Parashat Zav
Shabbat Hagadol
"E questa è la legge dell’offerta di shelamim (pacificazione) che si presenti al Signore. Se (qualcuno) lo offrirà come todà (ringraziamento), offrirà assieme all’offerta animale di todà, pani azzimi intrisi nell’olio, pani azzimi di forma allungata intrisi nell’olio e fior di farina ammollata in olio bollente, cotta in pani intrisi nell’olio. Insieme a pani lievitati presenterà la sua offerta, oltre all’offerta di shelamim di todà." (Levitico VII, 11-13)
"Disse R. Jochannan a nome di R. Shimon ben Jochai: ‘Dal giorno in cui il Santo Benedetto Egli Sia creò il Suo mondo non c’è stato uomo che abbia ringraziato il Santo Benedetto Egli Sia; fino a che è venuta Leà e Lo ha ringraziato, come è detto: ‘Questa volta ringrazierò il Signore’(Genesi XXIX, 35).’". (TB Berachot 7b)
Il culto del Santuario non è un’esperienza transitoria del popolo d’Israele. Esso rappresenta la sintesi stessa dei rapporti tra l’uomo e D-o e tra D-o ed il Suo mondo. Il fatto che per duemila anni l’ebraismo sia vissuto senza il Tempio e la sua vita, non toglie che i valori ed i messaggi di quello che è il luogo di incontro tra il mondo e la Divinità, sopravvivano nella vita quotidiana di Israele. Il Bet-Hallevì sostiene che il terzo Tempio, che possa essere costruito presto ed ai nostri giorni, dovrebbe essere chiamato "Primo Tempio", perché esso è il Tempio fondamentale. I due Templi che abbiamo avuto nella storia non sono che la preparazione per il culto eterno del Tempio messianico.
I Maestri insegnano che studiando le regole delle offerte del Mikdash, possiamo riparare all’impossibilità materiale di presentarle. L’offerta fisica non è che il culmine di un processo che abbraccia l’interiorità dell’uomo ma anche il suo rapporto con il prossimo.
Eccoci ad analizzare, ad esempio, la categoria dei shelamim, offerte di pacificazione. I shelamim sono offerte animali volontarie (pubbliche o personali) finalizzate "a rendere tributo a D-o, Benedetto Sia, quando la persona che lo offre riconosce le Vie della Sua Bontà e la Sua costante bontà nei nostri confronti" (Sforno, Kavvanot ha Torà). La radice verbale che da il nome all’offerta viene dalla parola shalom, pace. In effetti una parte dell’offerta va sull’altare, una parte viene consumata dal Coen ed una dall’offerente. Questa pacifica armonia tra l’offerente, il prossimo e la Divinità è necessaria per gioire della bontà di D-o. Shelamim viene però anche dalla radice shallem, integro, perché l’offerente non vuole espiare una trasgressione, bensì vuole perfezionarsi e rendere partecipe D-o e ed il prossimo della propria gioia. All’interno della categoria dei Shelamim c’è un’offerta particolare sulla quale ci soffermeremo, il korban todà, l’offerta di ringraziamento.
I Saggi (TB Berachot 54b) derivano dai Salmi (Salmo 107) le quattro categorie di persone che sono tenute a presentare un korban todà: colui che è sopravvissuto ad un viaggio nel deserto (o ad un viaggio pericoloso), alla prigione, ad una malattia grave o ad un viaggio per mare. Sembra che questa offerta sia particolarmente importante per noi. Il Midrash (Vaikrà Rabbà 9:7) sostiene che in futuro non ci sarà più bisogno di offerte espiatorie perché Israele non peccherà. Continueranno però ad essere presentate offerte di ringraziamento. Le offerte di ringraziamento sono quindi il cardine del servizio del prossimo Santuario e lo studio delle loro regole può essere importante occasione di preparazione per il futuro oltre che di riparazione per il presente.
Esistono due differenze fondamentali tra un korban-todà ed un korban-shelamim.
Il korban-todà può essere mangiato per un giorno ed una notte mentre il korban-shelamim per due giorni e la notte tra di loro. Inoltre il korban-todà deve essere accompagnato da 40 pani.
Imrei Emet sostiene che il motivo per cui il tempo nel quale si può mangiare il todà è ristretto in una notte ed un giorno è da ricercarsi nel fatto che il todà porta ringraziamento per un miracolo. I miracoli di D-o ci assistono quotidianamente. Tutto è un miracolo. Anche ciò che noi chiamiamo "natura" non è altro che un intervento quotidiano di D-o che "rinnova ogni giorno eternamente nella Sua bontà l’Opera della Creazione". Ogni giorno ha i suoi miracoli. Per questo bisogna consumare l’offerta entro un giorno ed una notte, all’indomani avremo altri miracoli di cui ringraziare D-o
Più complesso è il discorso dei 40 pani. Essi si dividono in quattro gruppi da dieci pani. Di questi, tre gruppi (30 pani) sono azzimi ed uno è di pane lievitato. La farina è divisa in due parti uguali, metà per i dieci pani lievitati e metà per i trenta azzimi.
Un pane di ogni gruppo (quattro pani in tutto) va al Coen.
R. Simshon Refael Hirsh ci offre un interessante simbolismo di questi pani. Il pane lievitato indica crescita ed è l’esaltazione della libertà, il pane azzimo rappresenta l’alimentazione quotidiana mentre l’olio nel quale vengono unte le focacce azzime rappresenta il benessere. Colui che offre un korban-todà quindi, non solo ringrazia D-o per il miracolo "una tantum" che ha ricevuto (i dieci pani lievitati) ma anche per il sostentamento quotidiano ed il benessere.
Ma c’è di più. I due gruppi (azzimi e non) hanno identica quantità iniziale di farina. Allo stesso modo D-o agisce egualmente nella routine quanto nell’evento che ci pare straordinario. Il risultato è però diverso. Il rapporto di uno a tre dei pani sembra contraddire il rapporto paritetico che c’è nella quantità di farina. La realtà è che noi facilmente individuiamo i grandi miracoli (uno) ma fatichiamo a renderci conto dei numerosi miracoli che avvengono in ogni momento (tre). Insomma siamo noi che diamo peso diverso agli eventi. Noi vediamo il pane lievitato dei grandi miracoli come un unico grande pane. Il pane azzimo del quotidiano lo spezzettiamo in tre pani azzimi (le tre azzime del Seder?) facendo diventare piccoli ai nostri occhi i continui miracoli. Non è una colpa, l’uomo è fatto così. Quello che conta è però rendersi conto che la quantità di farina è identica nei due gruppi.
Il concetto di "ringraziamento" richiede a questo punto un piccolo approfondimento. Che vuol dire ringraziare? Che vuol dire ringraziare D-o? Abbiamo visto all’inizio che secondo il Talmud, Leà è stata la prima a ringraziare il Signore. Il verso usato dai Maestri è la spiegazione che da Leà al nome del suo quarto figlio, Jeudà.
La nascita di Jeudà è quindi occasione del primo ringraziamento a D-o della storia. Perché? I maestri indicano che la nascita di Jeudà è in qualche modo particolare. Può sembrare strano ma secondo il Midrash era generalmente noto ai patriarchi ed alle matriarche che Jacov avrebbe avuto dodici figli. Avendo Jacov quattro mogli ci saremmo aspettati che ognuna avesse diritto a tre figli. La nascita di Jeudà stravolge questa convinzione. Egli è il quarto figlio di Leà . Leà ringrazia quindi nel momento in cui percepisce di aver ricevuto più di quanto le spettasse. Il nome di Jeudà diventerà in futuro (cfr. Ester, Ysh Jeudì e TB Meghillà) sinonimo di ebreo, forse proprio per la caratteristica di Israele di ringraziare il Signore.
