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Parashat Vajeshev

"E gli disse: ‘Vai a vedere, per favore, come stanno i tuoi fratelli e come sta il gregge e torna a riferirmi la cosa’. E lo mandò dalla valle di Hevron e giunse a Shechem." (Genesi XXXVII, 14)

"dalla valle di Hevron: ma Hevron non è su un monte, come è detto ‘…e salirono per il Neghev e giunse fino a Hevron…’? (Numeri XIII, 22). Allora [devi intendere] ‘[in base] al profondo disegno [che è stato rivelato] a quel giusto che è sepolto a Hevron’, per mantenere quanto è stato detto ad Avraham [in occasione del patto] tra le parti [degli animali che aveva diviso in due] ‘…poiché schiava sarà la tua discendenza…’ (Genesi XV, 13) (Rashì in loco basato su Bereshit Rabbà e TB Sotà 11a)

Il ragionamento che è alla base dell’insegnamento qui citato da Rashì è molto semplice. La Torà ci dice che Jacov mandò Josef dai suoi fratelli dalla valle di Hevron. È però assolutamente noto che Hevron si trova su un’altura e non in una valle (ed è confermato dal passo di Numeri XIII). Il Midrash allora propone di leggere "emek Hevron" (valle di Hevron) come "profondità di Hevron" ("amok" in ebraico significa profondo).

Il senso è duplice:

Il senso di quest’insegnamento è che la Torà non aveva alcuna intenzione di dirci da dove fisicamente Jacov inviava Josef: essa voleva renderci consapevoli del fatto che Jacov lo mandava in piena coscienza di ciò che sarebbe accaduto. Jacov sapeva che i fratelli lo avrebbero venduto, sapeva che tutto si sarebbe svolto in ottemperanza al decreto Divino e, quando giunge il momento opportuno, mette in moto il meccanismo.

In effetti questo apparente "errore" (chas veshalom) geografico della Torà mette in luce il fatto che tutta la storia che leggeremo è gestita dalla Divinità, anche se noi non ne vediamo direttamente l’intervento.

La Presenza Divina in questa Parashà è apparentemente nascosta. Proprio come nella festa di Purim. Può sembrare strano eppure molti versi della nostra Parashà contengono dei riferimenti alla festa di Purim.

Uno degli elementi caratteristici della festa di Purim è il vestire abiti non propri, il mascherarsi. Il cambio di abiti simbolizza proprio il nascondersi della Presenza Divina che opera "dietro le quinte" (il nome Divino non è menzionato nella Meghillat Ester).

Nella nostra Parashà:

Un altro riferimento alla festa di Purim ci viene da un insegnamento del Midrash Teillim 10. È scritto dei fratelli che durante la vendita di Josef "si sedettero a mangiare pane [cibo]" (Genesi XXXVII, 25).

"Voi avete venduto vostro fratello e vi siete seduti a mangiare. Arriverà un tempo in cui i vostri discendenti verranno venduti durante un banchetto". Così fu, molti secoli dopo, a Susa, dove il Re Assuero ed Aman dopo aver progettato lo sterminio degli ebrei si sedettero a banchettare (Ester III, 15).

Anche il corrispettivo della vendita di Josef, 20 pezzi d’argento, è legato a Purim.

20 pezzi d’argento equivalgono a 5 sicli. Secondo R. Bechya per questo motivo i primogeniti vengono riscattati con 5 sicli (Josef era stato investito primogenito dal padre, la Tribù di Josef prende doppia eredità e doppio territorio in Erez Israel). Secondo il Talmud invece (TJ Shekalim 2:3), 5 sicli diviso dieci per i dieci fratelli colpevoli della vendita, fa mezzo siclo. Ogni anno ogni ebreo doveva versare mezzo siclo al Santuario partecipando economicamente al suo finanziamento, proprio prima di Purim. Secondo i Maestri la somma dei "mezzi sicli" rappresenta il riscatto che gli ebrei avevano raccolto autotassandosi da contrapporre al denaro che Aman propone ad Assuero per la loro distruzione. Insomma la salvezza a Purim proviene dalla mizvà del "mezzo siclo", e la mizvà viene ad espiare la vendita di Josef.

Il cambio di ruoli, motivo di fondo della storia di Purim si verifica anche qui:

Tutti questi riferimenti alla festa di Purim, che sarebbero straordinari di per sé, assumono un importanza notevole nel Sabato che quest’anno precede la festa di Chanukà.

Abbiamo detto all’inizio che l’episodio della vendita di Josef (ma in fondo tutta la sua storia) è gestito dal Santo, Benedetto Egli sia. Così siamo certi che anche il resto delle peripezie del nostro popolo sono indirizzate dal Signore. Abbiamo inoltre detto che questa Parashà è impregnata da "un’atmosfera" di Purim.

Ma perché la Torà, che ha disposizione tante occasioni per rivelarci i Suoi messaggi, sceglie di parlarci di Purim proprio quando noi ci aspetteremmo qualche riferimento a Chanukà?

