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Parashat Itrò

"E Moshè venne in mezzo alla nube e salì sul monte, Moshè stette sul monte quaranta giorni e quaranta notti" (Esodo XXIV, 18)

"Hanno insegnato nel Bet Midrash di Rabbi Jshmael: ‘Qui è detto "in mezzo" ed è detto prima "in mezzo": ‘e vennero i Figli d’Israele in mezzo al mare’ (Ivi XIV, 22). Così come prima [fece] un sentiero, come è scritto: ‘e l’acqua era per loro un muro [alla loro destra ed alla loro sinistra]’(Ivi), anche qui [fece per Moshè] un sentiero.’" (TB Yomà 4b)

Il verso da cui partiamo questa settimana non appartiene alla nostra Parashà. Lo leggeremo infatti solo la prossima settimana, alla fine della Parashà di Mishpatim. I nostri Maestri, che si sono divisi circa la sequenza temporale del matan Torà (il dono della Torà), hanno opinioni diverse anche circa questo verso: quando esattamente Moshè salì "in mezzo" alla nube? Alcuni sostengono che ciò avvenne prima della promulgazione del Decalogo, altri pensano invece che Moshè entrò nel Machanè HaShechinà (Il Campo della Presenza Divina), solo in occasione della consegna delle Tavole, avvenuta dopo. Nel trattato talmudico di Yomà (daf 4-5) coloro che adottano questa seconda opinione imparano da qui l’obbligo per il Sommo Sacerdote di segregarsi sette giorni (o più precisamente 6+1) in vista del ingresso nel Santo dei Santi, luogo di Residenza della Presenza Divina.

R. Bechaye va oltre nel paragone tra Monte Sinai e Bet Hamikdash sostenendo che il Monte Sinai era diviso in quattro zone di diversa sacralità, esattamente come il Tempio. L’idea è nota nella letteratura rabbinica. Il Tempio rappresenta la simulazione quotidiana del Matan Torà: ogni giorno la Torà viene data ad Israele (cfr. Rashì su "Baiom Azè", Esodo XIX, 1). Il culto del Santuario veicola nella maniera corretta il dono quotidiano della Torà. Da un evento unico nella storia noi costruiamo, con le dovute differenze, un modello che possa essere valido nel quotidiano rapporto tra D-o ed Israele e, attraverso questi, tra D-o e l’intera umanità.

Abbiamo appurato che esiste un rapporto simbolico tra il Monte Sinai ed il Santuario. C’è un’altra simbologia classica circa il Monte Sinai. Il Midrash nota che la parola sulam (scala) nel sogno di Jacov, è scritta in maniera difettiva, senza la lettera "vav". Il valore numerico di sulam (senza "vav") è 130, esattamente come la parola Sinai. Da qui i Maestri propongono che il sogno di Jacov, tra le altre cose, sia un anticipazione del Matan Torà nella quale la scala è il Sinai, gli angeli che salgono e che scendono sono Moshè ed Aron, Jacov è il popolo d’Israele, mentre sulla cima rimane Il Santo Benedetto Egli sia.

Queste semplici simbologie, apparentemente semplici "giochetti" dei nostri Saggi, ci insegnano invece grandiosi messaggi.

Sottolineiamo innanzitutto che il luogo del sogno di Jacov coincide con il luogo dove sorge il Santuario, Jeruscialaim. Occupandoci del sogno di Jacov abbiamo sottolineato come in tale occasione avvenga una concentrazione continua della materia: la strada che Jacov percorre si accorcia facendolo giungere prima del tempo sul luogo del sogno, D-o ripiega (sic!) l’intera Terra d’Israele sotto il corpo disteso di Jacov e le pietre che egli pone sotto la testa si amalgamano in un’unica pietra, sulla quale in futuro poserà l’Arca e la Torà nel Tempio. Anche per il Matan Torà avviene una concentrazione, ma questa volta delle persone piuttosto che della materia.

È infatti detto che tutte le anime degli ebrei presenti, futuri e passati sono state presenti al Matan Torà. Nelle parole dei Maestri Iddio ha ripiegato tutte le generazioni in un solo punto della storia. Tutti gli ebrei presenti vengono poi concentrati in un’unica persona e ciò Rashì lo evince dal passaggio del testo dal plurale al singolare circa l’accampamento di Israele alle falde del Sinai. Inoltre, dicendo che il dono della Torà avviene tutti i giorni è come se dicessimo che D-o ha concentrato tutto il Tempo nel momento del dono della Torà.

