Parashat Tezzavè
Shabbat Zachor
Esiste un principio esegetico ampiamente noto, di cui ci siamo occupati più volte, che stabilisce che "non c’è un 'prima’ ed un 'dopo’ nella Torà". L’ordine cronologico degli eventi non sempre è rispettato, a volte esso viene stravolto per insegnarci qualche cosa. La costruzione del Santuario di cui ci stiamo occupando nelle ultime settimane è un classico esempio. L’ordine di costruire il Santuario è in effetti successivo al peccato del "Vitello d’Oro", il Santuario fisico viene a correggere la mancanza di Israele che si rende indegno di essere un Santuario vivente.
Eppure la Torà ci narra del Santuario e delle sue regole prima di narrarci del peccato. Molte sono le spiegazioni: il fatto che il Signore anticipa per Israele la cura al male, ma soprattutto il fatto che lo scopo dell’Uscita dall’Egitto e del dono della Torà è la rivelazione della Santità di D-o nel mondo. Tale processo non può essere fermato neanche dai peccati di Israele.
Non è comunque di questo stravolgimento di ordine che ci occuperemo questa settimana. La Torà, generalmente, procede per passi logici. Essa segue un filo ben preciso ed il nostro compito è capire quale. Siamo partiti dalla raccolta del materiale per la costruzione del Santuario per poi passare alla descrizione degli arredi e della costruzione stessa. Nella Parashà di questa settimana ci si occupa delle persone che svolgono il culto del Santuario: Aron ed i suoi figli. In particolare ci si occupa dei vestiti particolari da confezionare per loro e della cerimonia di investitura. Solo in seguito, alla fine della Parashà e soprattutto nel libro di Vaikrà si discuterà del procedure del culto vero e proprio. Potremmo schematizzare il processo logico così:
Scopriamo con sorpresa che anche quest’ordine viene stravolto: all’inizio della nostra parashà, prima di designare i sacerdoti, D-o ordina a Moshè di supervisionare personalmente alla scelta dell’olio per l’accensione della Menorà e gli spiega come va accesa.
Perché la Torà anticipa una delle attività del Santuario, prima di dirci chi sono i sacerdoti? Perché è necessario che proprio Moshè si occupi dell’olio della Menorà?
Per capirlo dobbiamo approfondire il messaggio della Menorà. Cercheremo inoltre di capire che legame ha tutto questo con prossima festa di Purim.
Il Chatam Sofer ("Torat Moshè" su Bealotechà) spiega che la Menorà rappresenta la Torà Orale. I sei bracci laterali sono in corrispondenza dei sei ordini della Mishnà mentre il tronco centrale è in corrispondenza del "Timore di D-o", la "conditio sine qua non" per l’osservanza delle mizvot e per lo studio della Torà.
È noto che la luce delle sei fiamme laterali convergeva verso il lume centrale, il Ner Tamid, che brillava per miracolo sia di giorno che di notte con la stessa quantità d’olio che durava nelle altre fiamme solo di notte. La fiamma del Ner Tamid volgeva verso il Santo dei Santi, luogo della residenza Divina sopra le ali dei Cherubini.
La Torà orale si dispone secondo l’ordine dei trattati mishnici, attorno al timore di D-o che è chiamato nei Salmi "il principio della saggezza". Il timore volge verso la Presenza di D-o.
Nella Meghillà di Ester leggiamo che dopo la caduta di Aman "Per i Giudei ci fu luce e felicità e gioia ed onore" (Ester VIII, 16).
Luce felicità sono due stadi diversi di redenzione: abbiamo letto nel Talmud che la luce si riferisce al ritorno degli ebrei alla Torà, mentre la felicità all’istituzione del giorno festivo.
Leggiamo ancora nel Talmud: "Disse Rav Nachman: 'La luce non è per tutti e la felicità non è per tutti, la luce è per i giusti e la felicità è per i retti…’" (TB Taanit 15)
Rashì spiega la differenza che c’è tra giusti e retti. I giusti sono coloro che si distinguono nelle mizvot tra l’uomo e D-o, mentre i retti sono coloro che si distinguono nelle mizvot tra l’uomo ed il suo prossimo. Così se il giusto è più portato allo studio continuo della Torà ed alla osservanza dei suoi doveri nei confronti di D-o, il retto trova la sua realizzazione nell’adempimento dei suoi doveri nei confronti del prossimo.
Mettendo insieme le due cose diremmo che la redenzione del giusto è nello studio della Torà e nel ritorno collettivo all’applicazione delle mizvot, mentre la redenzione del retto è nell’istituzione del giorno festivo di Purim che si distingue per le sue mizvot sociali: i doni al prossimo ed i doni ai poveri.
La redenzione di Purim è questo e molto altro, è anche gioia ed onore. Gioia come la milà, mizvà prettamente nascosta perché mai esposta in pubblico (tra l’uomo e D-o), ed onore come i Tefillin della Testa (secondo l’opinione di Rabbi Eliezer il Grande) che sono quelli che devono essere visibili e che danno gloria ad Israele dinanzi alle nazioni del mondo.
Nascosto e rivelato, come nella migliore tradizione di Purim. La contraddizione in termini.
Se dovessimo dire che cosa è più rivelato tra luce ed allegria non avremmo dubbi: la luce è sempre visibile mentre l’allegria è un sentimento e come tale può essere celato. Questi due stadi sono ampiamente assimilabili a Moshè ed Aron.
Di Moshè è detto che una volta disceso dal Sinai il suo volto brillava della luce della Presenza Divina (secondo il Midrash a causa dell’inchiostro della Torà che si era spalmato sulla faccia per farne mancare quel poco che gli bastava per poter rimpiccolire la lettera "alef" di "Vaikrà", in segno di umiltà, cfr. Levitico I,1).
