Parashat Beshallach
In una Parashà nella quale si narra di come il Signore ci abbia condotti nel deserto, guidandoci con la colonna di nube di giorno e con quella di fuoco di notte, di come abbia aperto dinanzi a noi il Mare facendoci procedere all’asciutto e annegando l’esercito Egiziano, sembra essere chiaro che il Signore sia disposto a forzare il normale ordine delle cose per salvare il popolo ebraico.
Quello che non è affatto chiaro è con quale criterio Rabban Shimon ben Gamliel ci venga a parlare di sconvolgimento dell’Opera della Creazione per quanto riguarda la Manna e la rugiada quando abbiamo appena visto addirittura un Mare che si fa beffe della legge di gravità e di ogni altra legge della fisica aprendosi dinanzi alle "Ossa di Josef" (secondo il Midrash il Mare si aprì per onorare il feretro di Josef che veniva trasportato in Erez Israel).
Un secondo problema è comprendere il principio individuato da R. S. ben Jeoshua nell’inversione di provenienza tra il pane e la rugiada che lo spinge a sostenere che "non è stata data la Torà altri che a coloro che mangiano la Manna". Che vuol dire veramente quest’affermazione?
Per proporre delle soluzioni a questi problemi dobbiamo innanzitutto fare un po’ di chiarezza sui due elementi in questione: la rugiada ed il pane.
Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di partecipare ad una splendida lezione di Rav Benedetto Carucci Viterbi al Liceo ebraico di Roma sul tema "Succot e l’amore". Rav Carucci spiegava che nel pensiero ebraico esistono sostanzialmente due modalità di "amore" tra D-o ed Israele (ma forse anche tra uomini).
Abbiamo quindi visto che pioggia e rugiada sono i simboli rispettivamente della dimensione dell’amore condizionato e dell’amore gratuito.
Aggiungeremo che la rugiada diventa simbolo del fidanzamento alla Torà, che è assolutamente gratuito e vincolante per ogni ebreo, mentre la pioggia rappresenta i kiddushin: ossia lo studio della Torà trasforma il fidanzamento alla Torà in matrimonio vero e proprio permettendo la coabitazione.
Parlando invece di pane, ne abbiamo tre tipi in corrispondenza di tre periodi della storia ebraica:
Con questi concetti ben presenti possiamo provare a rispondere alle nostre domande iniziali.
Fornendoci la Manna come cibo Iddio sconvolge sensibilmente l’Opera della Creazione. Non parliamo qui solo della miracolosità intrinseca nell’atto, poca cosa apparentemente in confronto all’apertura del Mare, quanto allo sconvolgimento nella modalità di rapporto tra D-o e l’Uomo stabilita con la Creazione. La Manna è infatti il pane che precede ed accompagna il dono della Torà. Questo è il momento nella storia nel quale la rugiada deve venire dal basso. C’è bisogno che per una volta sia l’Uomo ad accollarsi la responsabilità dell’amore gratuito ed il popolo ebraico deve farlo vincolandosi per sempre alla Torà. "Faremo ed ascolteremo", osserveremo prima ancora di capire. Il Dono della Torà è il momento nella storia nel quale il popolo ebraico:
Il fatto che prima del Dono della Torà la rugiada salga dalla terra simula il vapore che sale dalla terra durante la Creazione del Mondo permettendo la Creazione dell’Uomo. Per creare l’Uomo ci vuole un atto di amore gratuito da parte di D-o, per accettare la Torà Israele va incontro al Signore con un amore gratuito accettandola senza condizioni.
Se la rugiada, simbolo dello spirito, sale dalla Terra, a simbolizzare il fatto che lo spirito si materializza nelle mizvot più materiali possibili, la materialità, per forza di cose, deve scendere dal Cielo.
Eccoci alla Manna. Per entrare nella Torà come si deve non si possono avere altre cose per la testa. Per ricevere la Torà per la prima volta Israele non può distrarsi neanche per mangiare. Ci pensa D-o ad apparecchiare ed a cucinare quando noi nel deserto dobbiamo ricevere la Torà. È un cibo che scende dall’alto. E’ spirito materializzato che ci viene dato da mangiare se noi spiritualizziamo la materia.
Rabban Shimon ben Gamliel, a ragione, ci insegna che più ancora dello sconvolgimento della natura (l’apertura del Mare) conta lo sconvolgimento del mondo dello spirito (la salita della rugiada e la discesa della Manna che precede il Matan Torà).
R. S. ben Jeoshua va oltre. Egli ci insegna che non era possibile dare la Torà altro che a coloro che mangiano la Manna. La Torà per essere data ha bisogno di chi è pronto a far salire la rugiada dalla terra amando senza condizioni ed accettandola senza domande. Questa è la premessa per lo studio della Torà: mangiare la Manna. È una condizione attiva dell’essere e non solo un avvenimento che si vive passivamente.
È indubbio che il Dono della Torà rappresenta un momento di elevazione unico nella storia. È il momento in cui Israele si impegna ad amare sempre ed incondizionatamente, osservando la Torà (pur sapendo di poter talvolta fallire); mentre D-o si impegna a manifestare amore a condizione che noi si segua la Via della Torà (pur amandoci gratuitamente sempre).
La vita umana non è fatta però solo di momenti unici. Essa è soprattutto quotidianità. La dimensione della Manna è una dimensione unica che è adatta al deserto che non può essere coltivato e che pertanto è il luogo giusto per inserire nel mondo la Torà.
R. S. ben Jeoshua conclude con un importante lezione: è vero che la Torà è stata data a coloro che mangiano la Manna, ma dopo di loro vengono coloro che mangiano la Terumà. Noi abbiamo la possibilità di simulare la Manna. Possiamo sostenere gratuitamente i Sacerdoti così come D-o ha sostenuto nel deserto gratuitamente un popolo di Sacerdoti. Noi possiamo e dobbiamo cimentarci con un mondo nel quale le cose dipendono da noi.
Noi dobbiamo pregare perché piova, noi dobbiamo lavorare la terra. Noi dobbiamo cuocere il pane e prelevare la terumà per darla al Coen che occupandosi del Santuario (e non può occuparsi di altro) è quotidianamente a contatto con la presenza Divina e con la Sua Torà.
È un lavoro duro, non c’è dubbio. Non per niente è lo scopo ultimo della Creazione. Eppure se è vero che la Torà è stata data una volta nel deserto a coloro che mangiavano la Manna, noi possiamo far sì che venga data tutti i giorni fornendo cibo a coloro che sono preposti a mangiare la terumà.
Oggi non abbiamo né Manna né terumà. Né Monte Sinai, né Santuario. Ne Re né Sommo Sacerdote.
Abbiamo però ancora la Torà e mettendola in pratica gratuitamente, lishmà, ossia senza pretesa di ricompensa, come la rugiada, il Signore sarà per noi come la rugiada e ricostruirà il Santuario presto ai nostri giorni.
Allora potremo provocare il dono quotidiano della Torà dando da mangiare la terumà ai Coanim nel Tempio ricostruito.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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