Il nome Jeudà è formato da cinque lettere. Quattro sono le lettere del nome di D-o, più la lettera "dalet" (valore numerico quattro) che secondo i Maestri implica i quattro punti cardinali e quindi tutta la terra. Jeudà è colui che porterà il dominio di D-o su tutti punti cardinali poiché da lui discenderà il Messia.
Sembra quindi che ringraziare sia un operazione richiesta quando riceviamo qualche cosa in più rispetto a ciò che speravamo e/o meritavamo. Ora capiamo perché la simbologia dei pani abbraccia sia il miracolo specifico per il quale ringraziamo sia i miracoli quotidiani che stentiamo a riconoscere. Il miracolo manifesto deve essere l’occasione per rendere grazie a D-o anche per ciò che non percepiamo. Leà dice "questa volta". È un chiaro richiamo ai parti precedenti. Una gioia insperata ci dà l’occasione per ringraziare anche per le gioie che non ci hanno colpito più di tanto. È l’occasione per pagare un debito aperto.
La penultima benedizione della Amidà, che oggi sostituisce il sacrificio quotidiano, è la benedizione di "modim" (noi ti ringraziamo). Nella ripetizione dell’ufficiante essa è l’unica per la quale l’ufficiante non può essere delegato dal pubblico: i maestri hanno stabilito che mentre lo shaliach zibbur pronuncia tale benedizione il pubblico reciti il modim derabbanan , un apposita formula di ringraziamento. Questo perché ringraziare è una cosa che va necessariamente fatta di persona.
La percezione di momenti particolari nei quali D-o ci beneficia è una percezione prettamente umana. D-o agisce sempre in bene, siamo noi che percepiamo diversamente le cose. La Torà comprende ciò ed infatti esiste una benedizione per le buone notizie ed una per le notizie cattive. La Torà non ci impone di vedere benevolmente la dipartita di un caro (chas veshalom) o qualsiasi altra triste notizia. Ci consente di distinguere tra bene e male secondo il nostro punto di vista. Noi però dobbiamo ricordare che aspiriamo ad un’epoca diversa.
"E sarà il Signore Re su tutta la Terra, in quel giorno il Signore sarà Uno ed il Suo Nome Uno (Zaccaaria XIV, 9)
Forse oggi Egli non è Uno?
Disse Rabbi Achà bar Chaninà: ‘Non come questo Mondo è il Mondo Futuro. In questo Mondo per le buone notizie si dice "Benedetto [sii Tu oh Signore, D-o nostro Re del Mondo] che è buono e che fa del bene", e sulle cattive notizie si dice "Benedetto [sii Tu oh Signore, D-o nostro Re del Mondo] Giudice di Verità". Nel Mondo a Venire, sempre " che è buono e che fa del bene". (TB Pesachim 50a)
Quando noi sapremo ringraziare D-o quotidianamente capendo che tutto quelle che fa è solo bene apriremo le porte al mondo futuro. In questo senso il dominio di D-o e persino il Suo Nome non sono completi fino a che non ci sarà la redenzione finale.
La redenzione, le cui radici si individuano nella nascita di Jeudà, progenitore del Re Messia, nasce da un atto di umiltà. Nasce dal fatto che Leà insegna a ringraziare.
Il Midrash sostiene che nessun patriarca è riuscito a strappare a D-o una promessa di redenzione tranne Rachel. Rachel che aveva rinunciato al marito condividendolo con la sorella può pretendere la redenzione. "Io non sono gelosa di mia sorella e Tu lo sei di idoli di pietra e legno?". Rachel conosce l’importanza di non svergognare, Leà sa ringraziare.
Il migliore augurio che si può fare ad una giovane sposa è quello che gli anziani di Betlechem fanno a Rut, di poter essere "come Rachel e come Leà, che hanno costruito assieme la casa di Israele."
Per coloro che non fanno arrossire il prossimo e per coloro che sanno ringraziare, giungerà presto il Redentore a Sion.
Shabbat Shalom e Chag Kasher Vesameach, Jonathan Pacifici
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