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  TORAH.IT

Parashat Mezorà 5763


"E parlò il Signore a Moshè e ad Aron dicendo: 'Quando giungerete nella Terra di Kenaan che Io vi do in possesso e porrò una piaga di Zaraat in una casa della Terra del Vostro possesso; e verrà colui del quale è la casa e narrerà al Coen dicendo: 'Come una piaga mi è apparsa in casa'." (Levitico XIV, 33-35)

"Come una piaga mi è apparsa in casa: Persino se è un Talmid Chacham che sa che sicuramente è una piaga, che non stabilisca la cosa come certa dicendo: 'Una piaga mi è apparsa', ma [dica]: 'Come una piaga' " (Rashì in loco)

La Torà non nasconde mai il suo obbiettivo: la costituzione di una società giusta di servi del Signore nella Terra d'Israele. Per questo solo nella Terra d'Israele ha senso parlare di determinati precetti. Nella Parashà di questa settimana ci occupiamo infatti di due diversi tipi di Zaraat, quella delle persone e quella delle case. Ricorderemo che più di una malattia del fisico (spesso impropriamente tradotta come lebbra) si tratta qui di una 'piaga' dello spirito che ha delle ripercussioni sulla fisicità. La Zaraat, con la sua problematicità è in fondo il segnale di una società qualitativamente superiore alla nostra. Infatti in una società di tementi del Signore la natura stessa diviene strumento di mizvà che non può passare in silenzio la trasgressione dei principi della Torà. Dicono infatti i Saggi che la Zaraat delle persone è strettamente legata alla maldicenza. In un mondo di redenzione la natura stessa, il nostro corpo, viene piagato dalle nostre trasgressioni e ci segnala ciò che non va per ricondurci alla giusta via. Il fatto che oggi ciò non avviene è segnale della discesa delle generazioni e non dell'evoluzione del mondo. E questo è certamente il senso del commento di Rashì sul ritrovamento del tesoro degli Emorei di cui ci siamo occupati negli scorsi anni.

C'è dunque una profonda discriminante tra la Zaraat delle persone e quella delle case: la seconda avviene solo ed esclusivamente in Erez Israel. Solo in Erez Israel ha senso dire che una casa di pietre può essere il termometro della condotta del proprio occupante. La Torà prescrive che in questo caso il padrone di casa si presenti dal Coen e 'narri dicendo': Come una piaga mi è apparsa in casa.

Rashì, lo abbiamo detto all'inizio, si chiede come mai egli debba usare questa strana circonlocuzione. E risponde per indicarci che anche se questi è un Talmid Chacham, un Saggio, non ha il diritto di dare la cosa per scontata o di esprimere da solo la diagnosi. Infatti, prosegue Rashì, fino a che non arriva il Coen a verificare, non ha senso parlare di Zaraat ed infatti, nel dubbio, il padrone di casa rimuove tutti gli oggetti di casa per evitare che essi divengano impuri dopo la diagnosi del Coen. Spiega Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk, il Meshech Cochmà, che da qui si capisce la differenza sostanziale tra la Zaraat delle case e le altre forme di impurità. Se, D. non voglia, c'è un cadavere in una casa, gli oggetti della casa divengono impuri. Ciò è assolutamente scollegato dalla constatazione dell'avvenuto decesso e certamente anche se un oggetto viene estratto dalla casa dopo il decesso e prima della constatazione di questo, esso è impuro. Ossia c'è in questo caso una condizione oggettiva di impurità. Non così è per la Zaraat. Fintanto che il Coen non pronuncia verbalmente il suo giudizio non ha senso parlare di purità ed impurità: è la parola del Coen che rende impura la Casa, non la piaga.

Straordinario dunque il richiamo al valore della parola, se ricordiamo che la Zaraat delle persone, parente stretta della Zaraat delle case, è il segno di un uso improprio della parola: la maldicenza. La parola dell'uomo non è mero fiato, è status giuridico, è halachà. Con la pronuncia di una cortissima frase l'ebreo contrae matrimonio e D. non voglia lo scioglie. A chi non ha rispetto della parola, la Torà ha in serbo un apposito corso di recupero che passa per il 'narrare dicendo' (igghid lemor - dalla radice di Haggadà), l'evacuare la casa, e per la dichiarazione di impurità pronunciata dal Coen.

Ma perché la Casa va evacuata? In Arachin 16a il Talmud sostiene che si tratta di una punizione per la 'zarut hayn', per la ristrettezza dell'occhio, ossia per tirchieria, per mancanza di volontà di rendere gli altri partecipi di quanto si ha.

Il Talmud (TB Yomà 11b) propone una pittoresca descrizione di questo principio che ricava dalla strana espressione della Torà 'colui del quale è la casa':

'Colui il quale limita la propria casa a se stesso, che non vuole prestare i propri utensili e dice che non ne ha, il Santo Benedetto Egli Sia pubblicizza [la sua menzogna] quando questi evacua la casa.'

