Parashat Vajezè
"S'imbattè nel Luogo e pernottò lì poiché era tramontato il Sole. Prese dalle pietre del Luogo e le mise sotto alla sua testa e si distese in quel Luogo." (Genesi XXVIII, 11)
Questo verso, il secondo della nostra Parashà, è indubbiamente uno dei versi più commentati dell'intero Tanach (Bibbia). È un verso particolare dal quale si imparano molte cose ed è soprattutto un verso fondamentale perché permette di svelare alcuni simbolismi che si ritrovano poi, nascosti, in tutta la Parashà.
Iniziamo con una prima analisi di questo verso:
Vaifgà (s'imbattè): implica il fatto che ci si imbatte all'improvviso in un luogo che non ci si aspettava di incontrare. Inoltre la stessa parola può significare "e pregò". Essa è usata, infatti, come sinonimo di preghiera.
BaMakom (nel Luogo): il fatto che il Testo lo ricordi come un luogo specifico indica che è un luogo che già è stato menzionato in precedenza. Rashì lo identifica con il Monte Moria, il luogo della legatura di Izhak del quale è detto "Vide il Luogo da lontano". (Ivi, XXII,4). Makom è anche uno dei Nomi del Signore: i Maestri dicono, infatti, che "Egli è il Luogo del Mondo ma il Mondo non è il Suo luogo".
Vaialen Sham Ki va HaShemesh (pernottò lì poiché era tramontato il Sole): il verso avrebbe dovuto dire "poiché era tramontato il Sole pernottò lì". Si impara da ciò che il Sole tramontò prima del tempo stabilito.
Riassumendo potremmo affermare che ci sono due letture "nascoste" del verso:
Rashì ci spiega: nel viaggio tra Beer-Sheva e Charan, Jacov passò nei pressi del Monte Moria, il luogo dove suo padre era stato legato sull'altare costruito da Avraham, suo nonno. Nello stesso luogo Izhak aveva pregato prima di incontrare Rivkà istituendo la preghiera pomeridiana di "Minchà". Inoltre il Midrash ricorda che la parola "sadè", campo, indica il Monte Moria. In quel luogo sorgerà poi il Santuario a Gerusalemme. D-o voleva che Jacov pernottasse lì per far sì che la rivelazione profetica di quella notte avvenisse mentre Jacov dormiva sul luogo del Santuario. Per questo D-o intervenne duplicemente sulla natura restringendo sia lo spazio che il tempo: Jacov si imbattè nel Luogo all'improvviso perché D-o aveva accorciato la sua strada e pernottò lì perché D-o aveva accorciato il giorno. Entrambi gli interventi Divini erano finalizzati a far sì che Jacov si trovasse nel Luogo del Santuario al tramonto e fosse costretto a dormire lì.
Il verso prosegue dicendo che Jacov prese dalle pietre del luogo (secondo il Midrash le pietre dell'altare di Abramo) e le mise sotto (o attorno) alla sua testa. Poi dormì in quel luogo. Rashì commenta la fine del verso sostenendo che il ricordare che dormì in quel luogo implica che non aveva dormito in altri. Così il grande esegeta medioevale deriva che nei quattordici anni nei quali Jacov aveva studiato Torà presso la Yeshivà di Ever non aveva mai dormito. Delle altre cose che i Maestri ricavano dal verso citeremo solo il fatto che, secondo il Talmud (TB Berachot 26b), questo è il momento in cui Jacov istituisce la preghiera serale di "Arvit".
Prima di cercare di fare un po’ d'ordine ricorderemo solo altri due particolari che si evincono dai versi seguenti.
"La Terra sulla quale sei disteso la darà a te ed alla tua discendenza." (Ivi, XXVIII, 13)
Possibile che il Signore promette a Jacov solo il fazzoletto di terra su cui è disteso? (secondo il Midrash si tratta del punto nel Santo dei Santi sul quale posa l'Arca). "Il Santo Benedetto Egli sia ripiegò tutta la Terra d'Israele sotto di lui." (Rashì in loco.)
Nel nostro verso iniziale Jacov prende delle pietre e le mette sotto la testa, poi il testo passa alla forma singolare:
"…e prese la pietra che aveva messo sotto la sua testa…" (Ivi, XXVIII, 18)
Il Midrash racconta che per sedare una lite che era sorta tra le pietre per decidere quale di loro sarebbe stata la più vicina alla testa dello zaddik, del giusto, D-o fece di tutte una sola pietra.
Ci sono alcuni elementi che sembrano tornare continuamente in questi versi. Un primo punto su cui vale la pena soffermarsi è il fatto che avvengono una serie di sintesi: il tempo si accorcia, lo spazio si abbrevia, la Terra d'Israele si restringe fino a prendere le dimensioni dell'Arca (che sono anche le misure minime della superficie della Succà!) e le pietre si fondono in un'unica pietra.
Tutto questo avviene all'inizio della notte e non di una notte qualsiasi. È l'ultima notte di Jacov in Erez Israel prima di andare in esilio in Mesopotamia. E l'ultima notte nel luogo del Santuario alla presenza del Signore prima di molti anni nella Diaspora nella quale anche il giorno è spiritualmente buio.
È interessante che ci siano due Midrashim, apparentemente in contraddizione, sul luogo dal quale D-o prese la polvere per formare Adamo. Il primo afferma che la prese nel luogo dove avrebbe posato l'Arca, il secondo sostiene che la prese ai quattro angoli della Terra. Questi due Midrashim coincidono in quella notte particolare: tutta la Terra d'Israele è ristretta in quel solo Luogo.
Tutto l’episodio è, in effetti, una riflessione sulla vita umana. Ci sono dei momenti in cui tutto è chiaro ("boker", giorno vuol dire anche ordine): durante il giorno l'uomo si allontana dalla sua residenza e giunge fino ai quattro angoli della Terra. Si occupa di tante cose, così come i tanti sassi che Jacov pone sotto la testa. La sera invece è il momento della confusione ("erev", miscuglio, confuso): è il momento nel quale sentiamo la necessità di tornare nel luogo d'origine, tornare a casa. La casa per eccellenza è il Santuario. La sera il nostro mondo si restringe al luogo singolo nel quale siamo stati creati. C'è infatti una sola pietra.
La notte di cui parla la Torà è la notte che precede un esilio nel quale è notte anche di giorno. La notte è il momento nel quale nel Santuario non c'è attività. Sull'altare bruciano i resti dei sacrifici, i Sacerdoti fanno la guardia. Così nell'esilio si usa la Torà che si è studiata prima, D-o ci protegge.
Quando si studia Torà in Erez Israel non si dorme mai. Quando ci si trova nella Diaspora è come se si dormisse sempre.
Nelle notti della Diaspora Jacov sarà truffato da Labano che con la complicità del buio (anche spirituale) cambierà Rachel con Leà esattamente come Jacov si era sostituito ad Esav usando la cecità del padre. In quelle notti Jacov finirà per sognare animali, il suo lavoro: niente più Angeli, il buio spirituale.
Saranno proprio quelle, però, le notti in cui Jacov dovrà riuscire a ricomporre tutto. Sono le notti in cui si dovrà alternare tra quattro donne generando dodici figli. Sono le notti nelle quali dovrà fare di questi dodici figli un solo popolo.
Lo Sfat Emet a proposito della contrazione della Terra alle dimensioni dell'Arca spiega che ciò è simbolico della vita dell'ebreo: noi non dobbiamo mai relegare il Santo in un solo punto, noi dobbiamo permeare tutto di Santità. Così non possiamo relegare la kedushà nel Santuario, il nostro obbiettivo è di far sì che tutto il mondo sia un degno Santuario.
L'esilio comincia in quella notte, nel momento in cui Jacov, seppur ancora in Erez Israel, ha smesso di studiare Torà e dorme. In quella notte che è simbolica della notte che precede la distruzione del Tempio, Jacov sogna:
"Ed ecco Io sono con te, ti proteggerò dovunque andrai e ti farò tornare su questa Terra." (Ivi, XXVIII, 15)
D-o protegge Jacov, lo assiste nel buio dell'esilio e lì lo forma come popolo.
Ma l'esilio finisce, anni dopo, quando entrando in Israele e vedendo degli Angeli Jacov capisce che quello è il "Campo del Signore" e lo chiama "Machanaim", due campi. Rambam sostiene che con tale nome Jacov si riferisce al campo degli Angeli ed a quello degli uomini.
Nel momento in cui Jacov capisce che solo in Erez Israel c'è la possibilità di congiungere il campo angelico e quello umano, allora e solo allora l'esilio si conclude. Così sia per il nostro, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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