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  TORAH.IT

Parashat Nasò 5763


"Illumini il Signore il Suo Volto verso di te e ti conceda grazia" (Numeri VI,25)

"Illumini: Che scopra i tuoi occhi con la luce del Suo Volto per osservare le meraviglie della Sua Torà e delle Sue opere, dopo che tu abbia raggiunto le tue necessità con la Sua benedizione." (Rabbì Ovadià Sforno in loco)

Nella Parashà di questa settimana compare, tra i molteplici argomenti che essa tratta, il testo della birkat Coanim, la benedizione sacerdotale. Negli scorsi anni ci siamo occupati diverse volte di questo straordinario precetto. Vorrei quest'anno soffermarmi sul secondo dei tre versi che costituiscono la Berachà. Il secondo verso della benedizione sacerdotale è in effetti il cuore stesso della benedizione. Così come per la festa di Shavuot rispetto a Pesach e Succot, possiamo dire che anche in questo caso vale l'esempio dei Saggi circa i tre viandanti, dei quali colui che cammina in centro è il più importante. Così anche nella Birkat Coanim il nocciolo della benedizione Divina è nella benedizione della Torà che compare nel secondo verso: che Iddio ci illumini con la luce della Torà. Lo stesso Sforno traccia il nesso tra i tre versi. Il primo si occupa della benedizione materiale, il secondo della benedizione spirituale della Torà ed il terzo è la conseguenza dei primi due: la benedizione eterna della pace del mondo a venire per coloro che hanno vissuto nella via della Torà.

Dunque se la premessa per una vita nello spirito della Torà è una dignitosa vita materiale, e la conseguenza di questa è la vita del mondo futuro, è proprio di questa vita spirituale che l'uomo di deve occupare. Come abbiamo infatti visto più volte, l'unica variabile sulla quale abbiamo completa autonomia è "sii giusto, e non malvagio". Lo studio della Torà deve allora essere il cuore della nostra esistenza così come è il cuore della benedizione Divina nei nostri confronti.

Lo studio della Torà è un precetto, è uno dei seicentotredici precetti che abbiamo ricevuto sul Sinai.

Lo Shulchan Aruch così apre la sua codifica delle regole del Talmud Torà:

"Ogni uomo d'Israel è obbligato al Tamud Torà, sia che sia povero che sia ricco, sia che sia integro nel suo corpo, sia che sia impedito, sia giovane che molto vecchio. Persino il povero che elemosina di porta in porta, persino colui che ha moglie e figli è obbligato a stabilire per se stesso del tempo per il Talmud Torà di giorno e di notte come è detto: 'e mediterai su di esse giorno e notte'." (Yorè Deà 246,1)

Rav Mordechai Elon shlita, sui cui insegnamenti questa derashà si basa, fa notare come esista una sostanziale differenza tra il modo in cui Rabbì Josef Caro, l'autore dello Shulchan Aruch, codifica le regole del Talmud Torà e come le codifica il Maimonide. Infatti il Rambam, in maniera assolutamente inusuale, stravolge (apparentemente) l'ordine logico che in genere lo caratterizza per introdurci a modo suo nel precetto del Talmud Torà. Lo Shulchan Aruch, lo abbiamo visto, inizia col dirci che il precetto è un precetto per tutti gli ebrei in tutte le condizioni: solo negli articoli successivi parlerà dell'esenzione delle donne e degli altri particolari, come è logico che sia. Il Rambam parte al contrario:

"1.Le donne, gli schiavi, ed i bambini sono esenti dal Talmud Torà, ma il bambino, il padre è tenuto ad insegnargli Torà come è detto: 'e le insegnerete ai vostri figli parlando di esse' (Deuteronomio XI,19). Ma la donna non è obbligata di insegnare a suo figlio giacchè chiunque è obbligato a studiare è obbligato ad insegnare." (Rambam Hil. Talmud Torà)

Nel secondo articolo il Maimonide spiega che l'obbligo non si esaurisce con i figli, ma anzi prosegue con i nipoti ed in generale l'ebreo è tenuto ad insegnare anche ai figli del prossimo, giacché i discepoli sono chiamati figli. Nel terzo articolo il Rambam affronta il caso di colui il cui padre non gli ha insegnato: ebbene questi deve "insegnare a se stesso dal momento in cui se ne renda conto" . Nel quarto si parla della precedenza padre-figlio. Se il padre può permettersi lo studio di una sola persona egli ha la precedenza su suo figlio a meno che il figlio non sia particolarmente dotato, in questo caso il figlio ha la precedenza per quanto il padre non possa totalmente esimersi dallo studio. Nel quinto egli stabilisce che lo studio ha la precedenza sul matrimonio a meno che ciò non distragga anche dallo studio, in tal caso è meglio sposarsi prima. Nel sesto si dice che il padre è tenuto ad insegnare al figlio dal momento in cui questi comincia a parlare insegnandogli per prima cosa il verso: 'La Torà che ci è stata comandata da Moshè è un retaggio della congrega di Jacov', per passare poi al primo verso dello Shemà e via via a tutto il resto. All'età di sei o sette anni lo deve mandare a scuola. Nell'articolo sette il Rambam tratta del divieto di insegnare la Torà orale a pagamento. Solo all'articolo otto il Ramabm si 'ricorda' di dirci che c'è un precetto che si chiama Talmud Torà praticamente con lo stesso testo identico dell'articolo uno dello Shulchan Aruch.

Come mai il Rambam ci propone questo approccio così strano? Per capire cosa intenda il Maimonide nel procrastinare la definizione del precetto sino all'articolo otto dobbiamo vedere la definizione che il Rambam dà del Talmud Torà nel suo Sefer HaMizvot.

"L'undicesimo precetto è il comandamento con il quale siamo stati comandati di insegnare la saggezza della Torà e di studiarla – e questo è quanto chiamato Talmud Torà e questo è quanto ha detto: 'E lo insegnerai ai tuoi figli'...."

Dunque per il Maimonide l'insegnare e lo studiare (in quest'ordine!) assieme costituiscono il precetto del Tamud Torà (malamente tradotto come studio della Torà). Spiega Rav Elon shlita che un saggio che siede sui suoi libri tutta la vita e non insegna nulla, sarà pur lodevole per la sua saggezza ma non ha adempiuto al precetto del Talmud Torà. Ha "studiato" tutta la vita ma in realtà non ha adempiuto affatto al precetto dello "studio della Torà" giacché questo si compone assieme dell'insegnare e dello studiare. Per questo il Rambam parte "al contrario" per insegnarci che non ha senso parlare dei "momenti" che ognuno deve fissarsi per studiare Torà se prima non si è chiarito che il precetto è quello di insegnare agli altri, ai propri figli, ai propri nipoti ed a tutti coloro che divengono nostri figli attraverso ciò che noi insegniamo loro. Se non capisci che ogni alunno è un figlio, dice Rav Elon a nome del Rambam, non hai capito il precetto dello studio della Torà. Il Talmud Torà è dunque il precetto della famiglia ed allora capiamo l'articolo uno del Maimonide. Le donne, gli schiavi ed i bambini sono esenti. I bambini è chiaro: in quanto minori sono esenti da tutti i precetti. Anche lo schiavo in quanto il tempo non è suo ma risponde al proprio padrone: ma le donne? Il Rambam spiega: Ma la donna non è obbligata di insegnare a suo figlio giacchè chiunque è obbligato a studiare è obbligato ad insegnare.

Le donne hanno ricevuto la Torà per prime. Nel Midrash Rabbà leggiamo: "Perché le donne per prime? Perché sono solerti nelle mzivot. Un altra spiegazione: perché dirigono i loro figli alla Torà. " (XXVIII,2) Le donne dirigono i loro figli alla Torà perché dal dono della Torà in poi è la madre che da l'ebraicità al figlio. È lei che lo rende sottoposto alla Torà. Ed ancora nel Talmud abbiamo più volte visto come il feto studi Torà nei nove mesi di gestazione. La madre dirige il figlio verso la Torà e per questo è poi il padre che deve completare il percorso insegnando a questi Torà. Per questo la donna è esente dal precetto del Talmud Torà (in quanto non è obbligata ad insegnare giacché chiunque è obbligato a studiare è obbligato ad insegnaree quindi neanche a studiare nel contesto del precetto del Talmud Torà). Certamente non è esente dallo studio in senso assoluto, poiché anche lei deve studiare per sapere come adempiere alle mizvot che le sono state comandate. La donna esente è la chiave per capire il senso familiare dello studio della Torà . Se il minore non è tenuto, è il padre che è tenuto ad insegnargli poiché egli non ha modo di adempiere a questo precetto senza di lui. In questo senso capiamo che lo stesso vale per bambini e schiavi: entrambi non sono in condizione di avere figli, i primi nel senso biologico, i secondi in senso legale, perché gli schiavi non hanno albero genealogico.

Capiamo allora anche i restanti articoli: il fatto che il precetto sia tale anche per i nonni. Rav Elon shlita torna spesso sul fatto che la vera differenza tra gli uomini e gli animali sono i nonni. Non si è mai visto un animale girare per strada assieme al proprio nonno: è il senso della famiglia che ci distingue come uomini. Ed allora (art. 3) colui il cui padre non gli ha insegnato ha l'obbligo di insegnare! Non di studiare. Di insegnare a se sesso. Ossia: il fatto di non aver avuto questo rapporto dinamico/familiare con la Torà non lo esime dal capire che la Torà non è mai solo studio ma sempre insegnamento, persino con se stessi. Ed è per questo che il primo verso dello Shemà che lo stesso Maimonide definisce "il grande principio, che tutto dipende da esso" non è la prima cosa che si deve insegnare al proprio figlio. Perché non gli si può trasmettere l'unicità di D. senza avergli dato quel senso di appartenenza che è inciso nel verso 'La Torà che ci è stata comandata da Moshè è un retaggio della congrega di Jacov'.

Capiamo allora, spiega Rav Elon, come mai le regole del rispetto per i genitori si trovino in Hilcot Mamrim, assieme alle regole del Sinedrio e prossime alle regole del re. Perché se si vuole capire la struttura statale della Torà si deve capire che il primo organo dello stato, prima ancora del Re, del governo e persino prima del Grande Sinedrio è la famiglia. Per questo persino se il padre è alunno del figlio ed il figlio è un grande Maestro per il quale tutti si alzano in piedi, il padre non deve alzarsi. Per dimostrare che non ci può essere Torà scollegata dal senso della famiglia.

Ed ancora, spiega Rav Elon, che ciò è esattamente quanto spiega il Meshech Cochmà a proposito del limite stesso della regola dell'onore per padre e madre. Il Rambam spiega infatti in Hil. Mamrim che se il genitore ci comanda di infrangere una regola della Torà non siamo tenuti ad obbedirgli. Ciò sembra scontato. La Parola di D. contro la parola dell'uomo: chiunque ci avesse comandato di infrangere la Parola di D., non avremmo dovuto ascoltarlo!?

Spiega Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk che non è così scontato. Sono padre e madre che ci danno la Torà legandoci alla catena sinaitica: sono loro ad averci dato la Torà! Sono loro che ci hanno insegnato che il Signore è uno: serve che la Torà ci dica che la loro autorità finisce quando questi si rivoltano contro la Torà. La loro autorità, non l'onore che dobbiamo loro.

Mi pare che tutto ciò ben si sposi con il fatto che il Midrash sostiene che Iddio stesso si rivolse a Moshè con la voce di Amram suo padre. Persino Iddio non può esimersi dall'aspetto familiare che è inscindibile dallo studio della Torà. In questo senso noi diveniamo "banim laMakom", figli di D., proprio perché Egli ci ha insegnato Torà. La radice familiare dell'insegnamento è onnipresente nel processo dello studio della Torà. Ecco allora che Iddio cambia il volto di Moshè dandogli la fisionomia di Avraham, quello stesso Avraham che ha insegnato al mondo la radice del chesed, della bontà, del dare. Abbiamo in precedenza visto che il Chatam Sofer sostiene che Avraham non era affatto il più grande della sua generazione in senso assoluto. C'erano profeti superiori a lui: Noach, Shem e Malkizedek. Avraham è però colui che sceglie volontariamente di rinunciare ad un livello superiore di conoscenza per beneficiare il prossimo con il suo insegnamento. Il mondo si regge su Avraham che sceglie la via del chinuch, dell'educazione.

In questo senso mi pare si possa proporre un'interpretazione alternativa di una famosa mishnà che recitiamo tutte le mattine nelle zemirot:

"Queste sono le cose delle quali l'uomo mangia i loro frutti in questo mondo, ed il fondo è permanente per il mondo a venire, e queste sono: l'onore per il padre e la madre, le opere pie, ed il porre pace tra l'uomo ed il suo compagno, ed il Talmud Torà keneghed kulam (ha lo stesso valore di tutti)."

Talmud Torà keneghed kulam, significa letteralmente dinanzi a tutti. Mi pare che sulla scia di quanto detto fin qui si possa dire che dinanzi ad ognuna di queste tre grandi mizvot c'è il Talmud Torà. Ossia che non ha senso un Talmud Torà che non abbia dinanzi l'onore per i genitori, il rapporto con il prossimo e sopratutto l'interessamento per la pace tra le creature. Uno studio della Torà senza padri e figli, non è tale e così anche uno studio che prescinda dall'interesse per il prossimo.

Mi pare allora straordinario l'uso che i padri mettano la mano sulla testa dei propri figli durante la birkat coanim. Mentre il Coen invoca su di noi la benedizione del Signore, la benedizione dello studio della Torà, i padri fanno una sorta di semichà, di imposizione delle mani sul capo: il gesto con il quale un Maestro ordina il proprio discepolo. È il gesto con il quale si trasmette l'autorità della Torà e si materializza quella catena di semichot che ci lega di generazione in generazione sino alle falde del Sinai.

Vorrei concludere con una nota personale.

I miei nonni, come i loro coetanei, appartengono alla generazione della guerra, una generazione alla quale i nemici d'Israele hanno negato tante cose ma tra queste forse la più importante: lo studio. Nelle generazioni successive, e nella nostra in particolare molti giovani tornano alla Torà e con essi le loro famiglie.

Una volta, al termine di una festa di famiglia, mio Nonno shlita chiese al mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita una domanda che mi lasciò perplesso:

"È scritto nella Torà: 'e lo insegnerai ai tuoi figli'. Ma a me hanno insegnato tutto mie figlie ed i miei nipoti!?"

Rav Della Rocca rispose: "è scritto nello stesso verso 'e ne parlerai con essi': non importa chi ha insegnato a chi, quello che conta è che ne abbiate parlato!"

Non avevo mai capito la domanda di mio Nonno né la risposta di Rav Della Rocca fino alla lezione di Rav Elon nella quale per la prima volta ho capito che il precetto dello studio è inscindibile da quello dell'insegnamento e dal senso della famiglia.

Capisco allora anche come mai è così importante per i nonni impartire la birkat coanim ai propri nipoti: perchè l'unico precetto che hanno nei loro confronti è quello di insegnargli la Torà. La semichà della birakat coanim dei nonni della nostra generazione ci insegna come si possa insegnare ai propri nipoti senza mai aver studiato, nel ricordare loro che colui il cui padre non gli ha insegnato è tenuto ad insegnare a se stesso.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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