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Parashat Nizzavim – Vajelech 5763
Parashat Nizzavim – Vajelech 5763
"Le [cose] nascoste, sono per il Signore nostro D-o, e quelle rivelate sono per noi ed i nostri figli in eterno, per fare tutte le parole di questa Torà" (Deuteronomio XXIX,28)
"Le [cose] nascoste, sono per il Signore nostro D-o: [ora tu puoi obiettare]: 'Ma cosa possiamo farci? Tu punisci l'intera comunità per i pensieri peccaminosi dell'individuo, com'è scritto (ivi,19): 'Se ci fosse tra di voi un uomo...' ed il testo continua '…e vedranno le piaghe di quella terra…'. Ma certamente nessuno può conoscere i pensieri segreti del proprio prossimo! [Risponde il Signore:] 'Io non vi punirò per le cose nascoste, perché 'sono per il Signore Nostro D-o', ed Egli porrà la punizione su quell'individuo. Ma 'quelle rivelate sono per noi ed i nostri figli' sì da sradicare il male di mezzo a noi. Ma se noi non esercitiamo il giudizio su di esse, allora l'intera comunità viene punita." (Rashì in loco)
La doppia Parashà della nostra settimana è profondamente legata agli Yamim Noraim, i Giorni Tremendi di Rosh Hashanà e Kippur che ci apprestiamo a celebrare nelle prossime settimane. In effetti almeno la Parashà di Nizzavim viene letta sempre nello Shabbat che precede Rosh Hashanà.
Il verso di cui ci occupiamo questa settimana propone una profonda riflessione sul concetto di responsabilità umana per le trasgressioni della Torà e la sua ripartizione tra il singolo e la comunità. Tale riflessione è particolarmente apprezzabile attraverso il primo dei due commenti in loco di Rashì (del secondo ci siamo occupati nella derashà del 5758). Bisogna distinguere tra le colpe nascoste e quelle rivelate. Infatti non si può attribuire alla collettività la responsabilità per le trasgressioni nascoste del singolo. Sarà il Signore che punirà il trasgressore. Al contrario, quando queste sono note, è responsabilità della collettività attraverso i Tribunali occuparsi del trasgressore. La comunità diventa rea della colpa del singolo quando questa diviene incapace di estirpare il male di mezzo alla nazione, rinunciando così all'obiettivo Divino di una società giusta amministrata dall'uomo.
Del resto, ricorda lo stesso Rashì nella seconda parte del suo commento, il momento che segna l'inizio di questa responsabilità collettiva è il passaggio del Giordano e la costituzione delle istituzioni statali e prima di ciò la collettività non è punibile per le trasgressioni del singolo. Ne risulta che la vita del deserto è fortemente caratterizzata dalla dimensione del singolo, laddove la vita in Erez Israel è legata alla dimensione della collettività. In questo senso l'ingresso in Erez Israel rappresenta il punto di passaggio tra le due.
Tale evoluzione non è da relegare al solo processo storico-educativo del popolo d'Israele ma è anzi ripercorribile ogni anno attraverso i giorni di Rosh Hashanà e Kippur.
Nel Salmo con il quale i Leviti accompagnavano l'esecuzione del Tamid (l'offerta quotidiana) del giovedì e che i Saggi legano strettamente a Rosh Hashanà leggiamo: "Suonate nel [Capo] Mese lo Shofar, nel nascondersi del giorno della nostra festa" (Salmi LXXXXI,4). Ciò si riferisce senz'altro al fatto che Rosh Hashanà è l'unico dei Moadim a cadere di Capomese, quando la luna nuova è invisibile, nascosta all'uomo. Ad un livello più profondo però l'essere nascosti è la chiave per comprendere lo spirito di questa giornata.
Rav Israel Salanter spiega infatti che la differenza radicale tra Rosh Hashanà e Kippur è nel fatto di essere nascosti a Rosh Hashanà e rivelati a Kippur. Il giorno di Rosh Hashanà noi ci annulliamo dinanzi alla Regalità di D-o. Rosh Hashanà è il giorno del terrore del giudizio e dell'annullamento dell'io. Kippur di contro è il giorno dell'apertura, della rivelazione. Del dispiegamento. L'Ari"zal lo paragona al dispiegamento della Meghillat Ester che va completamente aperta prima di iniziare la lettura.
Allo stesso modo l'approccio che dobbiamo avere nei confronti di questi due giorni è diverso. Nel giorno di Kippur noi ci dichiariamo apertamente e giungiamo alla completa espiazione solo attraverso l'esposizione particolareggiata delle nostre colpe. Di Rosh Hashanà invece noi guardiamo timidamente al futuro e non siamo in grado di sopportare un giudizio direttamente legato alle nostre colpe. Solo di Kippur, dinanzi alla misericordia Divina, ci apriamo.
Di Rosh Hashanà il nostro obbiettivo è quello di rinnovare su di noi il Regno di D-o, noi dobbiamo proclamare il Signore nostro Re. Su tale processo verte appunto la preghiera del Musaf che ci conduce attraverso le sue tre benedizioni peculiari: Malkuiot (regalità), Zicronot (ricordo) e Shofarot (shofar). Queste tre benedizioni si poggiano sul concetto stesso di introspezione individuale, di un nascondersi in sé che non è un fuggire quanto piuttosto una profonda ricerca nella radice della propria anima. Il verso culmine delle Malkuiot è il primo verso dello Shemà.
Spiega Rabbì Israel Salanter che quando l’ebreo urla "Shemà Israel" proclama Iddio Re sui quattro angoli della Terra e sui sette Cieli, ma si dimentica di proclamarlo Re su se stesso. Il senso dello Shemà deve dunque essere in primis quello di fare Iddio re su di noi come singoli.
In passato abbiamo visto che anche Zicronot (ricordo) e Shofarot (shofar) sono fortemente caratterizzate dalla necessità di introspezione. Rav Israel Salanter (Or Israel 7) evince dal Talmud Bavlì (Rosh Hashanà 26a) due principi fondamentali in tal senso:
1. Lo Shofar è una questione interna. È una questione interna in quanto deve suscitare il ricordo, il quale ricordo è un operazione interna che ognuno di noi compie dentro di se.
2. Colui che ascolta nel giorno di Roash Hashanà il suono dello Shofar è paragonato al Sommo Sacerdote che entra nel Santo dei Santi nel giorno di Kippur.
L'operazione che veniamo chiamati a fare di Rosh Hashanà è dunque principalmente su noi stessi. Se vuoi fare di D-o il tuo Re, dicono i Saggi, fai della tua testa il tuo re. Gli istinti e le emozioni devono essere controllati dal cervello. E già i Saggi hanno detto che le parole della Torà non si mantengono altro che in chi è disposto ad uccidersi su di esse, che il Rav Dessler intende come colui che è disposto ad uccidere il proprio io, il proprio ego su di esse. Per fare di D-o il mio Re, devo rinunciare alla mia stessa regalità, all'indipendenza del mio stesso io.
Il giorno di Rosh Hashanà, che è anche chiamato il giorno del concepimento del mondo, è nel pensiero rabbinico il sesto giorno della creazione, il giorno della creazione di Adam, nel Venerdì primordiale. In quello stesso giorno, come noto, Adam pecca, viene giudicato e perdonato. Interessate l'operazione che compiono Adam e Chavà dopo aver peccato. In primo luogo si rendono conto di essere nudi, dunque rivelati, e si coprono con cinture. Poi "ascoltarono la voce del Signore Iddio che procede nel giardino nel vento del giorno, e si nascose Adam e sua moglie dinanzi al Signore Iddio dentro l'albero del giardino" (Genesi III,8)
In qualche modo il difficile processo di ritorno a D-o parte proprio da questo coprirsi, da questo nascondersi. Solo una volta che l'uomo si nasconde nell'albero del giardino, l'albero della vita, la Torà, Iddio chiede 'Dove sei?'. Il nascondersi di Adam non può essere letto in maniera infantile rinunciando a quanto la Torà ci dice espressamente. Adam si nascose nella Torà. Adam si coprì dell'introspezione della propria anima alla ricerca di sé, del suo ruolo, dei suoi errori e della possibile riparazione. Ed Iddio dà voce al suo interrogativo nel chiedergli 'Dove sei?'
