TORAH.IT
RAV RICCARDO PACIFICI - DISCORSI SULLA TORÀ
XLVI
'ÈKEV
(Deuteronomio VII, 12 - XI, 25)
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Nella serie di queste Parashoth riassuntive ed esortative che sono altrettanti grandiosi discorsi rivolti da Mosè al popolo, la Parashà di questo sabato potrebbe portare questo titolo: la fedeltà o l'infedeltà d'Israele a Dio. A diverse riprese e sotto diversi aspetti è questo - si può dire - l'argomento principale, il tono fondamentale di queste allocuzioni attraverso le quali Mosè mira a richiamare il popolo all'obbedienza ed alla disciplina alla legge di Dio. Sia che egli si riferisca alla prossima conquista della terra e alla distruzione di quei popoli che indegni ormai di abitarla debbono lasciare il posto ad Israele, sia che egli si richiami al recente passato della storia del suo popolo e da esso tragga gli ammaestramenti per il futuro, in entrambi i casi è sempre questo tasto fondamentale che Mosè vuole toccare, la vita d'Israele, il benessere, la felicità d'Israele non si potrà mai concepire senza l'obbedienza del popolo alla legge di Dio. Sembra che il grande Maestro si preoccupasse - ed aveva ben ragione - di scolpire bene questi principi nelle menti e nell'animo dei suoi fratelli, presago purtroppo delle facili e frequenti defezioni.
Mentre, dunque, Mosè è intento a ribadire il grande principio della fedeltà al Signore in un'allocuzione dell'odierna Parashà, rievoca il periodo della migrazione nel deserto, questo periodo così pieno di avvenimenti e di insegnamenti, questo periodo che ora sta per concludersi e che ha costituito come la scuola di addestramento spirituale del popolo d'Israele, il suo duro tirocinio prima di iniziare la vita normale sulla terra di Canaan. Ricordati, dunque, dice Mosè, la strada, questa lunga strada percorsa entro questi 40 anni, ricordati che il Signore ti ha afflitto, ti ha anche fatto patire la fame, ti ha fatto mangiare la manna, affinché tu sapessi che "lò al ha - léchem levadò khjé adàm - l'uomo non vive di solo pane" (Deut. VIII, 3). Grande, insuperabile affermazione, grande verità che sta bene sulle labbra del sommo profeta d'Israele. Grande verità che non solo quella generazione, ma tutti noi dovremmo avere sempre presente nel considerare profondamente il valore della nostra vita.
Qual'è infatti la più diffusa misura per valutare la vita umana e sopratutto per stabilire i criteri di condotta e di azione? La maggior parte degli uomini non si limita che a considerazioni di ordine materiale; il pane, ecco, in una parola sola il criterio valutativo e direttivo; il pane, bisogna procurarsi il pane, non solo nel senso di cavare dalla terra il suo prodotto, ma bisogna procurarsi il pane in cento altre forme, il sostentamento per sé e per la propria famiglia. Questo forma la pressante preoccupazione di ogni uomo e fin qui nulla di più naturale; ma succede poi che tutta dico tutta l'attività creatrice dell'uomo è assorbita da questo problema, succede che l'uomo converga verso di esso tutte le proprie energie, succede che la corsa verso le necessità della vita non ha più tregua, perché queste necessità diventano sempre maggiori, sempre più grandi le esigenze, sicché tutto il campo della vita di un individuo resta completamente invaso dalla conquista materiale, e si dimentica, si perde oramai di vista che al di sopra di queste necessità terrene, al di sopra del pane che l'uomo si procura con il sudore della propria fronte, c'è pure l'altro pane, il pane celeste, il pane della parola di Dio. E pure di esso che l'uomo deve vivere: anzi perché la vita dell'uomo sia vita nel senso più vero e più alto della parola, occorre che l'uomo si alimenti di questi beni ideali, di questi celesti doni che soli possono dare un suggello di nobiltà alla sua esistenza; l'uomo deve sapere che al di là del livello normale e terreno della sua vita c'è un piano ideale, c'è il piano della Torà senza del quale la vita nostra scenderebbe al livello di quella dei bruti. Ed allora quando l'uomo abbia presenti al suo spirito i veri valori della vita, allora quelli di ordine materiale passano in secondo rango, allora l'uomo - se vuole - può dimostrare a se stesso e agli altri che egli può in parte anche rinunciare al pane materialmente inteso, ma non può mai rinunciare al conforto e al balsamo che a lui viene dall'altro nutrimento che è il dono più diretto della parola di Dio. Se questa verità è applicabile a tutti gli uomini, si può dire che è in modo speciale applicabile ad Israele. Tutta la vita di Israele è un commento a questa verità, non solo i 40 anni del deserto, che sono stati il preludio della vita d'Israele, ma anche poi, durante tutta l'età dell'esilio, Israele ha dimostrato di poter e di saper ridurre le sue esigenze materiali, ha saputo sopportare le afflizioni, le carestie, gli esili, ma non ha saputo mai rinunciare al pane della Torà, al pane del sapere, al dono celeste della sapienza di Dio; è questo pane celeste che ha dato ad Israele la vera vita, che ha reso Israele degno di occupare un rango speciale nella vita dei popoli. Israele non ha avuto risorse materiali, non ha avuto la terra, e con essa tutti i doni della terra, non ha avuto il suo mare, i suoi fiumi e tutti i beni della natura che arricchiscono l'uomo; ma, nonostante ciò, Israele ha avuto le infinite e quasi inesauribili risorse del suo spirito; egli sa che queste sono il vero fondamento e la vera garanzia della vita; egli potrà dunque, anche soffrire, anche rinunciare alla vita volgarmente intesa, ma egli continuerà a vivere e a prosperare anche nelle epoche difficili, anzi proprio in queste egli potrà dimostrare a se stesso e agli altri qual'è il vero segreto dell'esistenza: sapersi piegare alla volontà di Dio, abbandonarsi a Lui con fiducia, cogliere la verità e l'insegnamento eterno. Con queste premesse, con queste garanzie anche il servo del Signore, come dice il nostro profeta, anche il servo del Signore che dovesse camminare per l'oscurità, e senza luce, confiderà nel nome del Signore, si appoggerà al suo Dio. "Benché cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome dell'Eterno e s'appoggi al suo Dio" (Isaia L, 10).
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