Dunque il problema è proprio che questi si sente il padrone di casa, non capendo che egli è solo custode di quanto D. gli ha affidato e che D. dispensa ricchezza e povertà perché noi si stabilisca una società di zedakà, di giustizia. Chi non vuole prestare i propri oggetti e dice di non averli, al pari del maldicente violenta la parola per uso del proprio ego a danno del prossimo.

Ed il Meshech Cochmà sostiene che anche tutte le altre trasgressioni che in TB Arachin (16 a) vengono collegate alla Zaraat hanno a che fare con la corruzione dei rapporti con il prossimo. Per questo la punizione è quella di essere piagato dalla Zaraat ed essere isolato persino dagli altri impuri. L'isolamento è la pena peggiore per colui che non vuole adempiere alle proprie responsabilità sociali. Così spiega il Meshech Cochmà quanto insegnano i Saggi in Yomà 41: se un ricco porta per un'offerta specifica quanto è richiesto al povero, a posteriori è uscito d'obbligo. Con l'eccezione dell'offerta che deve portare colui che ha contratto Zaraat. In questo caso il motivo della sua impurità è proprio la mancata comprensione del senso della sua ricchezza e quindi in nessun modo può uscire d'obbligo con quanto la Torà prescrive per colui che non ha mezzi di sostentamento.

Proprio questo richiamo alla socialità ci spiega il senso dell'impossibilità per il Saggio di auto-diagnosticare la Zaraat. In primo luogo se c'è Zaraat significa che c'è qualcosa che non va nei rapporti con il prossimo a prescindere dalla Saggezza della persona, che senso avrebbe allora evitare il contatto con il Coen? A maggior ragione anche se sono Saggio devo capire che non posso fare tutto da solo ed ho anzi bisogno del Coen. Proprio di quel Coen che vive e mangia della Terumà, di quella parte del prodotto che io devo dedicare alla collettività, al sostentamento dei Sacerdoti e delle loro famiglie. Proprio quel Coen che non mi deve essere particolarmente simpatico perché in genere lo incontro quando devo ridistribuire la ricchezza che D. mi ha dato dando la Terumà. Anche se sono Saggio ho bisogno del Coen, del Maestro, a cui domandare, anche se sono ricco ho bisogno del povero a cui dare. Ho bisogno di narrare dicendo al Coen.

Lo sa bene l'autore della Haggadà, quello stesso autore che ha strutturato il nostro Seder di Pesach attorno ad un altra dichiarazione: quella che deve fare l'ebreo quando presenta le primizie al Santuario al Sacerdote. Proprio l'autore della Haggadà risponde (apparentemente sommariamente) alle quattro domande del 'Ma Nishtannà' dicendo che 'Schiavi fummo del Faraone in terra d'Egitto, ed il Santo Benedetto Egli Sia ci fece uscire di là con mano forte e con braccio disteso, e se non avesse fatto uscire il Santo Benedetto Egli Sia i nostri padri dall'Egitto, ancora noi ed i nostri figli ed i figli dei nostri figli saremmo schiavi del Faraone in Terra d'Egitto'. Ma ciò non gli basta e prima ancora che noi si possa specificare le domande del Saggio, del Malvagio del Semplice e la non domanda di Colui che non sa domandare ci ammonisce: 'Ed anche se fossimo tutti Saggi, tutti sapienti, e conoscessimo tutti la Torà, sarebbe mizvà per noi parlare dell'uscita dall'Egitto, e chiunque aumenta il suo parlare dell'uscita dall'Egitto è degno di lode'.

Yodeim et HaTorà, conoscessimo la Torà: chi può dire di conoscere intimamente, sessualmente quasi, la Torà? Eppure anche se così fosse sarebbe mizvà parlare dell'uscita dall'Egitto. E non si capisce cosa ci sia da stupirsi! Forse in genere il Saggio è esentato dalle mizvot!? Il Saggio non deve mettere i Tefillin o osservare lo Shabbat come il più semplice degli ebrei? Ma non questo è il senso del messaggio dell'autore della Haggadà. Come spiega il Maimonide il senso del precetto della sera di Pesach è che ognuno si sforzi di narrare dell'uscita dall'Egitto secondo il suo livello. Per questo abbiamo quattro figli, per insegnarci che questo è mizvà per noi. Che ognuno si sforzi di essere se stesso, il meglio di se stesso, domandando veramente e rispondendo veramente ai propri quesiti su questa sera. Non sempre è facile. A volte è proprio il Saggio quello che si ritrova a non saper fare le domande. Il rischio è proprio quello di dare per scontata la propria comprensione, pensare che non ci sia null'altro da sapere. C'è sempre da sapere di più e se un Saggio non sa farsi le domande è allora il caso che almeno cominci a darsi le risposte, e da lì gli sorgeranno nuove domande. La sera del Seder il Saggio non esce d'obbligo con la domanda del Semplice così come il ricco piagato dalla Zaraat non esce d'obbligo con il korban del povero.