Il nascondersi, l'introspezione, il capire dove si è, divengono dunque dei passi imprescindibili nel percorso del ritorno a D-o. Moshè cerca il perdono Divino per Israele, celandosi nell'anfratto della roccia, Jeoshua passa una notte di introspezione e studio dopo essere stato ammonito dall'Angelo, Jonà giunge alla sua Teshuvà nel ventre della barca prima ed in quello del pesce dopo, Eliau Hannavì si nasconde nella stessa grotta del Sinai, lo stesso Chonì HaMeagghel si 'circoscrive' dentro ad un cerchio nel pavimento, Rabbì Elazer ben Doridià raggiunge la sua tragica Teshuvà nel nascondere la sua testa tra le ginocchia mentre piangeva e così molti altri.
La Teshuvà inizia con l'introspezione.
È antico uso degli ebrei romani leggere da Rosh Codesh Elul sino a Kippur il Salmo XXVII che comincia con le parole: "A David, il Signore è la mia luce e la mia salvezza". I Saggi dicono "la mia luce di Rosh Hashanà, la mia salvezza nel giorno di Kippur". Ciò sembrerebbe in aperta contrazione con quanto detto fin qui. Come si concilia la luce con ciò che è nascosto o comunque coperto?
Nei Salmi (CIV,2) leggiamo che Iddio 'stende la luce come una veste'. Questo verso, con il quale introduciamo la benedizione del Tallit, descrive la Creazione della luce ed indica secondo il Midrash Bereshit Rabbà (III,4) che Iddio si è ammantato con la luce ed ha fatto risplendere la Sua Gloria da un capo all’altro del mondo.
La Creazione della Luce Primordiale, quella luce destinata ai giusti nel mondo futuro viene creata da D-o ammantandosi, in qualche modo coprendosi. È a questa luce spirituale che ci richiamiamo quando cerchiamo la concentrazione della preghiera nell'ammantaci con le Mizvot attraverso lo zizzit. La creazione della luce, è il primo passo nella creazione del mondo. Per creare il mondo Iddio si "limita", si "ritrae un poco", si copre o nasconde, proprio attraverso la Creazione. La creazione, persino quella della Luce, è per definizione un celarsi del Signore, volto a lasciare spazio a noi. Notevole che il Midrash ci inviti a leggere le tuniche di or che Iddio fa ad Adam e Chavvà nel cacciarli dall'Eden come alef vav resh, che significa luce anziché come ayn vav resh, come effettivamente è scritto, che significa pelle.
Il Signore ci indica il percorso della Teshuvà proprio nell'introspezione degli abiti di luce. Di quegli abiti che, se li sappiamo indossare, anziché nasconderci ci illuminano di luce spirituale. Perché se è vero che il processo di colui che ritorna inizia con il nascondersi è altrettanto vero che è imperativo saper uscire rigenerati. Gli Yamim Noraim sono un mikvè nel quale abbiamo l'obbligo di immergerci, ma dal quale dobbiamo saper uscire purificati. I Saggi ci ricordano ciò nel dirci che Josef uscì di prigione nel giorno di Rosh Hashanà (TB Rosh Hashanà 11a). È nell'uscire dal carcere che Josef viene chiamato dal Faraone Zafnat Paneach, colui che svela le cose celate. Il nostro compito tra Rosh Hashnà e Kippur è proprio quello di svelarci, di essere celati a Rosh Hashnà ed aprirci poi fino ad essere completamente aperti di Yom Kippur, come la Meghillat Ester. Dopo il suono dello Shofar dicamo infatti: 'e fai uscire alla luce il nostro giudizio'.