Durante il sogno di Jacov D-o concentra lo spazio e la materia (Erez Israel e le pietre), durante il Matan Torà, D-o concentra le persone (Israele) ed il Tempo. Tutto il Mondo si è fermato, nelle parole del Midrash, sentendo la promulgazione della Torà.

La concentrazione della Terra sotto al corpo di Jacov sottolinea il rapporto inscindibile tra il popolo d’Israele e la Terra d’Israele in tutte le sue parti. La concentrazione delle pietre testimonia il fatto che D-o è Padrone del creato e che anche la nuda materia vuole fare la Sua Volontà. Le pietre si uniscono nel tentativo di avvicinarsi ognuna alla testa del giusto che rappresenta la Torà. La concentrazione del Tempo indica che il nostro compito è quello di portare ogni giorno al livello del giorno in cui è stata data la Torà. Ogni giorno dobbiamo sentirci come se stessimo ricevendo la Torà perché la Torà viene sposata da Israele solo attraverso lo studio quotidiano. La concentrazione di Israele infine ci invita ad unirci nel servire il Signore. Solo quando Israele è unito può ascoltare la Voce del Signore.

La concentrazione di tutti questi elementi è simbolizzata proprio da Santuario. Il Santuario ha il suo centro nella pietra formatasi dall’unione delle pietre che Jacov aveva posto sotto la testa. Così il Santuario è il luogo nel quale tutta la materia viene sacralizzata per servire il Signore. Il Santuario sorge in parte sul Territorio della tribù di Jeudà ed in parte su quello di Biniamin e questo ci ricorda che l’intera Erez Israel è data all’intero popolo ebraico, così come il Santuario. Il Santuario è il luogo dove il Tempo prende una dimensione diversa, sacrale. È infatti nel santuario dello spazio che il tempo viene sacralizzato con la fissazione continua del calendario e delle feste. Ed è solo nel Santuario che la sacralità di Israele prende la sua vera dimensione con l’offerta dei sacrifici.

Scala, Sinai e Santuario: tre aspetti del rapporto D-o/Israele.

Ma c’è un altro aspetto particolarmente interessante in questa simbologia.

Se pensiamo alla congiunzione tra due ambienti, orizzontalmente parlando, possiamo dire che simbolicamente essa è rappresentata da una porta. Due ambienti che si trovano a due altezze diverse hanno bisogno di una scala. La porta e la scala sono due simboli per due diverse congiunzioni tra realtà. Le porte delle case degli ebrei in Egitto rappresentano il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Dalla vita alla morte. Chi è dentro è ebreo chi è fuori non lo è. È la congiunzione tra due mondi che scegliamo di non varcare. Il Mare che si apre è una porta. Da una parte c’è l’Egitto, dall’altra la Torà. È una porta che va varcata a qualsiasi costo anche se per fare questo bisogna sconvolgere le leggi della natura. Anche l’Arca, cioè il rapporto con la Divinità, è una porta, ma per un solo giorno all’anno. Solo nel giorno di Kippur, nel quale siamo tutti come angeli, il Sommo Sacerdote può aspirare ad un rapporto orizzontale con la Divinità (kiviachol).

Il fatto è che la porta simboleggia efficacemente il rapporto tra uomini ma non altrettanto il rapporto con D-o. Ciò è dovuto al fatto che tale rapporto è verticale: D-o e l’uomo non possono essere sullo stesso piano se non come provocazione nel giorno di Kippur nel quale noi dobbiamo perdonare il prossimo per essere perdonati da D-o.

Se non possiamo giungere a D-o attraversando una porta, come ci avviciniamo a Lui?

Una risposta potrebbe esserci data proprio dal Sogno di Jacov. Forse una scala è la giusta congiunzione tra uomo e D-o. Il Midrash sottolinea che mentre gli Angeli, rappresentanti delle varie nazioni, salgono e scendono sulla scala Jacov rimane giù. Quando D-o chiama Jacov invitandolo a salire Jacov si rifiuta. E lì D-o dice che se fosse salito non sarebbe mai sceso, a differenza degli Angeli. Ma perché Jacov non sale?

