Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

Parashat Vaichì

"E lo portarono i suoi figli nella Terra di Canaan e lo seppellirono della grotta del campo di Mahpelà, il campo che aveva comprato Avraham come luogo di sepoltura da Efron il Chitteo, dinanzi a Mamrè" (Genesi L, 13)

"E lo portarono: …e dispose per loro la posizione. Tre ad oriente e così per i quattro venti. E l’ordine per il viaggio e l’accampamento delle bandiere sono stati stabiliti qui. Levi non ha trasportato, poiché è destinato a trasportare l’Arca; Josef non ha trasportato perché egli è il Re, Menashè ed Efraim presero il loro posto. E questo è quanto è detto (Numeri II,2) ‘Ognuno alla sua bandiera secondo i loro segni’.

(Rashì in loco)

La Parashà di questa settimana ha una particolarità grafica che ha fatto molto discutere i nostri Maestri. Si tratta infatti dell’unica Parashà di tutta la Torà ad essere "setumà", "chiusa". Con questo termine i nostri Saggi si riferiscono al fatto che nel Sefer Torà non c’è alcuna spaziatura tra la fine della parashà di Vajgash e l’inizio di Vaihì. L’ultimo verso di Vajgash ed il primo di Vaihì sono separati da un solo spazio, come tra due semplici parole. Questo fatto contraddice la regola generale secondo la quale le Parashot sono tutte distanziate o di una linea o, quanto meno, da uno spazio di nove caratteri.

Rashì offre due spiegazioni:

Il nostro grande esegeta non perde occasione per informarci che in questa Parashà gli estremi si toccano. In una stessa particolarità grafica del Sefer Torà si trovano insegnamenti circa la schiavitù, ma anche circa la redenzione.

La "morte" di Jacov è in fondo l’inizio della schiavitù, ma è anche l’unico punto in cui la Torà accenna alla venuta del Messia. Il fatto che i due estremi della condizione di Israele, e di riflesso dell’universo intero, abbiano origine comune è inciso in un assenza di spazio tra due parashot. I Saggi in Torat Koanim spiegano che il Santo Benedetto Egli sia ha "dettato" gli spazi a Moshè per permettere a coloro che studiano la Torà di soffermarsi su quanto è stato detto precedentemente. In questo caso l’assenza di spazio "forza" colui che studia a proseguire, quasi ad implicare il fatto che la "morte" di Jacov è oltre le nostre capacità di comprensione.

Ma che cos’è ad essere così difficile da capire?

Vi sarete accorti che ci siamo riferiti fino a questo momento alla "morte" di Jacov usando le virgolette. Ciò si basa sul famoso insegnamento di R. Jochanan (TB Taanit 5b) secondo il quale Jacov nostro padre non è morto nonostante la Torà ne narri il funerale. Le stesse Tosafot sottolineano che il testo non dice esplicitamente che Jacov morì.

Siamo ormai abituati al fatto che, spesso, i Maestri rivoluzionano quello che sembrerebbe essere il senso semplice di un verso, ma come si può dire che Jacov non è morto quando la Torà narra la sua sepoltura?

Una delle più belle spiegazioni la offre R. Zaddok HaCoen nella sua opera "Resisè Laila". La morte fa spavento perché è la rimozione dell’anima da questo mondo materiale. Una persona attaccata alla materialità della vita troverà sconvolgente una realtà del tutto spirituale, ma per un giusto come Jacov questo stesso mondo, in tutta la sua materialità, era diventato un esistenza del tutto spirituale. Per questo motivo il distacco dell’anima di Jacov non è affatto traumatico in quanto avviene da un corpo che è stato spiritualizzato al punto di essere paragonato al Santuario.

Perciò Jacov non è mai morto, almeno non nel senso comune del termine.

Forse uno degli aspetti più straordinari è il fatto che Jacov continua a vivere attraverso i suoi dodici figli, ed attraverso ognuno di noi suoi discendenti. Jacov è l’unico dei patriarchi la cui discendenza è completamente ebraica, l’unico ad esser riuscito a vincere totalmente le insidie dei rapporti intergenerazionali. Non è certo un caso che i Maestri ci dicono che Amalek, l’essenza stessa del male, si inserisce nello spazio che c’è tra due generazioni.

Forse è questa una delle chiavi di lettura della mancanza di spazio tra Vajgash e Vaichì: la capacità di Jacov di azzerare le distanze tra le generazioni, non solo tra lui ed i suoi figli, ma addirittura con i nipoti Efraim e Menashè che ricevono integralmente il suo messaggio e vengono elevati a figli.

In questo senso Jacov è colui che annullando lo spazio tra lui e le generazioni successive, crea coincidenza tra se stesso e la sua discendenza. Ognuno di noi è un figlio di Israele (il nome spirituale di Jacov), ma tutti insieme siamo Israele stesso!

Proprio a proposito della schiavitù noi diciamo ogni Pesah che "In ogni generazione, ognuno ha il dovere di vedere se stesso come se lui stesso fosse uscito dall’Egitto…" (dalla Haggadà di Pesach). Il popolo ebraico, grazie alla capacità di Jacov di annullare la distanza tra le generazioni, è il popolo che parla in prima persona delle peripezie capitate ai suoi progenitori. È il popolo che scatena battaglie intellettuali tra Maestri che hanno vissuto a distanza di migliaia di anni. È il popolo che non solo sacralizza il tempo, è il popolo che riesce spiritualmente a trascendere il tempo attraverso lo studio della Torà. La Torà ci permette di attaccarci a D-o che È fuori dal tempo.

Ma come ha fatto Jacov, o meglio ma come fa Jacov, al presente, ad annullare la distanza tra le generazioni? Attraverso tutto il suo corpo. Or HaChaim osserva, a proposito della imbalsamazione di Jacov, che il suo corpo non sarebbe putrefatto comunque, tanto era stato spiritualizzato.

C’è un celebre Midrash che ci può aiutare a capire.

Quando il corteo funebre di Jacov giunse a Chevron Esaù cercò di impedire la sepoltura protestando il suo diritto, in quanto primogenito, ad essere sepolto nella grotta di Machepelà. Chushim, il figlio di Dan, prese una mazza e lo colpì a morte (TB Sotà 13a). Secondo Pirkiè DeRabbi Eliezer, per la forza del colpo Esaù venne decapitato e la sua testa rotolò nella grotta ai piedi di Jacov. R. Aron Kotler spiega che anche Esav aveva studiato Torà con Avraham ed Izhak e per questo meritava di essere sepolto nella grotta. Il suo studio tuttavia era un semplice esercizio intellettuale senza alcuna partecipazione del resto del corpo. Per questo motivo solo la sua testa viene sepolta assieme ai padri.

Il Midrash è preciso sino in fondo. La testa di Esav esanime giace ai piedi del cadavere di Jacov non morto.

Colui che è il peggior nemico della Torà, in quanto la riduce solo alla dimensione intellettuale, merita sì posto con i patriarchi, ma solo attraverso la sua testa, e per giunta ai piedi di Jacov, colui che ha servito D-o e la Sua Torà con tutto se stesso, dalla cima della testa alla punta dei piedi.

È attorno al cadavere vivo di Jacov che prendono ordinatamente posto i figli, è attorno alla Torà viva che prendono posto, nello stesso ordine, le Tribù d’Israele nel deserto.

I figli di Israele non sono tutti degli intellettuali: Jeudà si occupa della politica, Zevulun del commercio, Issachar dello Studio della Torà, Levi del Santuario, Dan della giustizia, e via dicendo.

Non sono delle copie di Jacov, sono gli arti del corpo di Jacov. Tutti insieme sono Jacov, tutti insieme siamo Jacov.

Anche chi lavora o chi fa politica se lo fa servendo il Signore e la Sua Torà sta agendo come Jacov stesso, spiritualizzando la materia.

Jacov è riuscito nella sua vita ad annullare le intercapedini impedendo ad Amalek di infiltrarsi in esse: lo ha fatto annullando la distanza tra le generazioni ma anche annullando le distanze tra i suoi arti, rendendo tanto la testa che i piedi finalizzati al servizio Divino.

Ora tocca a noi: il nostro imperativo deve essere annullare la distanza tra le nostre generazioni e tra i nostri arti.

Annullare la distanza tra le nostre generazioni significa tornare alla Torà, l’unica cosa che accomuna tutte le generazioni di Israele e trasmetterla propriamente alle generazioni che ci seguiranno.

Annullare la distanza tra i nostri arti vuol dire annullare la distanza tra le varie parti del nostro popolo. C’è bisogno di tutti: ognuno ha il suo compito, ognuno deve servire il Signore nel suo modo. Tutti dobbiamo osservare la Torà.

Se riusciremo ad annullare queste intercapedini saremo degnamente chiamati Israele ed il Signore annullerà la distanza tra noi e Lui con la venuta del Redentore a Sion, presto ed ai nostri giorni.

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici

"Chizku veiamez levavchem col amiachalim l’Hashem"