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TORAH.IT

Parashat Mattot Massè 5763


 

"E parlò Moshè ai capi delle tribù dei figli d'Israele dicendo: 'Questa è la cosa che ha comandato il Signore: 'Quando un uomo farà un voto al Signore o giurerà un giuramento per vietare un divieto alla propria persona, non profanerà la propria parola: secondo quanto è uscito dalla sua bocca farà. " (Numeri XXX, 2-3)

"Non profanerà [lo yachel] la propria parola: non profanerà [lo yechallel] la propria parola, non farà la propria parola cosa profana." (Rashì in loco)

La Parashà di Mattot, la prima delle due Parashot che leggeremo questo Shabbat, contiene secondo il Sefer Hachinuch due precetti: uno positivo ed uno negativo. Entrambi si riferiscono al brano iniziale della Parashà, conosciuto anche come Parashat Nedarim, la Parashà dei voti. Il precetto negativo è quello di non profanare la propria parola. Se si fa un voto o un giuramento e non lo si mantiene si trasgredisce un precetto negativo della Torà. La Torà ci insegna l'importanza della parola. In un mondo dove le parole sono inflazionate e nessuno riflette più sulla sacralità del verbo con il quale Iddio ha creato il mondo, la Torà ci ricorda che la parola è sacra. La capacità verbale è quanto ci distingue dagli animali e ci eleva alla categoria che è sopra il vivente: medaber, il parlante. Rav Mordechai Elon shlita ricorda spesso che è proprio con la parola che l'uomo lega a se la donna in matrimonio pronunciando verbalmente la propria intenzione davanti a testimoni. L'ebreo deve dunque fare molta attenzione a quanto le sue labbra pronunciano: un si è un si ed un no è un no. Il precetto positivo è il limite di questo principio: il precetto positivo dell'annullamento dei voti. Il Maimonide spiega nel suo Sefer HaMizvot (95) che non è mizvà l'annullamento automatico del voto, quanto che il Tribunale prenda atto del voto e ne discuta il possibile scioglimento. In realtà il Tribunale non può sciogliere automaticamente il voto: può pero trovare un 'petach', una porta. Un elemento del voto che, qualora l'individuo ne fosse stato a conoscenza nel momento dell'impegno, lo avrebbe portato a non fare voto. La mizvà è relativa ad un Tribunale di tre uomini adulti o in alternativa ad un 'yachid mumchè', ad un solo giudice esperto. Essa si riferisce inoltre al marito che ha facoltà di annullare i voti di sua moglie; ed al padre che ha in questo senso potestà sulla figlia femmina nel brevissimo periodo che va dal compimento del dodicesimo anno di età, ai successivi sei mesi. In ogni caso è legata ad un incontro con il prossimo, e già i Saggi hanno interpretato il testo 'non profanerà la propria parola', come 'lui non la profana, ma gli altri la profanano per lui'. (TB Berachot 32a )

Per capire più a fondo il concetto stesso di annullamento del voto dobbiamo capire come mai la Torà lo abbia posizionato proprio in questo punto e soprattutto come mai esso venga enunciato in una forma così strana. In genere infatti la Torà annuncia i precetti con: 'E parlò il Signore a Moshè dicendo'. In questo caso abbiamo la stranissima forma di 'E parlò Moshè ai capi delle tribù dei figli d'Israele dicendo'.

Rav Mordechai Elon shlita ci guida attraverso i diversi approcci dei nostri esegeti.

Il Rashbam, che segue sempre il senso immediato del Testo prova a spiegare cosi. È scritto precedentemente nella Parashà di Pinchas a proposito delle offerte festive '...all'infuori dei vostri voti e dei vostri regali...' i quali vanno portati in una delle tre feste così come è spiegato nel trattato di Rosh HaShanà (4a). In questo senso, spiega il Rashbam, Moshè ha comandato ai capi delle tribù, preposti ai Giudici, le regole dei voti subito dopo alle regole delle offerte festive in modo che Israel non contravvengano al divieto di tardare la presentazione dei voti.

Il Rashbam, per quanto molto logico, non ci spiega come mai i Principi delle tribù vengano chiamati in causa proprio per questo precetto. Ed inoltre, commenta Rav Elon, egli si riferisce all'adempimento dei voti e non al loro scioglimento.

Ibn Ezra colloca questa Parashà immediatamente dopo la guerra di Midian. In quell'occasione i Principi di Gad, Reuven e metà della Tribù di Manasse chiesero a Moshè di insediarsi in Transgiordania pur partecipando alla conquista della Terra d'Israele. Moshè coinvolse nella decisione anche i leaders che avrebbero dovuto essere garanti dell'accordo: la generazione futura di Jeoshua, Elazar ed i Principi delle generazioni. Moshè disse ai Principi di Gad, Reuven e Menashè : 'E quanto esce dalle vostre bocche farete'. Con l'occasione ha insegnato ai Principi in primis le regole della parola: dei voti e dei giuramenti.

Ibn Ezra, pur rispondendo al perché proprio i Principi, continua ad occuparsi dei voti, non del loro scioglimento.

Complementare ad Ibn Ezra mi pare sia il Meshech Cochmà il quale, nel collocare la Parashat Nedarim a seguito della guerra di Midian, ne traccia il profondo nesso. Il motivo per cui Israele pecca con le figlie di Moav è per via del vino non kasher che non era ancora stato proibito (TB Sanedrhin 106a) Moshè insegna ad Israele come fare voto e proibirsi una cosa altrimenti permessa. Il comandamento viene dato ai principi perché proprio uno di loro era stato causa della piaga.

Chi si occupa invece dello scioglimento vero e proprio dei voti è Don Izchak Abravanel. Egli sostiene che per quanto Moshè abbia ricevuto tutta la Torà sul Sinai, egli la ha consegnata poco alla volta ad Israele. Egli sottolinea che il compito del buon manìgh, del buon leader, è sapere quando insegnare, non solo cosa e come. Secondo Abravanel per tutto il periodo del deserto Moshè non aveva insegnato le regole dello scioglimento dei voti a nessuno agendo da 'yachid mumchè', da singolo giudice esperto per tutto Israele. Chi fa un giuramento deve per forza di cose presentarsi da Moshè. Sopraggiungendo però l'ora della morte di Moshè ed avvicinandosi il momento della presentazione delle offerte festive di cui prima parlava il Rashbam, Moshè decide di insegnare le regole dello scioglimento dei voti ai principi d'Israele sicché questi possano organizzare Tribunali che si occupino della Atarat Nedarim.

Lo stesso Ramban sostiene che la regola è stata passata solo ai capi tribù perché il popolo non sminuisse l'importanza dei voti sapendo che comunque possono essere annullati.

Nessuno ci ha spiegato ancora però il senso dello scioglimento di voti. Perché si può scogliere un voto e che senso ha che qualcun altro lo faccia per me. Ed ancora si chiede Rav Elon: nello sciogliere il mio voto il tribunale intende che non ho fatto esattamente il voto che volevo, che se avessi saputo a cosa andavo incontro non avrei fatto voto. In sostanza il tribunale sostiene di sapere ciò che intendevo io in quel momento: con tutto il rispetto, sembra un acrobazia.

Il nocciolo della questione lo affronta il Kli Yakar, Rabbì Shlomo Efraim Lunshitz, il grande Maestro di Praga del diciassettesimo secolo.

"'non profanerà la propria parola', come 'lui non la profana, ma gli altri la profanano per lui'. (TB Berachot 32a ) Il senso dello scioglimento dei voti da parte del singolo esperto o da parte di tre chiamati Tribunale, noi lo impariamo dallo scioglimento del padre e del marito, giacche è come per il padre ed il marito i quali hanno il potere di annullare dal momento che ogni donna è sotto la potestà del padre o del marito e non è in grado di fare cosa grande o piccola senza il loro consenso, ed è come se avessero posto come condizione nell'ora del voto, a condizione che siano d'accordo il padre o il marito; e quando questi non sono d'accordo allora è invano ed è nullo il voto in principio giacché ecco che lei ha fatto voto a condizione del loro consenso; così ogni uomo d'Israele è sotto la potestà del Tribunale ed è obbligato a fare tutto quanto gli ordini il Tribunale, ed ognuno che fa un voto è come se ponesse a condizione nell'ora del voto, a condizione che il Tribunale sia d'accordo con lui e quando questi non sono d'accordo il voto è rimosso il voto dal suo principio..."

In questo rivoluzionario insegnamento il Kli Yakar ci insegna un pilastro del pensiero ebraico. Così come un padre sa cos'è bene e cosa intende la figlia minore, così il Tribunale sa cos'è bene ed addirittura cosa intende l'ebreo.

Una bambina che prende un impegno lo fa sottintendendo che ciò è a condizione che i genitori siano d'accordo. Lo stesso vale per l'adulto ed il tribunale. Ciò è comprensibile secondo quanto spiega il Maimonide a proposito di colui che non vuole dare il divorzio a sua moglie. La regola è, lo abbiamo visto più volte, che il Tribunale lo percuote fino a quando questi non dice : 'Io voglio'. Ma noi sappiamo bene che l'uomo non è responsabile per quanto estortogli sotto tortura! È diverso qui. Lui sa qual'è la regola e sa anche che egli vuole essere ebreo. Lui vuole darle il ghet, ma il suo istinto del male sta vincendo su di lui. Il tribunale lo sa e capisce dunque, meglio dell'ebreo, quello che l'ebreo stesso vuole.

Dunque il concetto stesso di annullamento dei voti richiama il limite della libertà dell'ebreo. I Saggi in realtà sono parecchio critici con coloro che fanno voti e dicono nel Talmud Yerushalmi (Nedarim 9,1) : "Non ti basta quello che ti ha proibito la Torà, che ti proibisci altre cose?". Dunque se un ebreo fa un voto e lo vuole sciogliere, il Tribunale deve fare una chiacchierata con lui: ha capito bene il senso della parola? Ha capito bene il senso e l'importanza del divieto?

Deve allora capire una serie di cose: in primis solo il tribunale può sciogliere il voto perché egli stesso ha condizionato consciamente o inconsciamente il voto al consenso di questo. Ogni ebreo è sotto la potestà del Bet Din. Ed allora si deve chiedere l'ebreo: può il Bet Din essere d'accordo con me ? Ossia, è il mio voto in linea con la Torà? Ed ancora: prima di aggiungere un ulteriore divieto, sono proprio sicuro che rispetto scrupolosamente tutti gli altri divieti comandati sul Sinai? In questo senso è incredibile il nesso tra il voto e la Torà. Il voto è un modo di aggiungere altri divieti: ma come ebreo credo veramente di essere in grado di aggiungere qualche cosa?

I Saggi insegnano nel trattato di Chagghigà (10a ) che "Le regole dello scioglimento dei voti, sono sospese in aria e non hanno su cosa poggiarsi." Ossia per quanto la Torà ne parli nella nostra Parashà, il fatto che il Tribunale o il singolo saggio possano sciogliere il voto è un Halachà LeMoshè MiSinai, è una regola orale trasmessa a Moshè sul Sinai. Dunque è per eccellenza una regola orale. Il Ramabn richiamandosi a questo insegnamento talmudico precisa che è proprio il rapporto con il Tribunale che sospende in aria queste regole. Il nocciolo della regola dello scioglimento dei voti è l'Autorità della Torà Orale e dei Saggi d'Israele sotto la cui autorità siamo tutti noi, ed è la stessa Torà. L'essere sospese in aria di queste regole ricorda poi lo sradicamento del Monte Sinai nel corso del Matan Torà come abbiamo spiegato nella derashà sulla Parashat Hazinu dell'anno 5760.

Notevole che le preghiere della sera di Kippur inizino con la formazione di un Tribunale di tre officianti che dopo una breve premessa passano allo scioglimento di tutti i voti della Comunità, il Kol Nedarim o Kol Nidrè.

Essi dicono:

"Con il consenso del Tribunale di Sopra e con il consenso del Tribunale di Sotto, con l'approvazione del Luogo Benedetto Sia, e con l'approvazione di questa sacra Comunità noi permettiamo di pregare con i trasgressori."

E procedono poi al Kol Nedarim. Come fa il Tribunale a sapere di avere l'approvazione del pubbico? Magari proprio nel critico momento del perdono il pubblico preferirebbe tener lontani coloro che possono "abbassare la media"! Ecco però che ogni ebreo sa che il principio del perdono inizia dal perdono umano: se io non sono disposto ad accettare in seno alla comunità il trasgressore, come posso pretendere che Iddio accetti me? Dunque il Tribunale, esponendo la regola d'Israele, lo fa con l'approvazione di tutta la Santa Comunità. Solo dopo aver capito che ogni cosa che il Tribunale fa lo fa col consenso implicito di tutto Israele è possibile passare allo scioglimento dei voti che si basa sulla potestà stessa del Tribunale.

Le regole dei voti sono dunque un momento di riflessione sulla effettiva comprensione del fatto che la Torà non è in cielo ma è consegnata nelle mani dei Tribunali d'Israele. Che ogni ebreo è sotto la loro autorità. Andare a farsi sciogliere un voto è tornare alla sorgente dell'autorità della Torà per riflettere assieme al Tribunale sul concetto stesso di divieto. "Non ti basta quello che ti ha proibito la Torà, che ti proibisci altre cose?"

Capiamo allora perché Moshè tenne per se fino all'ultimo questo compito. Quando c'è l'annullamento di un voto si rischia di fraintendere tutto il sistema Torà - Mizvot. E Moshè voleva sincerarsi personalmente che non ci fossero malintesi come spiega Abravanel.

Ma Moshè uomo non è eterno ed arriva il momento in cui bisogna passare questo compito ai Principi delle tribù, leader d'Israele. Solo il leader della Comunità, il principe della propria casata, può sapere come sciogliere il voto di un suo compagno in quanto Maestro della Torà in generale prima ancora delle regole dei voti.

La Torà la si impara in primis dai Maestri delle proprie Comunità, dai Principi delle proprie Tribù, ed è a loro che ci si deve rivolgere per ogni caso halachico.

Le regole dello scioglimento dei voti rappresentano il passaggio di testimone da parte di Moshè, che ha stabilito per Israele tribunali che portino le regole date sul Sinai e sospese in aria, nei cuori di ognuno di noi.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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