TORAH.IT
Parashat Emor 5763
"E proclamerete in questo stesso giorno, chiamata sacra sarà per voi, ogni lavoro servile non farete, decreto eterno in ogni vostra dimora per ogni vostra generazione." (Levitico XXIII, 21)
"Ha detto il Santo Benedetto Egli Sia ad Israele: la gioia vi si addice, le feste vi si addicono, i giorni buoni vi si addicono… Se tu aumenti alle nazioni del mondo giorni buoni, mangiano, bevono e divengono sfrenati ed entrano nei loro teatri e nei loro circhi e ti adirano con le loro parole e con le loro azioni. Mentre Israele non è così, tu dai loro giorni buoni e loro mangiano, bevono e gioiscono, ed entrano nei Batè Keneset e nei Batè Midrash ed aumentano le loro preghiere. (Midrash Yalkut Shimoni, Pinchas 29)
Ci troviamo in queste settimane tra la festa di Pesach e quella di Shavuot. In quei quarantanove giorni di crescita spirituale nei quali veniamo chiamati a scalare i quarantanove gradini che ci conducono al Sacro. Si tratta di giorni particolari, tant’è che, lo abbiamo visto negli scorsi anni, c’è chi li considera giorni di chol ammoed, mezza festa, di quella grande unica festa che comincia a Pesach e si completa a Shavuot. Il Mesech Cochmà, citando lo Zohar, ci ricorda che questi giorni debbono servire in primo luogo a farci crescere spiritualmente sì da giungere pronti alla ricerzione della Torà. Lo stesso Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk, riflette sulla differnza che c’è tra Pesach e Shavuot e sul senso del percorso tra queste.
Esistono, spiega il Meshech Cochmà, due macro-categorie di mizvot: le mizvot "ben ha-adam laMakom" (tra uomo e D-o) e quelle "ben ha-adm lachaverò", (tra l’uomo ed il suo prossimo). Tra le prime annoveriamo mizvot come lo zizzit, i tefillin e la mezuzzà: si tratta di mizvot che legano Israele al Signore. Ci sono poi quelle mizvot che hanno un più marcato risvolto sociale, tra le quali i vari tipi di decime e di offerte e più in generale tutto quanto entra nella categoria di "ghemilut chasadim", quelle opere pie con le quali l’ebreo è chiamato a relazionarsi al suo prossimo.
Il Mesech Cochmà sostiene che lo Shabbat è legato alla prima categoria laddove le Feste sono legate alla seconda. La dimostrazione di ciò il Maestro la trova in due regole che distinguono lo Shabbat. A differenza dalle Feste, di Shabbat è proibito cucinare ed è proibito il trasporto. In effetti dello Shabbat la Torà dice "Che nessuno esca dal proprio posto" (Esodo XVI, 29), verso che si riferisce ai vari tipi di status territoriali legati allo Shabbat. In assoluto, dice il Maestro, rispetto allo Shabbat siamo tutti singoli ed ogni ebreo è legato al prossimo attraverso il legame individuale che ognuno ha con il Signore. In una metafora molto cara al Meshech Chochmà, ogni ebreo è come un raggio di una ruota il cui centro è il Santo Benedetto Egli Sia. In questo modo tutti gli ebrei sono legati da quanto hanno in comune: il legame con il Signore. Della "verticalità" (uomo/D-o) dello Shabbat si può anche parlare in relazione alla stessa istituzione del riposo settimanale. Esso, infatti, ricorre a distanza di sette giorni sin dalla Creazione del Mondo ed è completamente indipendente da Israele. Infatti la benedizione della giornata è per il Signore che "mekadesh hashabbat", santifica lo Shabbat.
Diversamente, le Feste sono legate alla sfera orizzontale dei rapporti sociali di Israele. Per questo nelle Feste è permesso cuocere e nel trattato di Pesachim (46b), ricorda il Maestro, i Saggi esentano dalla pena colui che cuoce troppo pane di festa sì da cuocerlo in effetti "per" il giorno feriale successivo, dicendo che "aspettava ospiti!" Le Feste sono fatte per gioire assieme e così è permesso in esse trasportare e cucinare, per facilitare gli spostamenti e gli incontri tra ebrei. Allo stesso modo diremmo che la sacralità della Festa, come più volte osservato, dipende essenzialmente dal computo del tempo attraverso la determinazione del novilunio e dalla sua proclamazione da parte del Sinedrio. Persino la data delle Feste dipende da Israele. Nel Midrash Devarim Rabbà è infatti detto che Iddio e gli Angeli "scendono" a Sentire quand’è che il tribunale di Israele ha fissato Rosh HaShanà e Kippur. Così anche la benedizione delle feste è al Signore che "mekadesh Israel ve-hazemanim", santifica Israele che a sua volta santifica le feste".
Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk, partendo da ciò, spiega come ci sia una profonda affinità concettuale tra lo Shabbat e Pesach. Infatti la radice stessa di Pesach è nel fatto che Iddio è passato oltre (pasach) alle case dei nostri padri nel Suo colpire l’Egitto. In quel momento però, dice il Maestro eravamo ancora un insieme di individui. Ognuno era nella propria casa, ed anzi la Torà ha vietato per quel primo Pesach di uscire dall’uscio fino alla mattina seguente (Esodo XII, 22). Il legame collettivo è qui – come di Shabbat – un legame che passa per il Signore. E’ attraverso il korban che ognuno si lega al Signore e di conseguenza al resto di Israele. Ed in assoluto, anche nelle generazioni future, si deve essere ‘prenotati’ per uno specifico korban Pesach sin dalla vigilia della Festa. Come quanto è detto circa lo Shabbat "Chi si è affaticato durante la vigilia di Shabbat, mangia di Shabbat" (TB Avodà Zarà III,1). E potremmo aggiungere che dal punto di vista pratico proprio Pesach è per eccellenza la festa della preparazione (il chamez va rimosso prima) a modello dello Shabbat. Per questo, dice il Mesech Cochmà, la Torà chiama Pesach Shabbat in relazione al conto dell’Omer ed alla festa di Shavuot (e conterete per voi dall’indomani dello Shabbat).
Sostiene allora il Maestro che i giorni del conto dell’Omer sono quei giorni nei quali costruiamo il legame orizzontale, sociale di Israele per passare da un Pesach-Shabbat del singolo ad un Shavuot della collettività. Ed è in questo delicato passaggio che si misura la distanza tra il popolo d’Israele e le altre nazioni:
"Dunque in tutti i popoli, il loro essere legati l’un l’altro è cosa formale ed è questione nazionale che viene dal nascere e dal vivere in una stessa terra e nel rendere uguali le loro idee. Non questa è la parte di Jacov, giacché il legame nazionale è cosa così grande perché la Torà è data al popolo e secondo il consenso dei suoi Saggi e dei suoi grandi, vanno le Vie di D-o e la Sua Provvidenza." (Mesech Chochmà in loco)
Dunque il legame profondo che lega i figli d’Israele è nell’essere la Torà retaggio del popolo d’Israele stesso. Nell’essere questa legata ad Israele a tal punto che ciò che i Saggi d’Israele deliberano, quella è Torà. Il dono della Torà non è dunque una assegnazione una tantum di una verità superiore, quanto il dono della facoltà di legislare e giudicare sulla base della Verità Divina secondo la comprensione dei Saggi, tementi di D-o. Per questo la Torà viene data ogni giorno, perché ogni giorno Israele riceve nuovamente il possesso sulla Torà e ne è amministratore. Ebbene la Festa di Shavuot è allora il momento in cui Iddio ci dona per la prima volta l’amministrazione della Torà. Si tratta dunque della Torà orale in primis ed è proprio per questo che quello straordinario momento è occasione della prima interpretazione indipendente di Moshè che decide, secondo la propria comprensione umana e non dietro comando Divino, che la Torà richiede un ulteriore giorno di preparazione. (TB Shabbat 87a)
Capiamo allora perché questo è il periodo nel quale si usa studiare il trattato di Avot della Mishnà che tratta essenzialmente dei quel "derech erez", di quel comportamento corretto, che viene richiesto all’ebreo nei rapporti sociali. Si tratta della dimostrazione che ci appropinquiamo a ricevere nuovamente le chiavi della Torà orale proprio attraverso lo studio di questa, in particolare in relazione ai rapporti sociali. Allo stesso modo capiamo perché è proprio questo il periodo nel quale sono morti gli alunni di Rabbì Akivà che non si portavano rispetto a vicenda.
Attraverso il conto dell’Omer noi passiamo dall’essere servi isolati del Signore ad essere un popolo che vive armoniosamente amministrando il mondo e la Torà che Iddio ha messo nelle sue mani.
Ne risulta che l’aspetto della Torà che dobbiamo sforzarci di approfondire in questi giorni è proprio quello sociale: le mizvot che legano l’ebreo al suo prossimo. E negli scorsi anni abbiamo approfondito le regole dell’angolo del campo e delle altre forme di doni ai poveri che prendono il posto dei giorni di chol hammoed di Shavuot.
Il Rambam, lo abbiamo visto più volte, sostiene che l’idolatria nasce quando l’uomo comincia ad attribuire importanza e conseguentemente ad adorare determinate forze naturali, inizialmente senza rinunciare all’idea di un unico Creatore, per dimenticare poi l’Eterno nel vuoto culto delle forze della natura. E ben noto che l’Egitto è il luogo in cui questo processo avviene in modo particolare tanto che il Faraone sostiene di essersi autocreato. L’Egitto è il mondo dell’idolatria, è il mondo nel quale anche gli ebrei sono idolatri perché non si può stare in Egitto senza far parte di quel sistema "cavallo-cavaliere" di cui parla il Naziv di Volozin, di cui più volte ci siamo occupati.
"…è noto che la questione dell’idolatria era di far godere le forze che influenzano (secondo la loro immaginazione) attraverso la messa in pericolo della loro vita, l’abbruciamento dei loro figli e delle loro figlie ed attraverso la mutilazione ed il tatuaggio – ed in generale di aumentare violenza e crudeltà nell’anima umana…fino a che ha illuminato il Santo Benedetto Egli Sia con la luce della Sua Torà, nel comandare le mizvot ad Israele per loro guadagno e per il perfezionamento della realtà, e non per il Suo perfezionamento, "perché se sarai stato giusto cosa gli darai?" (Jov XXXV, 7). E la Sua veste di giustizia Egli ha dato nel porre nella Sua Torà bontà e grazia per l’anima dell’uomo senza senza sosta ed in vari settori. Il Coen è mizvà santificarlo (Levitico XXII, 8); il Levì – di farlo felice (Deuteronomio XVI,11); l’israelita – di beneficiarlo con il proprio patrimonio (ivi, XV, 7-8 ; e di non vendersi in schiavitù (Levitico XXV, 42); e se in determinate occasioni viene venduto – "non lo far lavorare con violenza" (ivi 46); lo straniero che risiede – di mantenerlo (ivi, 35); lo schiavo cananeo – di non farlo vergognare [Rambam Hil. Avadim IX,8]; l’animale – di non farlo soffrire (Deuteronomio XXII,4), e se mangiamo la sua carne, non la possiamo mangiare senza misericordia, altro che in determinati modi che diminuiscono il suo dolore e lo riducono al solo dolore della morte – il quale non gli si può risparmiare -; e non farlo arare imbrigliato (ivi, XXV, 4); e di far riposare lo schiavo e l’animale (ivi, V, 14) e che il salvare una vita umana respinge tutta la Torà (Levitico XI,5). In sintesi: tutta la Torà e le sue mizvot insegnano misericordia, grazia e bontà, le vie del Santo Benedetto Egli Sia..." (Meshech Cochmà su Levitico XXII, 26-32)
Capiamo allora che se l’uscita dall’Egitto ci libera fisicamente dal mondo della schiavitù, noi non ci possiamo dire veramente liberi fino a quando non accettiamo la Torà sul Sinai. Fino a che non accettiamo la responsabilità di legislare e gestire una società veramente libera e giusta secondo i principi della Torà .
Ancora oggi ci sono culture che fanno della sofferenza uno strumento di culto e che riducono la sfera del santo ad un’esperienza ascetica. La Torà ripudia questa concezione e ci ammonisce nel cercare il Sacro nei rapporti sociali, nella giustizia sociale e soprattutto nella gioia che c’è nel rapporto con il prossimo. Nella gioia coniugale con le sue regole. Nella gioia dell’educazione dei figli con le sue regole. Nella gioia di sedere assieme ad amici e parenti attorno alla tavola festiva e mangiare e bere. In quel mangiare e bere immersi nelle parole e nella atmosfera della Torà. In quel mangiare e bere che non è l’ingozzarsi dei gentili prima di andare al circo o allo stadio. E’ il mangiare recitando benedizioni, studiando Torà, tra una Tefillà e l’altra. Tra una lezione di Torà e l’altra.
È proprio attraverso lo studio della Torà e la sua applicazione che noi trasformiamo ogni occasione di gioia in festa consacrata. Così insegnano i Saggi che ogni pasto può divenire Seudat mizvà, pasto di precetto, se si dicono in esso parole di Torà.
Noi non amiamo i digiuni, né le mortificazioni della carne e dello spirito. Noi cerchiamo una società di gente allegra al servizio del Signore, "servite il Signore con gioia!" e nelle parole dei Maestri della Chassidut: "È una grande mizvà essere gioiosi sempre!"
Sta solo a noi allora dimostrare al Signore ma soprattutto a noi stessi che effettivamente la gioia ed i giorni festivi ci si addicono. Se saremo capaci di gestire in maniera corretta le nostre Feste meriteremo davvero di essere il popolo al quale si addicono le Feste. Ed allora il Santo Benedetto Egli sia ci renderà le grandi feste dei mesi estivi che aveva in programma per noi ed il digiuno del 17 di Tamuz e del 9 di Av torneranno ad essere giorni buoni di Hallel e ringraziamento.
Il percorso dell’Omer ci insegna allora che se saremo in grado di scalare degnamente i quarantanove scalini che ci sono tra Pesach e Shavot facendo della Torà del Signore la nostra Torà, allora potremo davvero essere in grado di fare del giorno luttuoso, un Yom Tov, un giorno buono. Basterebbe mettere la cosa ai voti nel Grande Sinedrio, la Torà oramai è qui in Terra.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici