Questa settimana completiamo il primo anno di questa rubrica. Come vuole la tradizione ebraica il completamento di un ciclo di studio è un'occasione particolarmente gioiosa. Voglio ringraziare quanti ci hanno seguito fino ad ora e che spero continueranno a seguire ancora questa mailng-list. I miei ringraziamenti vanno inoltre a tutti i miei Maestri, a tutti coloro che mi hanno scritto per suggerimenti e/o chiarimenti ed in particolare a Joram Marino, che cura il sito Menorah e questa mailing-list.
Il mio augurio è che nascano iniziative analoghe alla nostra volte alla diffusione della Torà attraverso questo straordinario mezzo di comunicazione che è internet.
Parashat Toledot
"Vai per favore al gregge e prendi per me di là due capretti buoni" (Genesi XXVII, 9)
"Buoni per te e buoni per i tuoi figli. Buoni per te perché per mezzo loro ti prendi le benedizioni, e buoni per i tuoi figli perché per mezzo loro espiano nel giorno di Kippur, uno per il Signore ed uno ad 'Azazel'." (Midrash Rabbà)
Nelle scorse Parashot sono spesso avvenute delle separazioni tra fratelli. Abbiamo visto Avraham lasciare Lot (che pur essendogli nipote sale al grado di fratello dopo la morte del padre). Izchak si è separato da Ishmael. Rivkà si è separata da Lavan. Indubbiamente il messaggio che si cela dietro questo ricorrente fenomeno è che bene e male vanno tenuti separati. Abbiamo più volte detto che "kadosh" (spesso tradotto ‘santo’) significa principalmente distinto. La Torà ci insegna sin dal suo inizio a separare le cose: il giorno dalla notte, le acque dalla terra ferma e lo Shabbat dal resto della settimana. Anche tra le persone è bene separare quando la parte "marcia" rischia di rovinare quella buona.
Nella stessa linea proseguiamo questa settimana, facendo un ulteriore passo logico. Abbiamo ora due gemelli. Due individui che hanno convissuto nell'utero materno e che fin dall'utero materno hanno preso due strade diverse (cfr. Rashì su "Vaitrozzezù"). Due gemelli sono due lati di una stessa medaglia, sono due vie che possono convergere ma anche divergere. Sono forse la migliore delle rappresentazioni simboliche per avvertirci che la separazione e la distinzione continua che la Torà impone non finiscono neanche quando abbiamo separato tra noi ed un fratello. Il processo di separazione continua all'interno di ognuno di noi.
Tenendo quindi presente che il rapporto tra Jaqov ed Esav non è solo simbolico del rapporto tra Israele e le altre genti, ma concretizza il conflitto interno ad ognuno di noi, proviamo ad analizzare qualche elemento di uno dei più celebri episodi della Torà con l'ausilio del commento del Bet-Hallevì.
Dobbiamo innanzitutto distinguere tra due componenti diverse che si intrecciano nei versi della Parashà. Bechorà (primogenitura) e Berachà (benedizione).
La Torà usa, nel citare l'ordine di nascita, l'espressione "Vajezà HaRishon", generalmente tradotta come "Ed uscì il primo". Il Bet-Hallevì (citando TB Pesachim 5), sottolinea la differenza che esiste tra "Rishon" (primo) e "HaRishon" (il primo). La presenza o meno dell'articolo modifica il senso della parola: se l'articolo è presente la parola ha solo il suo senso temporale, se l'articolo non c'è la parola è da connotarsi anche qualitativamente. La Torà connota generalmente in maniera positiva le primizie. In questo caso quindi, dovremmo tradurre "Ed uscì per primo". Esav uscì per primo, ma non per questo possiede il livello superiore che ha in genere un "rishon" (primo, senza articolo). In base a ciò possiamo capire come in realtà la condizione alla nascita era assolutamente paritetica. Abbiamo due gemelli, con gli stessi diritti. Il fatto che Esav venisse considerato primogenito era solo una visione umana e parziale della situazione.
La primogenitura era, fino all'investitura dei leviti, sinonimo di sacerdozio. La "vendita" della primogenitura coincide con la designazione dell'erede spirituale di Izchak. Non è certo un caso che secondo il midrash l'episodio avviene nel giorno in cui muore Avraham. In quel momento si rende necessario decidere chi sarà il terzo patriarca. Scegliere di essere bechor (primogenito) significa scegliere di andare in schiavitù in Egitto (come predetto ad Avraham) prima di ricevere la Torà. Non è un compito facile ed Esav ci rinuncia volentieri optando per la materialità della minestra rossa. Rossa come il sangue. Il rosso della materialità che Esav ha già scelto. Verrà chiamato Edom, dalla radice di rosso.
Dal punto di vista di Esav la scelta è facile: dividiamo in due materia e spirito, questo mondo ed il mondo a venire. Io prendo questo mondo e la materialità. Jaqov lo spirito ed il mondo futuro. Io le mani, lui la voce.
La benedizione che deve assegnare Izchak prima di morire concerne solo ed esclusivamente i beni materiali ed è per questo che secondo Izchak toccava ad Esav. Per Esav era la conseguenza diretta della scelta nella materialità. Ed invece ad essere benedetto è Jaqov.
Jaqov non vuole questa benedizione. Non sa che farsene. Lui ha scelto lo spirito ed è d'accordo a lasciare al fratello la materia.
Non così le cose devono andare. Si intromette Rivkà ed è lei che cambia la storia. Rivkà si rende conto che le benedizioni terrene vanno comunque a Jaqov.
Benedicendo Jaqov al posto di Esav, Izchak assegna al nostro terzo patriarca il possesso dei beni materiali. E questo è strano. Siamo forse noi il popolo che sottolinea l'importanza della materia?
Qui c'è la chiave del discorso. Noi dobbiamo spiritualizzare la materia. Ma non possiamo farlo con ciò che è di qualcun altro. La materialità corrompe lo spirito ma il problema non si risolve annullando la materia. Si deve spiritualizzarla ed innalzarla. Non possiamo cancellare la materia per evitare di essere traviati. Dobbiamo vincere la materia scegliendo lo spirito.
Esav divide tutto in due: questo mondo a me, il prossimo a te. La materia a me, lo spirito a te. Nel diritto ebraico non si divide così. Se ci sono due fratelli si divide per tre ed il primogenito prende due parti. Così, essendo Jaqov il primogenito non solo possiede il mondo futuro, ma anche una parte di questo mondo.
Rivkà capisce che la Torà non è per asceti. Ci vuole il vino per fare il Kiddush, il denaro per fare la Zedakkà ed i greggi per fare i sacrifici. Si deve portare la Torà nella materia.
I due capretti che Rivkà prepara e che sono lo strumento del suo piano diventeranno i due capri del giorno di Kippur. Due capri identici, gemelli, come Jaqov ed Esav. Uno prende la strada del deserto portando via la materialità negativa da Israele, l'altro viene sacrificato innalzando fino a D-o la materia che Israele è riuscito a spiritualizzare.
Per Esav il mondo è due. Solo Rivkà capisce che il mondo è sempre più di ciò che si vede, almeno uno in più.come l'eredità. Se si vede due, allora deve essere tre.
Nel mondo come lo vede Esav ci sono solo due Santuari. Ma il nostro compito è di provocare la costruzione del terzo.
Ecco perché Esav non accetta il fatto che Jaqov prenda anche la berachà (benedizione) dopo aver preso la bechorà (primogenitura).
Benedire Jaqov con i beni materiali vuol dire accettare il principio "del tre". Significa accettare il fatto che il Terzo Santuario verrà costruito, presto ed ai nostri giorni.
Il terzo Santuario è chiamato, paradossalmente "Rishon", "primo", senza articolo. Primo in assoluto, migliore, definitivo. Il Tempio dell'era messianica.
Così Izchak, un sacrificio non ancora sacrificato, deve sancire con la benedizione di Jaqov la costruzione di un Tempio non ancora costruito nel quale in eterno si separerà tra due capretti identici nel giorno di Kippur.
Concretizzare tutto ciò è il nostro compito. Dividendo tra bene e male, tra "kasher" e "taref", tra giorno e notte, tra Shabbat ed il resto della settimana e tra Israele e le altre genti.
Cominciando a separare il bene e il male che c'è in noi potremo essere degni di essere noi tutti un Santuario ospitando in noi la presenza Divina.
"E mi faranno un Santuario, ed Io risiederò in loro." (Esodo XVIII, 8)
Shabbat Shalom
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