Chanukà e Purim sono le due feste d’istituzione rabbinica. Esse hanno un livello spirituale più basso delle "Tre Feste di Pellegrinaggio", ma sono tarate per accompagnare il popolo ebraico nel periodo d’esilio. L’esilio corrente, sebbene il quarto ed ultimo esilio del popolo ebraico, inizia idealmente con la discesa di Josef in Egitto (il nostro esilio è motivato anche dal fatto che abbiamo passato in Egitto meno del tempo stabilito). Chanukà e Purim, legate quindi alla diaspora, parlano a noi, ebrei che convivono con quel miscuglio di bene e male che è l’esilio. Esiste però una differenza fondamentale tra le due feste: Purim è caratterizzata dalla dimensione del nascosto. Il miracolo è nascosto, Ester vuol dire "nascosto", l’ebraicità d’Ester è nascosta e persino il nome di D-o è nascosto. Purim contiene in se tutto l’esilio, tutte le sue ambiguità, tutta la dimensione del nascondersi e mascherarsi, a cominciare da D-o. Per comprenderne le caratteristiche abbiamo bisogno di un libro biblico (Ester) e del Talmud (trattato di Meghillà).

Chanukà va oltre. La caratteristica di Chanukà è di pubblicizzare il miracolo. Ci occupiamo di una mizvà (l’accensione della Menorah) che è la mizvà che testimonia la Presenza di D-o in Israele, che rende pubblico il fatto che D-o risiede (o almeno risiederà) in mezzo ad Israele. Per fare questo non servono trattati talmudici, basta che ogni ebreo accenda una sola candela così come hanno decretato i Maestri.

Allora, nel momento in cui l’esilio inizia, noi abbiamo bisogno di sapere che l’esilio è nella dimensione di Purim. E perché informarci di questo in concomitanza con la festa di Chanukà? Forse per ricordarci che ci sarà una fine all’esilio ed alla diaspora. Non è sicuramente un caso che Chanukà cada proprio nel periodo dell’anno in cui, a causa delle feste dei gentili, è più forte la nostra sensazione di esilio e di estraneità e proprio in questo momento siamo chiamati a fare luce. Ad accendere un lume solo perché l’hanno decretato i Maestri, dichiarando nella benedizione che D-o stesso lo ha comandato, testimoniando così l’autorità della Torà Orale e la Presenza di D-o in Israele.

Forse però, a ben guardare, un riferimento a Chanukà nella nostra Parashà esiste.

Quando Jeudà viene a sapere che Tamar è incinta dice "…portatela fuori e venga bruciata…" (Genesi XXXVIII, 24)

Se riflettiamo un attimo, la Menorah è posizionata nel Santo, in un luogo accessibile solo ai Coanim. Il miracolo, sia quello perpetuo del Ner Tamid che quello specifico di Chanukà, sono invisibili a tutto il mondo tranne che ai Coanim. L’operazione che noi facciamo a Chanukà è proprio quella di portare la Menorah fuori dal Santo e bruciare i lumi pubblicamente.

Si potrebbe obbiettare che non ha molto senso associare tutto questo con la sentenza di morte espressa da Jeudà. Ma accendere la Menorah fuori dal Santo non è testimoniare il fatto che abbiamo peccato, che il Santuario è distrutto per le nostre colpe e che non ci rimane altro da fare che accendere la Chanukà?

Accendendo la Menorah di Chanukà noi in qualche modo ci accusiamo pubblicamente!

La realtà è che dinanzi allo stesso pubblico davanti al quale ha espresso la sua sentenza, Jeudà poi si umilia riconoscendo la paternità del figlio che Tamar ha in grembo.

La teshuvà di Jeudà, raccolta nelle parole "lei è più giusta di me" (Ivi, 26), fa di Jeudà e Tamar i progenitori di Re David e del Re Messia, possa esso giungere presto ed ai nostri giorni.

Jeudà si rende fautore di un livello di moralità altissimo (il livello della Menorah) chiedendo di bruciare Tamar ma così facendo fa apparire ancor più grave la propria colpa quando si capisce che il vero colpevole è lui. Israele, ricordando il valore della Menorah, sottolinea la propria colpa poiché solo Israele è colpevole dell’assenza odierna della Menorah.

Jeudà è colui che riconosce la colpa, che torna a D-o. Così Israele accendendo la Menorah di Chanukà riconosce la propria colpa e torna a D-o.

Dalla colpa di Jeudà e Tamar nasce il pentimento che li renderà progenitori del Messia, dalla colpa d’Israele nasce il pentimento che ci porterà alla venuta del Messia, presto ed ai nostri giorni.

Accendiamo allora, facciamo luce sulle nostre responsabilità. Il Signore stesso farà così luce su di noi con la "Luce della Creazione" riservata ai giusti nel "Mondo a Venire".

Shabbat Shalom e Chag Sameach