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TORAH.IT

Parashat Korach 5763


"E si uniranno a te ed osserveranno l'osservanza della Tenda della Radunanza per ogni lavoro della Tenda, e l'estraneo non si avvicinerà a voi. Ed osserverete l'osservanza sacra e l'osservanza dell'Altare e non ci sarà più ira verso i figli d'Israele." (Numeri XVIII, 4-5)

"ed osserveranno l'osservanza della Tenda della Radunanza, all'interno della recinzione e cioè tutto il cortile; Ed osserverete l'osservanza sacra, e voi Coanim osserverete l'osservanza del Santuario all'interno delle cortine." (Rabbì Ovadià Sforno in loco)

I due versi dei quali ci occupiamo questa settimana sono la fonte per due mizvot della Torà: una positiva ed una negativa. Il Sefer HaChinuch le codifica rispettivamente come il precetto positivo di montare la guardia nel Santuario (388) ed il divieto di non tralasciare la guardia del Santuario (395). Si tratta evidentemente di un precetto particolarmente importante se la Torà lo ha codificato sia per il suo aspetto positivo che per quello negativo. Il punto di partenza è il verbo lishmor (osservare, custodire) che generalmente utilizziamo nella sua forma figurata come relativo alla nostra adempienza ai dettami della Torà e che qui i Saggi interpretano nella sua forma letterale, giacché lishmor significa in primo luogo custodire, fare da guardia.

Il Rambam colloca questo doppio precetto in calce alle Hilcot Bet Habechirà, il cui sottotitolo è "ci sono in esse sei precetti, tre positivi e tre negativi: a) di costruire il Santuario; b) di non costruire l'Altare con strumenti di ferro; c) di non accedervi attraverso scalini; d) di avere timore del Santuario; e) di montarvi guardia attorno; f) di non interrompere la guardia".

La Mishnà, nel trattato di Middot (disponibile in traduzione italiana nella edizione della Assemblea Rabbinica Italiana), quel trattato che si occupa appunto delle dimensioni del Santuario e della sua costruzione, adotta l'approccio inverso. Molto spesso la Mishnà sceglie deliberatamente di stravolgere l'ordine logico del suo contenuto per introdurre quella che potremmo definire una chiave di lettura per l'intero trattato. In questo caso la Mishnà apre proprio dicendo che "In tre luoghi i Coanim montano la guardia nel Santuario...". In seguito la Mishnà elenca i ventuno luoghi in cui invece montano la guardia i leviti. Se il precetto si impara nella nostra Parashà, il fatto che i Coanim montassero la guardia in tre punti lo si ricava dalla triplice guardia di Aron e dei suoi due figli. (Numeri III, 7-9). Nella Ghemarà (TB Tamid 26b) i Saggi derivano da un esegesi dei versi 17-18 del ventiseiesimo capitolo del primo libro delle Cronache i ventuno luoghi nei quali prestavano guardia i leviti.

Tale guardia non ha nulla a che vedere con una misura di sicurezza fisica:

"La guardia del Santuario è un precetto positivo, anche se non c'è timore di nemici né di ladri, dato che la sua guardia non è altro che per il suo onore dato che non è simile un palazzo che ha una guardia ad un palazzo che non ha una guardia." (Rambam Hil. Bet HaBechirà VIII,1)

Si tratta dunque di una guardia spirituale che è stranamente caratterizzata in maniera duale. Non solo è codificata da un doppio precetto (positivo e negativo) ma si compone anche di due gruppi di guardiani ben distinti: Coanim e Leviim. Il Sifrì dice infatti : i Coanim all'interno ed i Leviim all'esterno.

Per capire più approfonditamente questo (due volte) doppio precetto dobbiamo tenere a mente, come più volte abbiamo osservato, che l'Edificio del Santuario non è che un modello materiale di quel Santuario che è il cuore dell'uomo. E che ogni ebreo ha l'obbligo di ripetere in cuor suo tutte le operazioni che avvenivano nel Santuario. Se è così importante nel Santuario montare la guardia dobbiamo allora capire come e perchè si deve montare la guardia al Santuario del Cuore. Un primo punto di contatto è senz'altro "l'inutilità materiale" della guardia. La guardia del Santuario non è finalizzata a prevenire incursioni. Non ha come oggetto l'estraneo, quanto piuttosto lo stesso guardiano. È una guardia fine a se stessa, all'educazione dei guardiani. Allo stesso modo l'uomo deve guardarsi dalla trasgressione non in quanto questa sia un male tangibile (anche se a volte lo è) quanto piuttosto perché questo è il suo compito. E già i Saggi hanno detto che l'uomo non pecca altro che nei confronti di se stesso e che la punizione per una trasgressione è la trasgressione stessa giacché, spiega Rav Dessler in Michtav MeEliau, non c'è punizione peggiore del senso di colpa dell'aver trasgredito la parola del D-o Vivente. La guardia del Santuario è dunque una guardia introspettiva. È una ricerca del proprio io più profondo come guardiano della Creazione ed in primis della propria anima. Così come Adam viene posto nel Giardino "leovdà uleshomrà", per lavorarlo e custodirlo, così anche il culto del Santuario (avodat Hamikdash) è inscindibile dalla sua custodia (shemirat Hamikdash). Anche il Midrash sostiene che la prima cosa che Iddio fa con Adam è quella di mostrargli il Creato e dirgli: "Tutto ciò lo ho creato per te, stai attendo a non distruggere il mio mondo".

Il Rav Dessler sottolinea in Michtav MeEliau (V, 190-201) come la 'contrazione' del Signore, lo zimzum primordiale, di cui più volte ci siamo occupati, sia l'origine del concetto stesso di pnimiut (interiorità) e chizoniut (esteriorità). Iddio, se così si potesse dire, si ritrae volontariamente per far spazio al mondo materiale e soprattutto al libero arbitrio umano ed in questo modo crea l'esteriorità: la possibilità di essere in qualche modo "indipendenti" da D-o stesso. Il mondo materiale, finito. Nel mondo spirituale infinito questa dicotomia non sussiste. Il compito dell'uomo è proprio quello di illuminare il buio di portare il mondo dall'esteriorità della materia alla interiorità dello spirito. Il Rav Dessler aggiunge che l'interiorità è ciò che viene chiamato 'lishmà', ossia l'osservanza fine a se stessa della Torà, laddove l'esteriorità è il 'shelo lishmà' , l'osservanza con secondi fini. Ed i Saggi hanno già detto che è bene che l'uomo si occupi di Torà persino con secondi fini, che di lì giunge poi ad occuparsene senza secondi fini. Ebbene dice il Rav Dessler il compito dell'uomo è proprio quello di traghettare il mondo dal secondo fine al fine a se stesso. All'adempimento della Torà nella integrità del suo essere senza secondi fini.

In questo senso spiega il Michtav MeEliau, l'esteriorità è come un abito per il corpo: è uno strumento che giammai può divenire contenuto. Questo è anche il senso della doppia guardia (dentro e fuori): i leviti sono preposti all'esteriorità mentre i Coanim all'interiorità. Infatti se il percorso verso il Sacro è dall'esterno all'interno il rischio è che anche l'impurità faccia lo stesso percorso: come dicono i Saggi "gli occhi vedono ed il cuore desidera", dall'esterno all'interno. Per questo si deve montare la guardia fuori (Leviim). Per quanto concerne il Sacro, ciò che è all'interno, questo non è possibile. Per quanto il percorso continui ad essere dall'esterno all'interno, le porte del Sacro possono essere aperte solo dall'interno: non si può vedere l'interno dall'esterno. Per questo è importante che l'uomo non lasci mai del tutto vuota la sua interiorità. Persino nei momenti di crisi, durante la notte, egli deve trincerare una piccola guardia all'interno che possa aprire poi le porte del Sacro una volta giorno. Così avveniva nel Santuario: le porte del Cortile interno venivano aperte dall'interno. La chiave era custodita dai Sacerdoti del Bet Hamoked (l'edificio del focolare), la stazione principale delle tre nelle quali montavano la guardia i Coanim. Notevole la denominazione dei tre luoghi. Se la chiave viene custodita nella sala nella quale viene mantenuto accesso quel fuoco spirituale che permette poi di aprire le porte, anche le altre due sale hanno nomi significativi. Bet Hannizoz, l'Edificio della scintilla, di quella scintilla che non deve mai mancare, quella scintilla di interiorità dalla quale si può poi accendere il fuoco. E Bet Avtinas, l'Edificio della Famiglia di Avtinas preposta alla preparazione dell'incenso. Per ricordare che anche quel componente che ha cattivo odore ha il suo posto nell'incenso e che non c'è modo di giungere alla interiorità senza passare per l'esteriorità. Non c'è modo di giungere allo spirito senza passare per la santificazione della materia. Ed ecco allora che alla mattina erano proprio quei Sacerdoti che avevano montato la guardia nel Bet Hamoked che attraversavano in processione il Cortile Interno per andare ad aprire le porte del Santuario ai Leviti che aspettavano fuori. Solo con questo incontro è possibile iniziare il culto giornaliero che necessita tanto i Coanim che i Leviim che gli Israeliim.

Uno degli elementi fondamentali è dunque la strumentalità della materia, del vestito. Il Bet HaMoked sorgeva a cavallo tra l'Area consacrata del Cortile Interno (nella quale solo il Re d'Israele può sedere) ed cosiddetto Chail, zona meno sacra alla quale avevano accesso tutti gli ebrei. I Coanim si dividevano la notte in turni di guardia in modo tale che coloro che smontavano si coricavano nella metà sconsacrata del Bet Hamoked. Ebbene costoro dovevano spogliarsi degli abiti consacrati con i quali avevano prestato servizio di guardia e, piegatili, collocarli dirimpetto alla loro testa. Così come aveva fatto Jacov nostro padre con le pietre di quello stesso luogo nel suo uscire da Erez Israel. Senza posare la testa sugli abiti per non usarli (Rambam). L'abito consacrato, come oggetto esteriore, non ha senso se non inquadrato in un contesto strumentale. Finto il suo scopo non può essere usato.

Possiamo quindi capire la descrizione della punizione per il Levita che veniva colto a dormire durante la guardia: gli venivano bruciati gli abiti. Rabbì Eliezer ben Jacov che secondo il Talmud è l'autore del trattato di Middot (TJ Jomà II,2 – TB 16a) tiene a specificare che non è una parabola. Una volta è successo al fratello di sua madre di ritrovarsi con gli abiti bruciati per aver dormito durante la guardia. Ebbene si tratta evidentemente di un richiamo fortissimo alla strumentalità del vestito. Il Levita monta la guardia da fuori, è preposto alla materialità. Se fallisce nel suo compito la materialità del vestito non ha senso e viene bruciata.

Il Rav Dessler sostiene che il principale strumento per accedere all'interiorità, quella che potremmo definire la chiave del Santuario, è la disponibilità ad accettare il rimprovero. Il libro di Devarim si apre con il verso : "E queste sono le parole che parlò Moshe a tutto Israel...". Il Sifri si chiede come sia possibile dare il titolo di "E queste sono le parole..." ad una parte sola delle parole di Moshè: forse non tutta la Torà ci è stata data per mezzo di Moshè? Da qui si impara l'importanza del rimprovero che caratterizza il libro di Devarim. Chi accetta il rimprovero ha accettato nel profondo il criterio stesso di miglioramento continuo di accesso perpetuo all'interiorità. Per questo è così importate il rimprovero del Preposto al Monte del Tempio nei confronti del Levita sorpreso a dormire. Solo il rimprovero e la sua accettazione possono condurre il levita ad incontrare il Sacerdote all'apertura della porta, la mattina.

Il Rav Dessler definsice l'interiorità come 'casa'. L'uomo che raggiunge l'interiorità è a casa sua. Il Santuario è chiamato generalmente Bait, Casa. È la Casa per eccellenza, la Casa di tutti in quanto "Casa" del Signore. Così l'esteriorità è l'essere lontani dalla propria radice spirituale. L'antitesi dell'essere a casa è l'essere prigionieri. L'essere in carcere. Spiega il Rav Dessler che la più grande sofferenza del carcere è essere lontani da coloro che si ama. Ebbene il carcere spirituale è essere lontani dalla radice del proprio io spirituale. È l'essere lontani dal Signore e quindi da se stessi. In questo senso capiamo come mai l'unico edificio ad avere la Mezuzà nel Santuario sia la Lishkat Paredrin, la residenza del Sommo Sacerdote nella settimana di preparazione al giorno di Kippur. Il motivo è che i Saggi non vogliono che si dica che il Sommo Sacerdote è prigioniero nel Santuario. L'introspezione del Sommo Sacerdote, l'unico ad avere accesso alla parte più interna del Santuario, non può essere confusa con il carcere. Essa è ricerca di se stessi attraverso la ricerca del Signore e giammai carcere che è la separazione da ciò.

La Torà prevede che l'omicida involontario trovi rifugio, fino alla morte del Sommo Sacerdote in carica, in una delle città preposte a questo, città dei leviti. Il Michav MeEliau spiega che il peccato dell'omicida involontario è quello di non essere stato attento. La radice del suo peccato è nel disdegnare i rapporti con il prossimo. Dovrà rieducarsi ai rapporti con il prossimo proprio lontano da coloro che ama. In un luogo dove i leviti, preposti alla materialità ed a tutto quanto è esterno (sono gli unici che risiedono su tutto il territorio d'Israele e fanno da collante tra le tribù) possano ammaestrarlo al rispetto per il prossimo. Lontano dai suoi cari l'omicida involontario ricercherà se stesso nella sua interiorità compiendo così un duplice percorso esterno-interno che si completa solo quando la morte del Sommo Sacerdote segna l'avvicendarsi di una nuova stagione di interiorità.

"Sulla porta il peccato siede" dice il Signore a Kain, e così sono proprio le porte, le aperture, i punti di contatto, i luoghi nei quali dobbiamo più fare attenzione con la nostra shemirà , guardia, osservanza.

Noi osserviamo-guardiamo le mizvot.

Noi siamo un popolo di guardiani perché il nostro Signore definisce la sua onnipotenza, Shadai, come Shomer Dlatot Israel, Guardiano delle Porte d'Israel. Colui che Shadai - 'sheamar daj' che 'ha detto basta' alla propria contrazione che espandeva oltre modo la materialità e la esteriorità, pone un limite a questa proprio nell'assisterci a preservare da ogni male le porte che collegano lo spirito alla materia. L'Onnipotenza Divina è proprio nel Suo richiedere il nostro "aiuto" nel porre un limite alla contrazione della Shekinà. Siamo noi che dobbiamo dire basta al ritrarsi della Shekinà attraverso il nostro comportamento. Siamo noi che dobbiamo, presto ed ai nostri giorni costruire, un Santuario nel quale porre guardiani.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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