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Parashat Haiè Sarà

"E questi sono gli anni della vita di Ishmael: cento anni, e trenta anni e sette anni" (Genesi XXV, 17)

Nel Talmud (TB Meghillà 16b-17a) questo verso viene utilizzato in maniera piuttosto interessante. Forse la domanda di partenza dovrebbe essere: come mai la Torà, tanto parsimoniosa nell'uso delle parole, segnala qui l'età di Ishmael in punto di morte?

Sapere l'età di Ishmael è assolutamente necessario perché è l'unico dato che può permettere di sapere l'età di Jacov nel momento in cui egli fugge dalla casa paterna alla volta della Mesopotamia. Secondo la Tradizione Jacov viene punito per aver abbandonato il padre: gli anni in cui Jacov vive lontano dal padre corrispondono agli anni in cui Josef sarà lontano da Jacov. In effetti il conto non torna esattamente: avanzano 14 anni. Senza entrare nel complesso calcolo che affronta il Talmud, diremo che i maestri ricavano che per 14 anni Jacov ha studiato Torà nella Yeshivà di Ever. Dal fatto che Jacov venga punito per tutti gli anni della sua assenza dalla casa paterna tranne che per gli anni in cui ha studiato Torà, i Maestri imparano l'importantissimo principio in base al quale lo studio della Torà è più importante dell'onore che si deve ai genitori.

Tutto questo comunque non sarebbe possibile se la Torà non ci dicesse a che età muore Ishmael visto che si ricava in un altro verso che la morte di Ishmael coincide con la fuga di Jacov.

Questo non è che uno dei tanti versi apparentemente del tutto superflui che invece permettono di ricavare importanti messaggi come questo principio che ha importanti ripercussioni halachike (legali).

In questa Parashà però, la morte di Ishmael non è l'unica morte che viene ricordata. La Parashà si apre infatti con la morte di Sarà e si chiude con la morte di Avraham, narrata appena prima della morte di Ishmael. È una Parashà? nella quale si chiude effettivamente un epoca. Il compito di Avraham si sta concludendo ed il primo patriarca si appresta a lasciare ad Izchak la guida dell'idea monoteistica.

Prima di morire però, Avraham si deve accertare che Izchak sia in grado di proseguire il suo compito in maniera degna. Ecco quindi che decide di trovare moglie ad Izchak. Era già chiaro ad Avraham, forse proprio per aver vissuto con un personaggio dello spessore di Sarà nostra madre, che la chiave per la sopravvivenza della Torà è nella famiglia. Izchak ha bisogno di una moglie e Avraham sa che non è possibile trovare una moglie adatta ad Izchak in Erez Canaan. Il luogo giusto ? La sua casa paterna in Mesopotamia. Avraham è vecchio e non può affrontare il viaggio ed Izchak non può uscire da Erez Israel perché è stato consacrato come "sacrificio" (vedi Parashà precedente). Avraham manda allora il fido servo Eliezer. Proprio del viaggio di Eliezer si occupa prevalentemente questa Parashà.

La celebre storia del servo che incontra Rivkà è narrata dal testo addirittura due volte. La prima all'avvenire dei fatti, la seconda nel resoconto che Eliezer fa alla famiglia di Rivkà. Meravigliati dal fatto che questo racconto viene narrato due volte mentre molte regole importanti (come anche il principio di cui abbiamo parlato in principio) vengono solo accennate o addirittura devono essere ricavate tra le righe del testo, i Maestri esclamano: "È più cara a D-o la conversazione dei servi dei patriarchi che gli insegnamenti dei loro figli."

È vero che dal doppio racconto di Eliezer, e soprattutto dalle differenze nei due racconti, si imparano molte cose importanti, ma, appurato che la Torà è principalmente un libro di Legge, sembra assurdo dilungarsi tanto quando poi per leggi importanti vi sono solo accenni.

Eppure i fatti parlano chiaro e i Maestri non possono che confermare con la loro espressione l'importanza del racconto di Eliezer. Soprattutto della sua conversazione, ossia della seconda versione del racconto.

Dobbiamo inoltre ricordare che Eliezer è l'unico dei servi dei patriarchi di cui si parla espressamente, quindi il detto dei Maestri si riferisce principalmente a lui.

Perché la Torà ha questo strano approccio nello spazio che dedica ai vari avvenimenti?

Una delle possibili risposte si trova proprio nella seconda versione del racconto di Eliezer.

"E dissi al mio Signore: 'Forse la donna non vorrà seguirmi." (Genesi XXIV, 39)

Rashì (in loco) sottolinea che la parola "forse" (ulai) è scritta qui in forma difettiva (manca una vav) tanto che è possibile leggerla anche "elai", a me, per me.

In questa maniera la Torà ci rivela la speranza segreta di Eliezer.

Eliezer era, secondo la Tradizione, un convertito. Egli aveva seguito il suo padrone non solo fisicamente ma anche spiritualmente diventando un dotto di Torà. Avraham anche lo considerava molto, tanto da farlo responsabile di tutti i suoi averi. Eliezer aveva una figlia. Quale poteva essere il sogno di Eliezer se non il fatto che sua figlia sposasse Izchak? Inconsciamente lo pensa sin dall'inizio chiedendo al padrone che cosa fare in caso di fallimento. Nella pratica egli lo rivela a se stesso solo dopo che si è reso conto che il Signore aveva già predisposto tutto sin dall'inizio. In quel "forse" c'è un "a me".

Eliezer aveva tutto da guadagnare fallendo la sua missione ed invece si piega al suo padrone e soprattutto al Signore, Padrone del suo padrone.

Abbiamo parlato la scorsa settimana della "legatura di Izchak", la prova suprema di Avraham. Questa è la settimana della prova suprema di Eliezer. Andare contro i suoi interessi per osservare la volontà di Avraham che aveva fatto sua la volontà del Signore.

È una prova diversa, è la prova di chi non ha udito la Voce del Signore. È la prova di chi si deve fidare della voce del Maestro. È la nostra prova quotidiana: fidarci dei Maestri ed andare contro i nostri "apparenti" interessi in ottemperanza dell'interesse supremo, servire il Signore.

Questa è la Parashà dove un ebreo qualsiasi, addirittura un ebreo per scelta, sacrifica i suoi desideri dinanzi all'ordine del suo Maestro.

Questo il grande messaggio della Torà che nella scelta degli spazi penalizza molte mizvot e beneficia Eliezer, il servo di Avraham.

Una mizvà si può ricavare anche da una sola parola. Ci vogliono due racconti però per dimostrare come Eliezer si pieghi alla volontà Divina in perfetta buona fede. Solo quando racconta i suoi eventi si rende conto, e lo ammette, che in fondo avrebbe sperato di non riuscire.

I figli dei Patriarchi si affaticheranno a ricavare le leggi da poche parole della Torà, ma Eliezer ed il suo esempio si meritano quasi una Parashà intera.

L'atteggiamento di Eliezer, in fondo, è la condizione necessaria all'osservanza di ogni mizvà.

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici