. Questo perché la kasherut è la base sulla quale si deve costruire. Chi non sa distinguere tra ciò che può e non può mangiare difficilmente accetterà di dove distinguere tra ciò che può e non può fare.

La kasherut è uno dei pochi casi nei quali la trasgressione della mizvà comporta impurità rituale (non sempre!). È notevole. La mizvà che nel pensiero dei nostri Saggi apre gli occhi all’intera Torà ci mette di fronte al fatto che la trasgressione lede. Noi dobbiamo vedere con i nostri occhi e per questo nel momento in cui "apriamo gli occhi" con la kasherut ci rendiamo conto che chi si ciba di determinati animali diventa impuro ritualmente. Noi vediamo che quella persona non può accedere al Santuario. Questa è la chiave per capire che anche per il resto delle mizvot la trasgressione lede. Se non lede nel fisico, lede nello spirito. Ostruisce il cuore.

Se purità ed impurità sono solo uno status, mizvà (azione positiva) ed averà (trasgressione) sono delle scelte di fondo dinanzi alle quali l’uomo è chiamato a rispondere. Rispondere, Teshuvà, ma anche far ritorno a D-o, ugualmente Teshuvà.

La teshuvà e trovare una risposta con le proprie azioni.

Ecco quindi che così come abbiamo il dovere di scegliere per la mizvà, come abbiamo il dovere di scegliere di cibarci di animali puri, abbiamo il dover di tenerci puri quando possibile, scegliendo di poter accedere continuamente al Santuario.

Abbiamo più volte ricordato che il vero Santuario nel quale D-o vuole risiedere siamo noi. Noi abbiamo il potere di mantenerci puri ogni qualvolta ci sediamo a tavola.

Alle parole dell’antisemita Romano che ci accusava con disprezzo di "portare D-o in cucina" possiamo allora aggiungere che non è tutto.

Attraverso la cucina possiamo portare D-o dentro di noi. In conclusione mi pare notevole che la Torà sottolinei la kasherut in una parashà che cade spesso subito dopo Pesach. La Kasherut quotidiana, seppur meno complessa di quella di Pesach, ha un importanza primaria.

L’importanza della quotidianità sulla sporadicità che rende una cucina kasher tutto l’anno migliore di una cucina kasher lePesach.

 

 

Shabbat Shalom Jonathan Pacifici

Per saperne di più consigliamo:

"Guida alle regole alimentari ebraiche" (in italiano), Rav Riccardo Di Segni, terza edizione, Edizioni Lamed

"Noten Taam Leshevach" (in ebraico), Rav Riccardo Di Segni, Edizioni Lamed