I Saggi nel trattato di Berachot 4b -5a stabiliscono la lettura dello Shemà prima di coricarsi in aggiunta alla recitazione serale della preghiera di Arvit. Andando a dormire si devono avere parole di Torà come ultime parole sulla bocca. Rav Nachman sostiene in loco che un Talmid Chacham, non ne ha bisogno ed Abbayè propone che si limiti a dire un verso. Si tratta di un precetto strumentale, il Saggio certamente è sempre preso dallo studio e non necessita di recitare lo Shemà per essere occupato dalla Torà nel momento in cui si addormenta. Certamente egli già riflette su quanto studiato di giorno. C'è una notevole eccezione. La sera del Seder tutti sono un po' esenti della recitazione dello Shemà prima di coricarsi (secondo la maggior parte degli usi si omette l'Ashkivenu e ci si limita alla recitazione del solo Shemà). Perché tutti siamo un po' Saggi se abbiamo fatto un Seder proporzionale alle nostre capacità intellettuali.

Così anche per il Seder: non si tratta di ricordare o di sapere, ed allora chi sa e' esente. Si tratta di narrare anche se si sa, anche se fossimo Saggi, anche se conoscessimo profondamente la Torà. Ed infatti passiamo a narrare del Seder dei grandi del Mondo: Rabbì Akivà e compagni.

Il Midrash lega strettamente l'imposizione del sangue sulle case in Egitto ed il controllo del Coen della casa sospetta di Zaraat nella terra d'Israele. Così anche spiega Rav David Fainstain che la ghematria (il valore numerico) della parola mezorà è pari a quattrocento, come gli anni di schiavitù annunciati ad Avraham.

La notte in cui usciamo dall'Egitto perché sappiamo segnare le nostre case del sangue di un korban che ha senso solo se mi sono preoccupato che l'indigente abbia di che mangiarne, è il preludio dell'ingresso in Erez Israel in delle case che mi ricordano continuamente che esse hanno un senso solo se sono aperte al prossimo. E non ci stancheremo mai di dire che se il mondo è stato creato perché Israele presenti le primizie ai Sacerdoti, la prima regola di Pesach, di quel Pesach che si struttura sulla dichiarazione di colui che presenta le primizie è il 'kimchà dePischà' , il preoccuparsi prima di Pesach delle necessità degli indigenti.

Ed è proprio di questa notte che Moshè dice al Faraone: 'Così ha detto il Signore: 'Come a mezzanotte proprio Io esco in mezzo all'Egitto' (Esodo XI,4) . KaChazot, come a mezzanotte, verso mezzanotte. Mentre Iddio esce 'A mezzanotte'. Perché Moshè è generico? Risponde il Talmud in Berachot (3b-4a) per evitare che i maghi del Faraone, sbagliando i conti, dicano che non era esattamente mezzanotte e Moshè è un bugiardo. E la scorsa settimana abbiamo ricordato come i nemici d'Israele siano specializzati a sbagliare i conti (Aman, Assuero). E ricorda in loco la Ghemarà che già abbiamo imparato nel trattato di Derech Erez (zutà cap. 3) 'Insegna alla tua lingua a dire 'non lo so' affinché tu non venga sorpreso in falso'

Così anche il padrone di casa deve imparare che non è padrone di casa affatto e che può essere anche Saggio ma deve imparare quella Haggadà che gli fa domandare 'KeNega', come una piaga. Deve imparare a dire non lo so. Deve imparare a domandare, a non essere certo. Perché solo il Santo Benedetto Egli Sia può essere certo che è mezzanotte precisa (non un nanosecondo prima ne' dopo), e persino Moshé deve dire 'verso mezzanotte'.

Così anche in vista del Seder di Pesach noi dobbiamo ricordarci che non ci sono riposte assolute e che per ogni domanda ci sono infinite risposte e che vanno tutte bene, se sono nello spirito della Halachà. E che ci sono a volte domande che non vanno bene affatto alle quali si deve saper dare la risposta giusta.

Ed in particolare dobbiamo ricordare che un Seder non può prescindere dalla varietà , giacché ognuno ha il suo livello personale di comprensione ma nondimeno tutti hanno lo stesso precetto di mangiare la stessa quantità di mazzà, perché per ciò che è precetto non c'è distinzione tra Saggio e Semplice. E così anche Moshé Rabbenu stesso non esce certo d'obbligo con le sue generiche dichiarazioni per il Faraone: certamente anch'egli necessita come il più semplice degli ebrei di celebrare il suo Seder con la sua famiglia e domandare ad Aron, suo fratello maggiore e Coen, in cosa differisce questa sera dalle altre.

Concludiamo ricordando che secondo Rabbì Ovadià Sforno tutto il brano della Zaraat delle case con le sue diverse fasi non è che un annuncio della futura costruzione e distruzione del Primo e del Secondo Santuario e dell'Eterna costruzione del Terzo Santuario possa essere costruito presto ed ai nostri giorni.

E' quel Santuario che sarà una grande casa per tutte le genti, retaggio di quel popolo che avrà fatto della propria casa un Santuario aperto a tutti i bisognosi.

Shabbat Shalom e Chag Sameach,

Jonathan Pacifici


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