Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

TORAH.IT

Parashat Shofetim 5763


Questa derashà è dedicata ai santi soldati dell'Esercito della Difesa d'Israele, alle forze di polizia ed a tutti coloro che si occupano della difesa dello Stato d'Israele.

Possa il Signore degli Eserciti proteggere i nostri soldati, dare loro la vittoria e farli tornare in pace alle loro case.


"Quando uscirai in guerra contro il tuo nemico e vedrai la cavalleria ed i carri, un popolo più numeroso di te, non avrai timore di loro, poiché il Signore tuo D-o è con te, [Colui che] ti ha fatto salire dalla Terra d'Egitto." (Deuteronomio XX,1)

"contro il tuo nemico: siano ai tuoi occhi come nemici, non avere misericordia di loro, perché non avranno misericordia di te." (Rashì in loco)

Nella Parashà di questa settimana troviamo numerose regole relative all'ordinamento politico-nazionale del popolo d'Israele. Tra di esse l'istituzione del sistema giudiziario, il divieto di trasgredire le disposizioni rabbiniche, le regole del re e del sacerdozio ma anche le regole della guerra. Molte culture vedono nella guerra la sospensione delle regole che normalmente amministrano la società. La Torà è distante anni luce da questa visione ed anzi ci ricorda in ogni occasione come gli episodi di rottura (mashber) possono essere fonte di sostentamento anche e soprattutto spirituale (shever). Non deve quindi stupire che la Torà sia molto attenta ad indicarci la condotta che si richiede ad Israele durante la guerra. Innanzitutto vi è l'imperativo di premettere ad ogni tipo di ostilità una proposta di pace. La halachà prevede due categorie principali di guerra: milchemet mizvà (guerra obbligatoria) e milchemet reshut (guerra facoltativa). Nella prima categoria rientra tra l'altro la guerra per la conquista di Erez Israel, la guerra contro Amalek e le sette nazioni cananee e la guerra per la difesa di Erez Israel ed i suoi abitanti. Nella seconda rientrano guerre preventive ed altri tipi di guerre. Esistono numerose differenze tra le due, non ultima quella delle esenzioni dal servizio militare di cui si occupa la nostra Parashà. Sono infatti esenti quattro categorie di persone: colui che ha costruito una casa ed ancora non l'ha inaugurata, colui che ha piantato una vigna ed ancora non ne ha goduto i frutti, colui che si è fidanzato (erusìn) ma ancora non sposato (nissuìn) e soprattutto chi ha paura.

La Mishnà (Sotà VIII,7) limita notevolmente queste esenzioni:

"A cosa si riferiscono queste regole?A una guerra volontaria. In una guerra di mizvà, invece, tutti vanno, perfino lo sposo dalla propria stanza e la sposa dal suo baldacchino nuziale."

Il Ramban sostiene che la proposta di pace è necessaria tanto nella guerra obbligatoria che in quella facoltativa ed infatti ricorda che secondo lo Jerushalmi (Sheviit VI,1; vedi anche Tanuchumà Shofetim 18 e Devarim Rabbà V,14) fu proprio questo il comportamento che tenne Jeoshua bin Nun durante la conquista di Erez Israel:

"Ha detto Rabbì Shemuel BeRabbì Nachmani: 'Jeoshua bin Nun ha mantenuto questa Parashà. Che cosa ha fatto Jeoshua? Egli mandava delle lettere in ogni luogo che si apprestava a conquistare e vi scriveva: 'Chi vuole fare la pace, venga e faccia la pace; chi vuole andarsene se ne vada; chi vuole fare la guerra faccia la guerra'. I Ghirgashim se ne andarono, i Ghivonim che vollero la pace, Jeoshua fece con loro la pace, ed i trentuno re che vennero a combattere li abbatté il Santo Benedetto Egli Sia.'"

Prima ancora di tutto ciò, prima anche di proporre la pace, è però necessario avere chiara la situazione. E la prima cosa che si deve fare per aver chiara la situazione è dare alle cose il loro nome. Rashì individua quest'imperativo nel primo verso del nostro brano.

"contro il tuo nemico: siano ai tuoi occhi come nemici, non avere misericordia di loro, perché non avranno misericordia di te."

Detto questo si può anche fare la pace. Ma si deve capire che anche la pace non può e non deve compromettere l'identità ebraica e la sovranità ebraica su Erez Israel. I Ghivonim possono rimanere se vogliono e vivere con noi in pace, ma devono rinunciare all'idolatria ed accettare le sette leggi noachidi. La pace non è una spartizione territoriale che lascia la nazione idolatra a gestire parti di Erez Israel, è tolleranza, rispetto e sicurezza a fronte dell'accettazione della sovranità Divina su Erez Israel affidata al popolo ebraico. Sono certamente condizioni dure per il partner ma non possiamo rinunciare alla nostra identità per tutelare una cultura che contempla l'idolatria del sacrificio umano dei propri figli così come la contemplavano e la contemplano i Filistei.

In questo contesto sono di particolare interesse due precetti inerenti alla guerra particolarmente legati tra di loro. Il Sefer Hachinuch li codifica come il precetto 502 e 528 e sono rispettivamente il precetto di nominare ed ungere con l'olio sacro un Coen che parli al popolo prima della guerra ed il divieto di scoraggiarsi ed avere paura del nemico.

Il divieto di scoraggiarsi ed avere paura si riferisce soprattutto alla fuga in guerra. Non solo è proibito fuggire ma anzi è nostro imperativo rafforzarci ed affrontare il nemico. Infatti spiega il Chinuch a nome del Rambam: "Che non pensi l'uomo nell'ora della guerra né a sua moglie, né ai suoi figli, né al suo denaro, ma anzi liberi il suo cuore da ogni cosa per la guerra, ed ancora pensi che tutte le vite d'Israele dipendono da lui, ed ecco che è come se lui li uccidesse tutti se avesse paura e se si ritirasse…"

Il Meshech Cochmà sottolinea che proprio per questo i soldati vanno avvertiti di ciò prima della guerra per dare la possibilità a chi vuole ritirarsi di farlo. Tale esenzione è mirata a non provocare il panico tra le truppe per via di pochi singoli che hanno paura. Nonostante ciò l'esenzione è solo parziale. Infatti questi, così come gli altri esenti, sono esonerati dal servizio al fronte ma non dalla guerra nel suo complesso. Vengono dunque relegati a funzioni logistiche come gli approvvigionamenti alimentari e la manutenzione delle strade e solo dopo la fine della guerra possono tornare a casa.

È proprio l'avvertimento alla base dell'altro precetto. Prima della guerra il popolo ha il precetto di nominare un Coen che viene unto con l'olio Sacro e che parla alle truppe prima che queste vengano prese in consegna dai relativi ufficiali. È necessario infatti occuparsi del morale delle truppe prima che queste inizino la battaglia e nessuno è più indicato del Coen per fare ciò. Il Coen è l'autorità spirituale del popolo, il custode del Santuario. È proprio lui che deve spiegare ai soldati che la loro lotta, con tutto il male che la guerra necessariamente comporta, è parte stessa della costruzione e della manutenzione del Santuario. Se non si è disposti a rischiare la vita per la Torà a cosa vale il nostro stato? "Questa è la Torà, quando un uomo muoia nella tenda…". Abbiamo più volte ricordato che da questo verso i Saggi imparano che la Torà si mantiene solo in chi è disposto ad uccidere se stesso su di essa, ed abbiamo rilevato come i Saggi del Mussar interpretino ciò come l'uccisone del proprio ego. Ma c'è anche il senso semplice dell'insegnamento. In casi estremi si deve essere pronti a difendere la Torà ed il suo Regno con la stessa vita. Perché pur ricordando che la vita umana è un bene tale da trasgredire per essa (quasi) tutte le regole della Torà, nondimeno la rinuncia alla difesa del Regno del Signore, il Regno d'Israele, comporta una minaccia esistenziale per tutto il popolo ebraico.

Nella Mishnà (Sotà VIII,5) c'è discussione tra Rabbì Akivà e Rabbì Josè HaGalilì sul senso della paura in guerra. Il primo sostiene che ciò si riferisce proprio a chi ha paura e non può resistere alle visione delle schiere nemiche e della spada sguainata. Il secondo sostiene che si tratta di colui che ha paura per via dei propri peccati. Colui che ha paura di non essere degno, per via delle proprie trasgressioni, di combattere per la difesa della Torà. Tale approccio ha un importante precedente storico. Infatti secondo i Saggi la paura di Jacov prima dell'incotro-scontro con Esav è dovuta proprio al dubbio di essere reo di trasgressioni.

In un caso o nell'altro alla Torà è caro l'onore di ogni ebreo e per questo gli esenti dalla guerra si ritirano tutti assieme in modo da non poter distinguere colui che ha paura da colui che deve andare a sposarsi o ad inaugurare la propria casa. Questo cemento che unisce Israele è forse l'arma principale che abbiamo allorquando dobbiamo combattere. Infatti il Meshech Cochmà ricorda come nello Jerushalmi sia scritto all'inizio del trattato di Peà che all'epoca del re Achav per quanto fossero tutti idolatri vincevano mentre persino all'epoca di Re David quando erano tutti giusti e pii non sempre vincevano. Questo perché all'epoca di Achav non c'erano delatori tra di loro mentre questi erano presenti all'epoca di David. Dunque è proprio la coesione che ci fa vincere. Così ancora dice il Meshech Cochmà, quando la Torà ci invita in guerra "e ti guarderai da ogni cosa cattiva" si riferisce al consegnare segreti militari al nemico. Per questo spiega il Maestro di Dvinsk il nostro verso fonte si conclude con "[Colui che] ti ha fatto salire dalla Terra d'Egitto". Persino se fossimo idolatri, D-o non voglia, come quando uscimmo dall'Egitto, ma uniti, vinceremmo.

In questo senso sono di particolare rilevanza le parole del Coen unto per la Guerra. Innanzitutto questi deve pronunciare il proprio discorso nella lingua sacra, in ebraico. Ciò si impara da una ghezerà shavà (il principio di 'espressione uguale' una delle tredici regole ermeneutiche di Rabbì Jshmael in base alle quali si interpreta la Torà) con un verso del Matan Torà. Così come Iddio ci ha dato la Torà in ebraico, così il Coen parla al popolo in ebraico. C'è qui un profondo richiamo all'identità nazionale di cui la lingua è senz'altro elemento principe. Il Coen parla ai soldati solo in ebraico, solo nella lingua con la quale Iddio ha creato il mondo come si impara dall'analisi del primo verso della Torà. È bene ricordare che secondo Rashì lo scopo di tale verso è proprio l'affermazione il dominio di D-o sul mondo e l'assegnazione da parte del Padone del mondo di Erez Israel al popolo ebraico.

Il Coen apre il suo discorso con le parole "Shemà Israel"

"Ascolta Israele, voi vi avvicinate oggi alla guerra contro i vostri nemici, non si fiacchi il vostro cuore, non temete e non vi confondete e non vi scoraggiate dinanzi a loro. Poiché il Signore vostro D-o è colui che procede con voi per combattere per voi contro i vostri nemici per salvarvi."

Perché il Coen apre il discorso con le prime parole dello Shemà? Nel Talmud (TB Sotà 42a) dice Rabbì Jochannan a nome di Rabbì Shimon bar Yochai:

"Ha detto il Santo Benedetto Egli Sia ad Israele: 'Persino se non avete rispettato altro che la lettura dello Shemà la mattina e la sera non venite dati nelle loro mani'. "

In un verso altrimenti al plurale le prime parole dello Shemà, espresse al singolare, ci ricordano che siamo un popolo unico ed unito proprio in quanto ci dichiariamo servi di un D-o unico. Nella lettura dello Shemà noi troviamo proprio la nostra unità non solo tra noi ma anche tra noi ed il Santo Benedetto Egli Sia che come dice lo Zohar è un tutt'uno con Israele e la Torà. Questa unità è proprio ciò che i nemici d'Israele vogliono sfaldare.

Goliat ed i Filistei hanno questo in mente combattendo Israele.

"E si apprestò il Filisteo dalla mattina alla sera e fu lì per quaranta giorni." (Shemuel I XVII, 16)

In maniera straordinaria rileva Rabbì Jochannan (TB Sotà 42b) che Goliat li minacciava "'dalla mattina alla sera'… per fargli annullare la lettura dello Shemà alla mattina ed alla sera. 'E fu lì per quaranta giorni'…in relazione ai quaranta giorni nei quali è stata data la Torà."

Non sono interessati alla battaglia materiale Goliat ed i Filistei. Questi vogliono combattere Israele impedendo loro Torà e Mizvot. Vogliono impedire la lettura dello Shemà che è il programma politico d'Israele nel mondo.

"‘Ascolta Israele, il Signore nostro D-o, il Signore è Unico’, è Malkut." (TB Rosh Hashanà 32b) Ciò si riferisce al fatto che questo verso fa parte del set di dieci versi di malkuiot del Musaf di Rosh Hashanà e che anzi è il livello superiore di riconoscimento della regalità di D-o sul mondo.

Proprio la Casa Reale d'Israele che amministra il gregge di D-o per conto del Re dei Re nasce quando David prova a spiegare (con le cattive) ad un filisteo grande e grosso:

"Tu vieni a me con la spada, la lama e la lancia ed io vengo a te nel Nome del Signore degli Eserciti, D-o delle schiere d'Israele che hai oltraggiato." (Shemuel I XVII, 45)

La ricerca interiore e la volontà di essere puliti da ogni trasgressione anche e soprattutto andando in guerra è chiara dalla forte richiesta di attenzione che i Saggi ci richiedono. Sempre nel trattato di Sotà (44b) è detto che colui che parla o si interrompe tra la legatura della Tefillà del braccio e quella della testa fa parte degli esonerati dalla battaglia. Dunque per partecipare degnamente alla battaglia bisogna non solo osservare le mizvot, ma anche farlo secondo tutti i loro dettagli. Ed a ben vedere c'è un senso ancora più forte. La Tefillà del braccio rappresenta il mondo della materia e dell'azione laddove quella della testa rappresenta il mondo dello spirito e del pensiero. Ebbene non si possono combattere le guerre del Signore se si pensa che solo perché si tratta di due precetti distinti su due livelli distinti si possa dividere e separare tra di loro. La guerra dello spirito non è lontana da quella del campo di battaglia e solo chi si abitua ad una perenne battaglia contro se stesso ed il proprio istinto del male può rappresentare degnamente Israele in guerra. Se non si capisce che spirito e materia possono e debbono essere uniti dai lacci dei Tefillin si manca il punto fondamentale della guerra per la difesa di Erez Israel.

Il Coen unto per la guerra si rivolge alle truppe con quattro espressioni: non si fiacchi il vostro cuore, non temete e non vi confondete e non vi scoraggiate. La Mishnà (Sotà VIII,1) relaziona queste quattro espressioni alle quattro tecniche che mettono in atto i gentili contro Israele per spaventarli.

"Non si fiacchi il vostro cuore - a causa del nitrito dei cavalli e dell'affilatura delle spade; non temete - a causa dello stridere degli scudi e del rumore delle scarpe da guerra; non vi confondete-a causa del suono dei corni e non vi scoraggiate – a causa delle grida."

Rav Dessler in Michtav Eliau (III,38) riporta un interessante riflessione a nome di Rabbì Jerucham di Mir secondo il quale in questa parashà la Torà ci rivela una delle tecniche preferite dall'istinto del male. Il rinnovarsi. Infatti i soldati erano tutti giusti e pii e non si capisce che bisogno abbia il Coen di ammonirli quattro volte. È normale avere paura ma bisogna vincerla! Una volta vinta la paura dei cavalli e pronti alla guerra perché metterli in guardia della paura delle scarpe, dei corni o delle grida?

Rabbì Jerucham di Mir risponde che è il cambiamento di situazione che richiede una nuova analisi da parte dell'uomo e che è normale sentire la necessità di affrontare diversamente (anche psicologicamente) situazioni diverse. Da qui si impara la necessità di rinnovarsi quotidianamente e comunque continuativamente al servizio del Signore. È così chiaro che tutto quanto vale per la guerra vera e propria vale anche per la milchemet mizvà, la guerra obbligatoria, che siamo chiamati a fare contro il nostro istinto del male.

In questo senso è straordinario il parallelo con Goliat. Questi ci assale per quaranta giorni per allontanarci dalla lettura dello Shemà nei quaranta giorni nei quali riceviamo la Torà. Ebbene noi ci troviamo proprio all'inizio di questi quaranta giorni. Rosh Chodesh Elul, è il momento in cui noi al suono dello Shofar del Signore cominciamo a combattere la guerra contro l'istinto del male accompagnando Moshè che sale sul Sinai per la terza volta a ricevere le seconde Tavole, le Tavole della Teshuvà che ci consegnerà, a D-o piacendo, nel Sacro giorno di Kippur.

Abbiamo più volte ricordato come Rav Friedlander nel Siftè Chajm si chieda come mai è necessaria un ulteriore permanenza di quaranta giorni e quaranta notti e risponde che colui che fa Teshuvà deve studiare e relazionarsi in maniera nuova alla Torà. La chiave della Teshuvà è proprio nel rinnovarsi e capiamo dunque come mai i giorni di Teshuvà siano i primi del nuovo anno e non gli ultimi di quello passato. Perché la Teshuvà ha come oggetto il futuro e giammai il passato.

Alla luce degli eventi degli ultimi anni, queste riflessioni mi sembrano quanto mai attuali. La Torà ci chiama a non avere paura del nemico, ad essere uniti, ma allo stesso tempo a rafforzarci e rinnovarci nell'osservanza delle mizvot.

La redenzione passa anche per la lotta per la redenzione ma questa non si combatte solo sui campi di battaglia.

Nelle parole del Profeta Zecharià: "Non con le armi nè con la forza, ma con il Mio Spirito, detto del Signore degli Eserciti."

Se sapremo trovare le forze per combattere il nostro istinto del male ed i nemici d'Israele meriteremo davvero le parole del Profeta Michà (IV, 3-4):

"…trasformeranno le loro spade in aratri e le loro lame in falci. Una nazione non alzerà la spada contro l'altra e non impareranno più la guerra. E siederanno ognuno sotto alla sua vigna e sotto al suo fico e non c'è chi spaventi, poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato."

Shabbat Shalom e Chodesh Tov,

Jonathan Pacifici


torna alla home page

Vai all'indice di tutti i commenti a questa parashà