Forse Jacov ha capito la grande lezione che era nella scala. La scale costringono a passi decisi: o si sale o non si sale. Non si può salire mezzo gradino! La scala è per gli Angeli e per i gentili. I gentili sono paragonati nel Midrash agli Angeli. A loro interessa la spiritualità ma la scollegano totalmente dalla materia. Aspirano alla spiritualità ascetica, alla filosofia, al pensiero. Vorrebbero essere Angeli e come tali saliranno pure gli scalini, ma dovranno ridiscenderli uno ad uno. Jacov/Israele non è rappresentato da nessun Angelo. Jacov non aspira ad essere un Angelo, vuole essere un uomo, nel senso più bello del termine. La Torà non viene data né agli Angeli né ai gentili. Solo Israele accetta di essere uomo, di collegare spirito e materia nel giusto rapporto, senza salti. Fa bene Jacov a non accettare la proposta del Signore, a non salire. Se fosse salito non sarebbe sceso. Non è alla vita di solo spirito che aspira Jacov, ma alla vita dello spirito nella materia. Nella scala che vede in sogno Jacov manca una "vav", la congiunzione per eccellenza nell’alfabeto ebraico. È una scala che dal punto di vista di Jacov non congiunge niente.

Il verso con cui abbiamo aperto questa discussione dice due cose: Moshè entra nella nube, Moshè sale. Sembrerebbe che Moshè compia due movimenti contemporaneamente. Il Talmud paragona l’entrare nella nube all’apertura del Mare: D-o apre un sentiero per Moshè all’interno della gloria Divina così come ha aperto un sentiero ad Israele all’interno del Mare. L’apertura del mare è una porta. Il sogno di Jacov è una scala. Ma Moshè non entra in contatto con D-o né con una porta né con una scala. Solo un sentiero in salita, una rampa, garantisce un elevazione graduale. Noi siamo per i piccoli passi: su una rampa ognuno trova il suo ritmo di salita, una scala non lo consente.

Ora possiamo capire perché subito dopo il Decalogo la Torà ci dia le regole dell’altare.

"E non salirai con gradini sul Mio altare, così che non scoprirai la tua nudità su di esso." (Esodo XX,23)

Questo, che è l’ultimo verso della Parashà di Itrò ci impone la costruzione di una rampa per accedere all’Altare. Eppure nell’abbigliamento dei Coanim ci sono dei pantaloni che impediscono di scoprire la "nudità" sull’Altare! Qui non si parla di nudità fisica, ma della nudità umana nella pretesa di salire a tappe forzate verso D-o.

Nel santuario ci sono molte porte. In genere separano zone a diversa sacralità. Quasi sempre sono accompagnate da scale: scale e porte sono lo standard di comunicazione orizzontale e verticale, ma tra uomini.

Quando invece il rapporto è tra uomo e D-o solo la rampa dell’Altare può funzionare. Questa è la grandezza di Israele insegnataci da Israele nostro padre.

Noi non scaliamo scale di spirito. Lo facciano gli Angeli, lo facciano i gentili e siano pronti a ridiscendere, perché è una scala che non porta da nessuna parte.

Noi saliamo al nostro passo una rampa di terra con la volontà di dedicare questa terra e tutto ciò che noi facciamo in questo mondo al Santo Benedetto Egli sia. È una strada diversa che guarda ad ogni singolo giorno. È la continuità contro la sporadicità.

Noi non vogliamo salire fino a D-o, vogliamo servire D-o da questo mondo, con questo mondo, attraverso questo mondo. Il trattato mishnico di Avot segnala che uno dei dieci miracoli che avvenivano nel Santuario (in corrispondenza con le dieci espressioni con cui D-o crea il Mondo, con le dieci Piaghe e con i Dieci Comandamenti) era il fatto che il vento non riusciva mai a spezzare la colonna di fumo che saliva al cielo dall’Altare.

Il vento non riusciva a far diventare curva o a spezzare la retta che unisce il Cielo e la Terra.

Attraverso l’Altare Israele unisce il Cielo e la Terra. Non solo il vento non può spezzare questa retta, ma non può neanche renderla curva.

Israele non sale in Cielo, Israele congiunge Cielo e Terra.

Per questo la Torà non è stata data altri che ad Israele. Non la meritano gli Angeli e non la meritano i gentili.

La Torà la merita Israele che è pronto prima ad osservare le mizvot della Terra per poi capire i segreti del Cielo.

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici