TORAH.IT
Parashat Ekev 5763
La derashà di questa settimana è dedicata a Roni Ghenish ed Elisheva Sermoneta in occasione delle loro nozze, con l'augurio che la loro devekut li possa rendere devekim al Signore Iddio d'Israele sorgente di ogni bene e benedizione.
"Il Signore tuo D-o temerai, Esso servirai, ad Esso ti attaccherai e nel Suo Nome giurerai." (Deuteronomio X,20)
"ad Esso ti attaccherai: con il cuore". (Ibn Ezrà in loco)
Il Sefer HaChinuch ricava da questo verso quattro precetti positivi: temere il Signore (Il Signore tuo D-o temerai), pregare (Esso servirai), attaccarsi ai Saggi (ad Esso ti attaccherai) e giurare nel Nome del Signore nel caso in cui sia necessario un giuramento (e nel Suo Nome giurerai). Rashì, nel suo commento in loco, pone l'accento proprio sulla sequenzialità di questi precetti ricordando che solo una volta adempiuto ai primi tre è possibile giurare nel Nome di D-o. Così anche il Ramban (Nelle sue note al Sefer Hamizvot,7) sostiene che in realtà il terzo precetto (ad Esso ti attaccherai) significa attaccarsi al Signore attraverso le mizvot in maniera totale e che quindi il giurare è un modo per 'spingere' la nostra anima in direzione delle mizvot. Ciò si basa su un insegnamento di Rav Ghidel nel trattato di Temurà (3b) secondo il quale è permisso giurare di adempiere ad una mizvà, e ciò viene ricavato proprio dal nostro verso. E, prosegue il Ramban a nome del Midrash Tanchumà, solo in presenza dei primi tre precetti, compreso il timore profondo di D-o (come lo avevano Avraham, Jov e Josef) è possibile giurare.
Il Rambam, e sulla sua scia il Sefer HaChinuch, riferisce invece il terzo precetto, ad Esso ti attaccherai, all'attaccarsi ai Saggi (Sefer Hamizvot, positivi, VI) :
"E' l'ordine con cui siamo stati ordinati di mischiarci con i Saggi e di collegarci con loro, di perseverare nel sedere con loro e di essere loro partner in ogni tipo di società…"
Il Meshech Cochmà, Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk spiega nel suo commento in loco che nella realtà il Rambam ed il Ramban stanno dicendo la stessa cosa pur affrontando due aspetti diversi del precetto di attaccarsi al Signore Iddio, benedetto Sia. Infatti spiega Rabbi Meir Simchà, non dobbiamo credere che il Ramban indirizzi questo precetto a pochi eletti che riescono ed essere effettivamente in uno stato di "devekut" attaccamento totale con D-o in ogni momento, come sembrerebbe da una lettura superficiale. Infatti le mizvot sono uguali per tutti così come lo stesso Maestro di Dvinsk spiega nel Suo Or Sameach sul Rambam : "e mi pare che in realtà tutte le mizvot sono uguali per il più piccolo tra i piccoli e per Moshè nostro Maestro, la pace sia con lui, dal momento che [è scritto] 'una sola Torà sarà per voi'…"
Dunque, spiega l'Or Sameach c'è un livello minimo di adempimento, uguale per tutti, e c'è poi il modo più adeguato o più profondo di fare la mizvà. Ad esempio è sufficiente prendere il Lulav in mano per uscire d'obbligo, ma è bene fare i 'ninnuim' i movimenti tradizionali così come prevede la tradizione. Allo stesso modo ci sono vari livelli di adempimento per questo precetto.
Il nocciolo della mizvà in questione è, secondo il Meshech Chochmà, la fiducia nel Signore. I Profeti d'Israele ammoniscono spessissimo il popolo di avere fiducia nel Signore e ciò si riferisce alla fiducia nella 'ashgaghà', nella Provvidenza Divina. La radice di questa fiducia è nel fatto che Iddio è legato alle Sue creature e si preoccupa del loro sostentamento, della loro salute e di ogni loro necessità. Di più, il Signore "sente le loro necessità più di quanto non le senta l'uomo." O, nelle parole del Profeta Isaia (LXIII,9) "In ogni loro dolore, Lui si addolora".
Per questo motivo il Maestro sostiene che l'uomo dovrebbe recuperare la propria serenità ed occuparsi delle proprie necessità materiali secondo le sue capacità e secondo quanto è sano per il genere umano pur ricordando sempre che è Iddio che gestisce il mondo.
"E questa cosa si chiama 'ad Esso ti attaccherai' , sicché dal momento che l'uomo si figura che egli è attaccato alla Provvidenza Superiore del Signore benedetto Sia, e che il Signore benedetto Sia sente le sue questioni più di quanto non le senta l'uomo stesso …allora l'uomo sarà rassicurato e tranquillo e non si preoccuperà affatto per le proprie questioni giacché a cosa potrà giovare la sua capacità contro la capacità del Creatore che a lui è attaccato e che, come se così si potesse dire, sente le sue mancanze!? E questo è ciò che si chiama 'devekut', attaccamento, e questa mizvà generale comprende elementi diversi per tutti gli uomini della nazione senza differenza.
Ossia, si tratta di una mizvà per tutti, per quanto ognuno la adempie secondo il proprio livello e Rabbenu Bechajè Ibn Pekudà nel suo Chovat Hallevavot espone i dieci diversi gradini nel percorso della fiducia nel Signore. Il gradino più basso è per tutti ed infatti così dicono i Salmi (XXXII,10): "Molti dolori per il malvagio, ma colui che ha fiducia nel Signore la grazia lo circonda". Che il Midrash in Yalkut Tehillim rende, "Persino se è malvagio, la grazia lo circonda."
Questo precetto ha una dimensione individuale ma anche una dimensione collettiva, ed infatti, alla fine della nostra Parashà (XI, 22) il precetto torna in forma plurale in prossimità dell'assicurazione che Iddio caccerà dinanzi a noi le popolazioni che abitano Erez Israel. Jeoshua torna sulla questione appena prima della sua morte (XXIII,8): "Ma invece nel Signore vostro D-o vi attaccherete come avete fatto fino ad oggi". Sottolinea il Meshech Cochmà, "come avete fatto fino ad oggi" si riferisce al fatto che combatterono come leoni. Ossia che da una parte fecero il massimo umanamente parlando, e dall'altra ebbero la piena fiducia che nonostante si richiedesse loro uno sforzo enorme, solo il Signore agiva effettivamente dando loro la vittoria dato che "non c'è null'altro all'infuori di Lui".
Ma come fa l'uomo a salire la scala della fiducia nel Signore? Come si fa ad attaccarsi al Signore?
A ciò si riferisce, secondo il Meshech Cochmà, un terzo verso nel quale ritorna lo stesso concetto, l'ultimo verso della Parashà di Nizzavim nel quale ci viene richiesto tra l'altro di "di amare il Signore tuo D-o, di ascoltare la Sua voce e di attaccarti ad Esso…"
Questo verso viene elaborato dai Saggi nel Talmud (TB Ketubot 111b):
"[È scritto] 'di amare il Signore tuo D-o …e di attaccarti ad Esso'. E che è possibile per l'uomo attaccarsi alla Shechinà? Ma allora colui che dà in sposa sua figlia ad un Talmid Chacham, che fa affari con i Talmidè Chachamim, e che fa godere i Talmidè Chachamim dei propri beni, il Testo lo considera come se si fosse attaccato alla Shechinà"
Ed è proprio questo l'aspetto a cui si riferisce il Rambam. Per attaccarsi al Signore ed adempiere il precetto della "devekut" conseguente alla fiducia in D-o ci sono molte strade, come dice il Nachmanide. Ad esempio veniamo chiamati a fare tutti quegli atti che Iddio stesso fa: zedakà, visita agli ammalati ecc.
Ma c'è un percorso particolare, dice il Talmud e dice il Rambam: l'attaccarsi ai Talmidè Chachamim, ai Saggi. Essere in rapporto continuo con i Saggi, fare affari con i Saggi, e soprattutto imparentarsi con i Saggi sono i modi migliori per migliorare la propria condotta e di conseguenza attaccarsi al Santo benedetto Egli sia. Il Pirkè Avot ci invita ad "attaccarci" alla polvere dei loro piedi. Di particolare interesse è la prima delle cose che il Talmud ci invita a fare: dare in sposa nostra figlia ad un Saggio. Il matrimonio si centra sulla "devekut", l'attaccamento delle anime che precede l'attaccamento sessuale dei corpi. Nella Genesi leggiamo infatti "per questo lascierà l'uomo suo padre e sua madre e si attaccherà a sua moglie e saranno una sola carne" (II, 24)
L'aspetto "sessuale" dell'attaccamento tra Israele e D-o è talmente forte da essere qui materializzato in maniera dirompente. Se si vuol capire come fa l'uomo ad attaccarsi a D-o si vada a vedere un matrimonio che si centra sullo studio della Torà. Si vada a vedere come si può trasformare la più "animale" delle caratteristiche umane nei kiddushin, nella santificazione di un popolo.
L'ebraismo ripudia la presenza di interpreti tra l'uomo ed il Signore ed in questo senso non dobbiamo vedere il Saggio come una barriera. Uno dei principi generali delle regole della purità è che ciò che e' attaccato al puro è puro a sua volta. Si racconta nel Midrash Rabbà (Devarim III,5) che Rabbì Shimon ben Shatach aveva acquistato un asino da un Arabo, il quale, per errore, aveva lasciato nella sella di questo una pietra preziosa. Quando il Rabbì rese la pietra al proprietario, l'arabo dichiarò: "Benedetto Sia il Signore Iddio di Shimon ben Shatach". È dunque il comportamento giusto dei Saggi che ci indirizza verso il Signore. L'arabo del racconto prova una forte attrazione di attaccamento verso i valori di Shimon ben Shatach e ragiona a forziori raggiungendo il livello di Itrò che disse "Benedetto Sia il Signore". Così spiega Rav Dessler nel suo Michtav MeEliau (V,116)
L'attaccamento a D-o e quello tra gli uomini non possono essere scollegati. Così abbiamo visto nella Derashà di Shabbat Lech Lechà di quest'anno che l'errore di Noach è che pianta la sua vigna e la sua tenda lontani dall'altare. Noach, a differenza dei Padri, non sa conciliare la vita coniugale con il Sacro. Sa che ci vuole un servizio di D-o corretto ed una sessualità corretta, ma non sa ancora mettere assieme le cose.
E così troviamo che proprio Jeoshua, che ha così chiaro il concetto di "devekut" e che deve accompagnare la guerra per la conquista di Erez Israel, manca nel non capire l'importanza della "devekut" del rapporto di coppia.
Ci siamo occupati di quest'ultimo punto nella Parashà di Sheminì ma vale la pena tornarci su.
Il Talmud (TB Eruvin 63a-b) accusa proprio Jeoshua di aver trasgredito il precetto di insegnare halachà dinanzi al proprio maestro nel dire a Moshè di arrestare Eldad e Medad. Dice addirittura il Talmud che per questo motivo Jeoshua morirà senza figli. Questa opinione, riportata a nome di Rabbì Levì, contrasta apparentemente con quanto dice in seguito Rabbì Abbà bar Pappà il quale sostiene che Jeoshua non ebbe figli per aver impedito la procreazione d’Israele per una notte. (Così impariamo nel trattato di Meghillà).
Il Talmud interpreta l’incontro di Joshua con l’angelo durante l’assedio di Gerico. (Jeoshua V, 13) In quello stesso giorno Jeoshua ed Israele avevano trascurato due importanti precetti per via dell’assedio: non avevano presentato l’offerta quotidiana del pomeriggio e una volta notte non avevano studiato Torà (dal cui studio erano esenti di giorno durante la battaglia - Rashì). L’angelo viene a rimproverare Jeoshua per la mancanza nello studio collettivo (da qui i Saggi imparano che lo studio è superiore al culto del Santuario). Di conseguenza, durante il successivo assedio della città di Ai, Jeoshua passa la notte a studiare halachà e nel prolungare l’assedio non si preoccupa di far tornare l’Arca nel Santuario a Ghilgal (dove era collocato il Santuario nei primi 14 anni in Erez Israel). Quando l’Arca e la Presenza Divina sono fuori dal Santuario è proibito l’accoppiamento e dunque Jeoshua prolungando l’assedio di una notte ha impedito una notte di procreazione ad Israele. Per questo muore senza figli.
I due concetti sono assolutamente complementari giacché Jeoshua pur immergendosi nelle profondità della halachà trascura l’aspetto collettivo: permettere ad Israele di avere rapporti sessuali. Jeoshua nella sua grandezza manca dell’aspetto collettivo della Torà: si preoccupa per l’onore di Moshè ma non capisce che anche Moshè è subordinato alla collettività e solo in virtù di ciò è proibito insegnare halachà in sua presenza. Eldad e Medad non mancano di rispetto a Moshè, quella è la loro profezia ed è destinata ad Israele che nel suo insieme è superiore a qualsiasi Maestro, persino a Moshè.
Nel momento in cui l'Arca è fuori dal Santuario ed Israele combatte in condizioni di "devekut" con il Signore, non ci si può occupare della propria "devekut" privata. E così anche Moshè, che parlava "faccia a faccia" con la Shechinà in virtù della dimensione collettiva di Israele (nei lunghi anni di scomunica del popolo Iddio non rivolse parola a Moshè, D-o parla a Moshè solo in virtù d'Israele), deve rinunciare ai propri rapporti coniugali. La devekut non può e non deve minare la "devekut" collettiva e così anche i Saggi nel sottolineare i danni del matrimonio misto evincono che uno dei motivi principali per cui non sussiste "devekut" nè unione giuridica nel rapporto sessuale con gentili è per via dell'offesa che si rende ai propri fratelli ebrei nel dire implicitamente che il gentile in questione è più caro del proprio fratello ebreo.
Solo il popolo d'Israele conosce il concetto di "devekut" attraverso la fiducia nel Signore ed attraverso la materialità delle azioni umane, persino il sesso.
Ebbene è proprio per questo, spiega il Meshech Cochmà, che per quanto la dimensione dello Shabbat sia sostanzialmente universale come abbiamo visto la scorsa settimana, esso è stato dato ad Israele in dono. Solo Israele ha la fiducia necessaria per ritirarsi dal lavoro e fermare il proprio operato nella certezza che Iddio provvederà al proprio sostentamento. Tirare giù la saracinesca della propria attività di Shabbat significa dimostrare di aver capito che non è il cliente che ci porta il sostentamento e neppure il nostro lavoro ma solo la mano del Signore. Chiudere la propria attività di Shabbat significa dimostrare di essere certi che Iddio provvederà comunque alle nostre necessità e che in ogni caso il bilancio della nostra attività viene definito nel Tribunale celeste molto prima che il nostro commercialista metta mano ai documenti.
Per questo, spiega il Meshech Chochmà, lo Shabbat viene dato ad Israele a Marà, prima del dono della Torà. Solo un popolo che accetta una vita alla totale dipendenza della mano di D-o nell'arido deserto può capire lo Shabbat. Solo chi ha mangiato la manna può capire fin dove arriva la Provvidenza Divina. Ricordiamo che proprio a Marà c'erano settanta palme come i settanta membri del Sinedrio e dodici sorgenti come le dodici tribù. Perché se da una parte ci si attacca al Signore individualmente attraverso i Saggi, allo stesso modo non si deve dimenticare che è solo la dimensione collettiva d'Israele, la Keneset Israel delle dodici Shivtè Yà, che può essere attaccata alla Shechinà "come l'amore dello sposo e della sposa".
Tanto più allora veniamo chiamati a fare attenzione alle nostre relazioni con i Saggi, con i nostri partners e con il prossimo in generale, poiché è proprio la "devekut" orizzontale che può condurci a quella verticale.
Ed a maggior ragione dobbiamo rafforzarci nell'osservanza dello Shabbat, sposa d'Israele.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici