XXII - XXIII
VAJAKÈL - PEQUDÈ
(Esodo XXXV - XL)
LA COSTRUZIONE DEL TABERNACOLO
Nella sezione biblica di Terumà, Mosè aveva ricevuto da Dio l'ordine relativo alla costruzione del Santuario e dei suoi arredi; l'episodio del vitello d'oro e il momentaneo allontanamento del popolo dall'idea unitaria di Dio, avevano impedito a Mosè di trasmettere al popolo quell'ordine; ma quando lo stesso Mosè, dopo aver interceduto presso Dio, ottiene il perdono del popolo, scolpisce le nuove tavole e riconduce Israele nell'orbita del patto col Signore, quando insomma la riconciliazione tra Dio ed Israele è un fatto compiuto, allora anche la costruzione del Tabernacolo può ormai effettuarsi. Con essa, anzi, il popolo dimostrerà la sua devozione e la sua fede a Dio; ed ecco le due Parashoth che qui commentiamo e con le quali si chiude il libro dell'Esodo, ecco queste due Parashoth presentarci il racconto della fedele attuazione del comando divino. Là, nella sezione di "Terumà" il Tabernacolo era per così dire una visione, era un quadro ideale presentato a Mosè: ora la visione si trasforma in realtà; là il pensiero e l'idea, qui l'azione. Una solenne adunata di popolo è convocata da Mosè ed ecco tutto il campo in movimento, ecco affluire le offerte, ecco il popolo venire a gara nel presentare i doni, ecco le donne offrire i preparati finissimi di lana, di porpora e di bisso, ecco i principi e i notabili donare le pietre preziose, ecco infine i capi degli artefici, Bezabel e Aholiav, seguiti da una immensa schiera di artieri e di ingegneri specializzati che pongono mano all'opera. Mosè ha descritto la costruzione: ognuno degli artefici secondo la propria specialità, intraprende il lavoro con quello zelo che si può immaginare per la costruzione di un edificio sacro: il lavoro ferve ininterrottamente per alcuni mesi ed ecco con quello stesso slancio con cui erano affluite le offerte e i materiali da costruzione, ecco ora con quello stesso entusiasmo vengono presentati gli arredi ormai ultimati. Ogni artefice reca il frutto del suo lavoro, eseguito secondo il modello divino, ed ecco i vari costruttori presentarsi a Mosè e consegnare a lui i vari arredi. Ora ognuno ha fatto il proprio dovere, ognuno ha adempiuto al comando di Dio e Mosè infatti elogia non tanto la magistrale opera di ogni artefice, quanto lo spirito e lo zelo religioso impiegati per eseguirla.
Ora tutto è pronto e il Santuario può essere costruito: ricomporre i vari arredi in unità, disporli secondo il piano preordinato a formare il Tempio: questa è l'opera di Mosè. Gli arredi rappresentano i singoli, i cuori, le volontà di ogni individuo; la composizione degli arredi rappresenta il fine, l'unità superiore che giustifica le varie attività; quando tutte le attività si uniscono e mirano ad un solo ideale, allora l'opera è degna di elogio. Ora è Mosè che personifica questa unità ideale, è Mosè che porta a compimento la costruzione. Ed ecco sorgere il quadro maestoso e imponente del Santuario, ecco che nel primo mese di Nissan, del 2° anno dall'uscita dall'Egitto, si compie e si edifica quel centro di vita religiosa che in sostanza è simbolicamente lo scopo stesso dell'uscita dall'Egitto. Ecco Mosè che nel giorno indetto erige il Tabernacolo: pone i piedistalli e i cardini d'argento e di rame, drizza le tavole e le colonne, stende le cortine e le variopinte tende, divide i tre spazi del Santuario, colloca l'Arca nel Santissimo, dispone nel Santo, uno a fronte dell'altra, le tavole di presentazione e il candelabro e dirimpetto all'Arca, l'altare dei profumi, erige il lavacro per i sacerdoti e l'altare dei sacrifici, ed ecco che il Santuario è una realtà: non più una visione o un ideale, ma è la sintesi effettiva e reale degli sforzi e delle volontà spiegate da tutti i membri delle Comunità: la costruzione del Santuario è la volontà religiosa in atto, è la manifestazione concreta del sentimento, e dell'aspirazione verso l'ideale di Dio: ora Dio può scendere e dimorare in mezzo al Suo popolo.
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