Aron invece è colui che vedendo che il fratello minore è stato scelto come guida per Israele "sarà felice in cuor suo" (Esodo IV,14).
Moshè è la luce d’Israele, tutti i riflettori sono sempre su di lui. Aron è colui che mette pace tra la gente e la avvicina alla Torà con la sua benevolenza. È colui che gioisce privatamente della fortuna altrui.
Potremmo dire che Moshè rappresenta la giustizia, il legame con D-o, e la Torà Scritta, scritta di suo pugno.
Aron rappresenta la rettitudine, il rapporto con il prossimo, la Torà Orale.
Moshè riceve la Torà da D-o, Aron da Moshè, ossia dai Maestri.
Moshè ha tutte le carte per essere un isolato ed invece è la luce, è sempre visibile. Aron benvoluto dal pubblico con perfetti rapporti sociali viene separato dal pubblico ed innalzato.
Possiamo ora capire perché c’era bisogno di questo stravolgimento di ordine, perché inserire le regole della Menorà. Prima ancora di designare Aron al sacerdozio D-o vuole che Moshè capisca perché Aron e non lui.
Il Sacerdote nell’ebraismo non è colui che si occupa solo di D-o; il Coen si occupa di D-o, ma il suo compito non finisce qui. Il Coen è colui deve istruire il popolo, deve servire da esempio. Il Coen è un modello. Il Coen è per il popolo ebraico ciò che un ebreo è per il resto del mondo. Non ci si può permettere il lusso di cadere nell’errore di pensare al Sacerdote in termini ascetici. Intendiamoci, Moshè non è certo un asceta, ma è pur sempre colui che per quaranta giorni e quaranta notti (per tre volte) si è trovato a tu per Tu con la Divinità (non mangiando e non bevendo).
Di Moshè si può dire "Moshè è Moshè! Non si può pretendere da uno qualsiasi il livello di Moshè". In realtà si potrebbe. Per capire ciò viene scelto Aron, l’altra faccia di Moshè, uno del popolo, uno di noi.
La settimana inaugurale del Santuario rappresenta un eccezione halahica. Moshè svolge il ruolo del Sommo Sacerdote (pur essendo un Levi, vestendo i vestiti di un Sacerdote normale, fungendo da Re d’Israele e da Capo del Sinedrio). Per una settimana Moshè esegue tutte le funzioni del Santuario da solo. Dall’Ottavo giorno in poi il Santuario è gestione esclusiva di Aron e dei suoi figli.
Aron accenderà per sempre la Menorà dal Ner Tamid (che dura da un accensione all’altra) ma la prima accensione è quella di Moshè. I Maestri discuteranno per sempre sulle halahot, ma la Torà è la Torà di Moshè che l’ha insegnata per primo.
Moshè è la Torà Scritta (da lui scritta, seppur sotto dettatura), la Torà Scritta è la scintilla che accende ogni discussione halahica. La vita di Israele è però soprattutto nella Torà Orale, in Aron.
Per questo il Santuario va ad Aron. Moshè si è occupato abbastanza di D-o, ha diritto di accesso al Santissimo solo per ricevere le mizvot per poi poterle insegnare ad Israele. Moshè, colui che discute con il Signore faccia a faccia, deve poi guardare in faccia ogni ebreo e spiegargli la Torà. Aron, che si è occupato di ogni singola persona, sarà l’unico ad avere accesso nel Cortile Interno del Re, seppur per una volta l’anno.
Nella Meghillà non c’è il Nome di D-o. La nostra Parashà è l’unica parashà (dalla nascita di Moshè in poi) nella quale il nome di Moshè non compare.
Moshè aveva chiesto a D-o di cancellarlo dalla Torà se non perdonava Israele per il "Vitello". D-o perdona ma le parole di un Giusto non vanno mai a vuoto, il nome di Moshè viene cancellato da questa Parashà, in un momento nel quale Moshè giunge forse all’apice delle sue funzioni (aggiungendo a quelle di Re e di Maestro quelle di Sacerdote). Del resto il Nome di D-o è nascosto nella Meghillà e il Suo operato anche.
Purim è l’accettazione definitiva della Torà. L’accettazione del Sinai espressa sotto pena di morte era teoricamente impugnabile in ogni momento. A Purim Israele accetta la Torà Orale ed il potere dei Maestri di istituire nuove mizvot.
Purim è soprattutto l’accettazione della Torà Orale. Purim è l’altra faccia del giorno di Kippur (Kippurim = Ke Purim. Kippur è come Purim). L’ingresso di Ester nel cortile interno di Assuero è come l’ingresso di Aron nel Santissimo.
La Torà Scritta viene accettata a Kippur, il giorno in cui Moshè scende con le seconde Tavole, la Torà Orale a Purim quando Israele accetta l’autorità dei Saggi.
Moshè ed Aron sono i due stipiti su cui poggia l’architrave della Presenza Divina.
Torà Scritta e Torà Orale sono i due pilastri della Vita ebraica, due facce della stessa medaglia.
Fino a che Israele non accetta la Torà Orale a Purim la Torà Scritta non è completa. Nonostante la rivelazione Sinaitica fino a che non riusciamo a vedere la Torà nel nascosto non andiamo da nessuna parte.
Fino a che non ci occupiamo del prossimo, occuparci di D-o ha poco senso.
Purim è luce ed allegria insieme, è Moshè ed Aron, è svelato e nascosto, è Torà Scritta e Torà Orale.
Purim è l’essenza di questo mondo e le sue contraddizioni ma anche la porta sul mondo futuro di cui sarà la festa per eccellenza.
Shabbat Shalom e Purim Sameach
Jonathan Pacifici
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