È dunque la profonda introspezione del singolo di Rosh Hashanà che dirompe nel completo svelamento della collettività nel giorno di Kippur. Tutto è svelato a Kippur. Persino il Nome Tetragrammato può essere pronunciato dal Sommo Sacerdote, persino il verso del 'Baruch Shem Kevod Malkutò' può essere detto ad alta voce. Il Santo dei Santi, il luogo precluso per eccellenza è aperto dinanzi al Sommo Sacerdote, tutto il popolo può vedere il filo scarlatto divenire bianco come i peccati d'Israele che vengono perdonati. Il Sefer di Moshè viene tratto fuori dall'Arca e letto dal Coen Gadol. Ed proprio nel giorno di Kippur che Moshè si rivela a noi dandoci la Torà. La Torà della Teshuvà. Il Coen Gadol che era stato recluso per una settimana di introspezione nella Lishkat Paredrin esce dal Santuario alla fine di Kippur e, nelle parole del Seder Avodà, luminoso come un astro festeggia il perdono assieme al popolo.
Su quest'elemento vale la pena di riflettere. Il picco spirituale di Rosh Hashanà è il suono dello Shofar che è paragonato da Rabbì Israel Salanter all'ingresso del Coen Gadol nel Santissimo nel giorno di Kippur. Ma nel giorno di Kippur non è l'ingresso del Coen l'apice, quanto la sua uscita. È all'uscita del Coen che inzia la sfida del Kippur con le figlie d'Israele che danzano nei vigneti, la creazione di nuove coppie e nuove case ebraiche. Paradossalmente il culmine di Kippur è nell'inizio della costruzione della Succà, la chiusura delle porte del Tempio, la Neilat Shearim, che coincide con l'apertura di tante nuove porte di case ebraiche che sapranno essere tanti Santuari del D-o vivente.
Così anche le regole delle diverse giornate rispecchiano la sostanziale differenza tra di esse. Lo Shofar è una mizvà sul singolo. Persino il tokea, colui che lo suona, esce d'obbligo ascoltando il suono come ogni altro individuo, non suonandolo, ed a questo si riferisce la relativa benedizione. A Kippur non possiamo neppure iniziare a pregare se il Tribunale rappresentato dai tre officianti non ci consente di pregare assieme ai peccatori. Il Kippur inizia con lo scioglimento dei voti che come abbiamo visto alcune settimane fa nel commento del Meshech Chochmà, rappresenta il riconoscimento dell'autorità del Tribunale e la sottomissione di ogni ebreo all'amministrazione collettiva della Torà rappresentata dal Tribunale.
Non si capisce Rosh Hashnà se ogni singolo non capisce che il regno di D-o si posa su di lui, che lui e solo lui è responsabile, che per lui è stato creato il mondo. Non lo si capisce se non si sa fare di D-o il proprio re pronunciando lo Shemà che è al singolare.
Ma non si capisce Kippur se non si capisce che la radice di mechilà, perdono, è la stessa di mechol, danza, e che non si può danzare da soli. Si danza tutti assieme dinanzi a D-o, anzi si danza con D-o stesso, quando la danza è espressione dell'accettazione del perdono Divino e del Nezach Israel, della continuità d'Israele.
Rosh Hashanà e Kippur sono le due fasi di un processo che non può essere stravolto. Perché i nove mesi della gestazione non possono che essere mesi di celamento, di introspezione e di studio della Torà nel ventre della madre, ma completati questi si deve saper uscire alla luce. Si deve saper passare il Giordano. Ogni anno noi nasciamo nuovamente passando dal concepimento di Rosh Hashnà alla nascita di Yom Kippur.
Le nubi della gloria che coprivano Israele nel deserto non attraversano il Giordano e neppure Moshè il cui volto luminoso era celato da un velo lo attraversa. Ma Israele attraverserà il Giordano e saprà scoprire i volti delle sue spose ed illuminerà il mondo scoprendo i 'settanta volti della Torà'.
Così anche noi veniamo chiamati ogni anno nuovamente a ripercorrere la strada della redenzione e del ritorno che attraverso la copertura e lo svelamento ci porterà, a D-o piacendo, alla Redenzione finale, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici