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Parashat Terumà

"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Parla ai figli d’Israele e prendano per me una terumà (parte)…"(Esodo XXV, 1-2)

"Un tale eretico disse a R. Abbau: ‘Il vostro D-o è un Sacerdote, poiché è scritto ‘…e prendano per me una terumà’(Esodo XXV, 2). Ma se è così, quando ha seppellito Moshè in che cosa ha fatto la tevilà (bagno rituale)? Se dici ‘Nell’acqua’, ecco che è scritto: ‘Chi ha misurato le acque nel Suo pugno?’(Isaia XL, 12). Gli ha detto R. Abbau: ‘Si è immerso nel fuoco, come è scritto: ‘Ecco che il Signore verrà nel fuoco’’(Isaia LXVI, 15). L’eretico ha allora chiesto: ‘È forse valida una immersione nel fuoco?’. R. Abbau gli ha detto: ‘Al contrario, la prima forma di immersione è nel fuoco, come è detto: ‘Tutto ciò che non può passare nel fuoco passatelo nell’acqua’’(Numeri XXXI, 23). (TB Sanedrin 39a)

 

Proverbi popolari ampiamente diffusi recitano: "È meglio dare che ricevere", e probabilmente è vero. La Torà va molto oltre. Quando "diamo" qualche cosa in zedakkà (giustizia sociale) o per una mizvà, come la costruzione del Santuario, in realtà stiamo prendendo per noi stessi. I Maestri, proprio notando la stranezza insita nell’esortare l’ebreo a dare dicendogli "prendi", commentano che in realtà, noi non possediamo nulla di tutti i beni materiali che abbiamo tranne ciò diamo in zedakkà. Tutti i beni materiali sono relegati a questo mondo che è finito e limitato nel tempo. Solo i beni con i quali compiamo una mizvà sono veramente nostri, perché il merito di queste mizvot verrà con noi nel Mondo Futuro.

C’è qualcosa di straordinario in questo concetto: la sua profondità va ben oltre le apparenze.

Il piccolo battibecco tra R. Abbau e l’eretico innominato sembra apparentemente un discorso tra folli, in realtà nasconde un tesoro per chi voglia approfondire il messaggio talmudico. Una delle prime domande che ci dobbiamo porre è come mai R. Abbau accetti il "gioco" dell’eretico.

La domanda dell’eretico è in effetti ben pensata ed ha un obbiettivo preciso: farci dire che D-o non è un Sacerdote, o dire che Egli è finito (può immergersi nell’acqua), o dire che è ritualmente impuro (dato che si è occupato di una sepoltura). Sembrerebbero non esserci alternative. Eppure l’eretico ha torto. La prima cosa che ho pensato, imbattendomi in questo passo è stata: ma perché R. Abbau non dice semplicemente che D-o fa quello che vuole e che i criteri umani di purità/impurità non Gli si applicano?


La scorsa settimana abbiamo visto, nell’episodio dei Maestri a Roma, che il Signore non ci chiede altro che ciò che Lui Stesso fa. Se D-o ci ha comandato le leggi della purità, vuol dire che Egli per primo le ‘rispetta’.

Per questo motivo R. Abbau "gioca" al "gioco" dell’eretico. È vero che il Signore è un Sacerdote, è vero che (kiviachol) si è reso ritualmente impuro seppellendo Moshè, è vero che ha bisogno di purificarsi ed è vero che non c’è una vasca rituale che Lo possa contenere ma una soluzione c’è: D-o si purifica nel fuoco.

Che cosa vuole dirci in realtà tutto ciò? Che risposta può essere dire che D-o si immerge nel fuoco? Se non ci sono mari che contengano Colui che è fuori dalla materia, esistono forse fiamme di tali dimensioni, adatte a Colui che è fuori dallo spazio? E come si lega poi tutto ciò con la costruzione del Santuario di cui si occupa la nostra Parashà?

Il Bet-Hammikdash, il Santuario, è il luogo di incontro tra la Presenza Divina ed il mondo. Tutto ciò che lo concerne è indispensabilmente misurato con un unico criterio, la kedushà (santità nel senso di separazione, distinzione, elevazione). D-o è la fonte stessa della kedushà. Il Sacerdote è un uomo distinto ed elevato rispetto al semplice ebreo. L’uomo al vertice della scala della kedushà umana, il Sommo Sacerdote, porta sulla fronte la scritta "Santo per il Signore". L’impurità rituale impedisce di avvicinarsi alla sfera del Santo, impedisce all’uomo l’accesso al Santuario, impedisce l’espressione della kedushà. Un Coen, anche se impuro rimane potenzialmente kadosh. Egli però non può manifestare la sua kedushà fino a che non torna ritualmente puro, ed è perciò escluso dal culto . La "tumà", l’impurità, è strettamente legata all’impossibilità di manifestare il contatto diretto con la kedushà e con D-o, la fonte prima della kedushà. Se i rapporti D-o/uomo si basano su una reciprocità garantita dal fatto che la Torà è in primis la Torà di D-o (anche nel senso che D-o la rispetta), allora possiamo ribaltare il problema e dire che la vera questione tra l’eretico e R. Abbau è il modo con il quale D-o "esce" dal problema della rottura dei rapporti con Israele e con il mondo.

Secondo questa lettura D-o "diventa impuro", ossia entra in una dimensione nella quale il rapporto con l’uomo è limitato, nel momento in cui seppellisce Moshè. È noto il fatto che l’Angelo della Morte, generalmente delegato da D-o, non è riuscito a convincere l’anima di Moshè a staccarsi dal corpo. Lo Zaddik che aveva elevato a tal punto il suo corpo era diventato un vero modello vivente e solo D-o stesso fa morire Moshè per mantenere l’ordine stabilito con la Creazione, attraverso un "bacio".

Moshè è in effetti il più alto esempio di contatto tra D-o e l’uomo. La Torà dice che Moshè parlava con D-o "faccia a Faccia". Nel momento in cui muore Moshè si interrompe il contatto diretto tra la Divinità e l’uomo. Nel momento in cui Moshè muore il popolo nella sua totalità dimentica un gran numero di halahot. La nostra difficoltà nel comprendere la Torà nasce con la morte di Moshè.

Il "problema" di D-o è che ha deciso di "giocare" un gioco con delle regole. La morte come fine dell’esperienza umana in questo mondo è il confine ultimo di una limitazione di D-o con la quale, per Sua volontà, Egli ci permette un esistenza indipendente. Dopo la morte si godono solo i frutti delle mizvot fatte in vita. Si tratta della fine del gioco. Moshè è l’unico che dopo aver conosciuto D-o "faccia a Faccia", pretende ed ottiene che Sia D-o stesso ad interrompere la sua partita. Seppellendo Moshè D-o, che non ha fine, giunge al limite che egli ha posto a Se Stesso.

Non c’è soluzione nella dimensione strettamente materiale, non c’è acqua che possa contenere D-o. Ma è attraverso il fuoco, è nel fuoco, che "D-o si rende ritualmente puro". Attraverso il fuoco Egli manifesta la Sua presenza. Il fuoco del Ner Tamid (il Lume Eterno) della Menorà testimonia la Presenza di D-o nel Mondo. È una delle uniche due mizvot che richiedono un miracolo. Con il lume della Menorà D-o dimostra che Egli è ritualmente puro, che vuole manifestare la sua kedushà nei rapporti con l’uomo. D-o vuole che il Sacerdoti di Israele accendano un lume in maniera che Lui possa causare il fatto che il lume bruci oltre ciò che le leggi di natura gli consentirebbero. Egli dimostra così che per "rimanere con noi", per mantenere la Sua luce su di noi, è disposto anche a stravolgere le regole per Lui e per noi.

Noi oggi non abbiamo Ner Tamid, ma ciò significa necessariamente che non c’è contatto tra D-o ed Israele? "Il lume del Signore è l’anima dell’uomo" Scrive Re Salomone nei Proverbi (XX, 27). L’anima di ogni ebreo è un Ner Tamid è un Lume Eterno che testimonia la presenza di D-o. Come? "Una mizvà è un lume, e la Torà è la luce" dice lo stesso Salomone (Ivi VI, 23) Da una parte la Torà, che è l’essenza della luce, accende l’anima dell’ebreo attraverso il lume che è in ogni mizvà, dall’altra D-o stesso si immerge nella Torà che è chiamata Luce ma anche Fuoco (Deuteronomio XXXIII, 2) per poter avere rapporti con Israele. Nessun mare può contenere D-o, ma D-o decide di contenersi nella Torà per creare una "parità" che permetta un rapporto con l’uomo.

L’eretico metteva in discussione tutto il mondo ebraico e la Torà stessa sostenendo, nel migliore dei casi, l’impossibilità di entrare in rapporto con D-o. R. Abbau risponde che la Torà stessa è la garanzia non solo della Presenza di D-o ma anche della Sua Volontà di legarsi ad Israele.

R. Hirsh spiega che la parola terumà (parte separata per un sacerdote) viene dalla radice rum (elevare). Con la terumà noi eleviamo ciò che è materiale ad un fine superiore. Donando per la costruzione del Tempio o anche sostenendo un povero noi eleviamo questo mondo verso il Signore.

L’ebreo che mantiene le mizvot fa di se stesso una dimora per D-o come è scritto "E mi faranno un Santuario, ma Io risiederò in loro", (Esodo XXV, 9) in loro e non in esso.

La sfida per ogni ebreo è quella di fare della propria anima un lume nel quale D-o Benedetto si immerga: l’unico mikve per il Creatore del Mondo è la Torà e l’anima dell’ebreo che si occupa di Torà.

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici