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Parashat Sheminì - Shabbat HaChodesh 5763
Parashat 5763
"Ed uscì del fuoco da dinazi al Signore e li consumò, e morirono dinanzi al Signore. E disse Moshè ad Aron: ‘Questo è quanto ha parlato il Signore dicendo: ‘Per mezzo di coloro che mi sono vicini mi santificherò, e davanti a tutto il popolo verrò rispettato’’ Ed Aron rimase in silenzio." (Levitico X, 2-3)
"Ed uscì del fuoco: Rabbì Eliezer dice: ‘Non morirono i figli di Aron altro che per via del fatto che insegnarono halachà dinanzi a Moshè loro Maestro’. Rabbì Jshmael dice: ubriachi entrarono nel Santuario. E sappi che dopo la loro morte mise in guardia [il Signore] i superstiti che non entrassero dopo aver bevuto del vino nel Santuario..." (Rashì in loco citando TB Eruvin 63a e Vajkrà Rabbà XII,5)
Dinanzi alla tragedia della morte dei due figli maggiori di Aron, Nadav ed Aviuh, nel corso della cerimonia di inaugurazione del Santuario, Moshè consola il fratello con una strana espressione:
‘Questo è quanto ha parlato il Signore dicendo: ‘Per mezzo di coloro che mi sono vicini mi santificherò e davanti a tutto il popolo verrò rispettato.’
Rashì, sulla scia di TB Zevachim 115b e del Midrash Rabbà analizza i due problemi che pone quest’espressione: dov’è che D-o ha espresso in precedenza questo concetto e che cosa ciò significhi.
"Dov’è che ha parlato? ‘E converrò lì per i figli d’Israele e sarà santificato con la Mia Gloria’ (Esodo XXIX, 43). Non leggere Bicvodì (con la Mia Gloria), Bimcubbadai (con coloro che Mi Onorano). Ha detto Moshè ad Aron: ‘Aron fratello mio! Sapevo che il Tempio sarebbe stato santificato attraverso i Conoscitori del Luogo, ed ero convinto che fosse per me o per te, ora io vedo che essi sono più grandi di me e di te."
Dunque per quanto i Saggi siano profondamente divisi sulla natura del peccato dei due figli di Aron, su una cosa non si discute: erano due personaggi di una statura spirituale enorme tanto da far dire a Moshè che erano superiori a se stesso ed ad Aron. L’idea è che il Signore è particolarmente esigente nei confronti di coloro ‘che gli sono vicini’. Ossia un livello superiore richiede anche un’attenzione superiore, non solo per il principio della proporzionalità, ma anche e soprattutto perché sia d’esempio per il popolo.
La trasgressione dei figli di Aron sembra infatti essere una cosa molto piccola. Rabbì Eliezer in TB Eruvin 63a sostiene che si tratta dell’aver insegnato un halachà alla presenza del proprio Maestro Moshè. È evidentemente un tecnicismo della cerimonia di inaugurazione. Essi fecero da soli un ragionamento e modificarono le istruzioni ricevute. Secondo alcuni avevano anche ragione. In ogni caso anche se fossero stati nel torto si sarebbe trattato di una trasgressione evidentemente involontaria, di certo non punibile con la morte. Ma essi non consultarono Moshè, insegnando dunque una regola dinanzi a Moshè, ‘e chiunque insegni halachà dinanzi al proprio Maestro è reo di morte [dal Cielo]’. Da notare che il Talmud specifica in loco che proprio Rabbì Eliezer aveva uno studente che insegnò halachà in sua presenza e morì in quello stesso anno. Rabbà bar bar Channà a nome di Rabbì Jochannan ci dice anche il nome di questo studente (Jeudà ben Gurià) "sicché tu non dica che è [solo] una parabola!"
Interessante notare che la Mechilta riconduce la radice del peccato di Nadav ed Aviuh alla rivelazione Sinaitica: "e c’è chi dice dal Sinai furono condannati, che videro che Moshè ed Aron procedevano all’inizio e loro dietro di loro e tutto Israele dietro di loro. Disse Nadav ad Aviuh: "Questi due anziani muoiono e noi gestiremo la congrega". Disse il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Vediamo chi seppellisce chi!’ Si tratta evidentemente della stessa radice : un’incomprensione di fondo sul ruolo del Maestro.
Il Meshech Cochmà chiama in causa il Midrash Rabbà e ricorda che quando Nadav ed Aviù salirono sul Sinai "Osservarono Iddio e mangiarono e bevettero" (Esodo XXIV,11). In quello stesso verso è scritto che Iddio non colpì i notabili d’Israele ed i Saggi evincono che il fatto che il Testo lo specifichi significa che avrebbero dovuto essere puniti per aver mangiato e bevuto dinanzi alla più alta rivelazione! Onkelus in loco traduce che è come se avessero mangiato e bevuto. Ossia che non mangiarono fisicamente ma è come se lo avessero fatto. E spiega il Meshech Cochmà che ciò è da paragonarsi a una balia che mangia e beve con la scusa di dover allattare. Essa non mangia né beve cibi salutari per garantire la qualità del nutrimento del bambino, che comunque non è il suo. Essa trae beneficio (economico - mangia) nel beneficiare il neonato. Così anche Nadav ed Aviuh credevano di poter trarre beneficio personale dalla rivelazione, di essere autonomi, superiori spiritualmente agli altri. Forse lo erano, ma non capiscono che la Saggezza è da D-o e che Egli ce la dona perché noi si benefici il prossimo. La rivelazione di Nadav ed Aviù è per Israele ed essi non hanno il diritto di tenerla per loro né di considerarsi superiori o adatti a sostituire Moshè.
Non così Moshè ed Aron, essi erano come la madre che allatta. Quella madre che mangia solo ciò che fa bene al proprio latte e quindi al bambino. E così dice il Midrash Rabbà che intende i due seni spesso citati nel Cantico dei Cantici come Moshè ed Aron, i quali vedevano in se stessi nulla più di due canali di trasmissione e non si consideravano degni individualmente di ricevere la Parola di D-o. In altre letture del Cantico i due seni sono il rigonfiamento che le aste dell’Arca provocano sul Parochet, simili a due seni. Si tratta dunque della trasportabilità / trasmissibilità della Torà. Ed infatti specifica Rashì che per merito del proprio silenzio Aron riceverà in maniera individuale la Parola di D-o che gli comunicherà le regole del divieto di bere vino prima di entrare nel Santuario. Quel pezzo di Torà verrà per sempre insegnato a nome di Aron, che è saputo rimanere in silenzio quando Moshè, suo fratello minore e Maestro, gli spiegava la radice dell’errore dei suo figli che pretendevano di insegnare a loro nome dinanzi a Moshè ed Aron.
Il senso dell’insegnamento di Moshè, Moshè stesso lo riconduce a quanto Iddio dice della Santità: il Santuario deve essere santificato dagli uomini prima ancora che da D-o ed è possibile che gli uomini siano il Santuario e non degli oggetti, così come sarebbe dovuto essere prima del peccato del vitello.
Spiega infatti il Meshech Cochmà in loco che la radice della morte di Nadav ed Avihu è nella necessità di dimostrare al popolo che il fatto che Iddio perdoni, come ha perdonato Israele in occasione dell’episodio del vitello, non significa che rinunci al giudizio. Spiega il Meshech Cochmà che la "la loro morte era necessaria per via del principio (TB Bava Kamma 50 a) ‘Chiunque dice che il Santo Benedetto Egli Sia rinuncia [nel giudizio], venga rinunciata la sua vita’"
Spiega Rabbì Meir Simchà HaCoen di Dvinsk che dopo l’episodio del vitello, la Presenza Divina che era scesa su ogni ebreo si ritrasse (Esodo XXXIII,6) e così anche la nube. In seguito attraverso la preghiera di Moshè e la costruzione del Santuario essi tornarono degni di ricevere la Presenza Divina. È in questo momento che è necessario dimostrare che Iddio ha perdonato: non ha lasciato stare. Sono due cose diverse. È per questo, spiega, che il testo dice che "...ed i vostri fratelli, tutta la Casa d’Israele piangeranno l’incendio che ha bruciato il Signore... perché per causa loro furono bruciati per via del peccato del vitello e per causa sua". Dunque l’inaugurazione del Santuario è il momento in cui si ricompone la frattura del peccato del vitello e ciò avviene non necessariamente in maniera indolore. Tutto Israele deve fare lutto per Nadav ed Aviuh, perché tutto Israele è responsabile della loro morte.
D’altra parte loro sono in parte responsabili del peccato del vitello perché non avevano capito fino in fondo il loro ruolo di leaders.
È proprio Moshè allora il prototipo del leader e di come questi deve gestire le crisi ma sopratutto la trasmissione della Torà. Quando Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento che Moshè Rabbenu morirà e Jeoshua condurrà il popolo in Terra d’Israele (Numeri XI, 26 - TB Sanedrhin 17 a) Jeoshua chiede a Moshè di arrestarli. Secondo Jeoshua questi hanno peccato nel profetizzare dinanzi a Moshè e ciò ‘non è derech erez, è come un alunno che insegna halachà dinanzi al proprio Maestro’. Da ricordare che Eldad e Medad erano rimasti nell’accampamento proprio perché per via della loro umiltà non si ritenevano degni di divenire membri del Sinedrio. La profezia viene loro da parte Divina, proprio per la loro umiltà. Jeoshua dice ‘arrestali’, ossia secondo il Talmud: dagli delle cariche sul pubblico in modo che gli passa l’allegria. Giacché è noto che la Presenza Divina si posa solo sul cuore felice.
Moshè risponde: ‘Magari tutto il popolo del Signore fossero profeti giacché il Signore desse il Suo Spirito su di loro’ Moshè capisce che l’aspirazione è che ognuno sia un Santuario in miniatura, un profeta, un giusto. Proprio Eldad e Medad sono degni di essere membri del Sinedrio e di occuparsi del pubblico perché hanno capito che il leader è solo uno strumento di comunicazione tra il Signore ed Israele. Che il leader è funzionale alla nazione e non viceversa.
Il Talmud (TB Eruvin 63a-b) accusa proprio Jeoshua di aver trasgredito lo stesso precetto di insegnare halachà dinanzi al proprio maestro nel dire a Moshè di arrestare Eldad e Medad. Dice addirittura il Talmud che per questo motivo Jeoshua morirà senza figli. Questa opinione riportata a nome di Rabbì Levì contrasta apparentemente con quanto dice in seguito Rabbì Abbà bar Pappà il quale sostiene che Jeoshua non ebbe figli per aver impedito la procreazione d’Israele per una notte. (Così impariamo nel trattato di Meghillà)
Il Talmud interpreta l’incontro di Joshua con l’angelo durante l’assedio di Gerico. (Jeoshua V, 13) In quello stesso giorno Jeoshua ed Israele avevano trascurato due importanti precetti per via dell’assedio: non avevano presentato l’offerta quotidiana del pomeriggio e una volta notte non avevano studiato Torà (dal cui studio erano esenti di giorno durante la battaglia - Rashì) L’angelo viene a rimproverare Jeoshua per la mancanza nello studio collettivo (da qui i Saggi imparano che lo studio è superiore al culto del Santuario). Di conseguenza, durante il successivo assedio della città di Ai, Jeoshua passa la notte a studiare halachà e nel prolungare l’assedio non si preoccupa di far tornare l’Arca nel Santuario a Ghilgal (dove era collocato il Santuario nei primi 14 anni in Erez Israel). Quando l’Arca e la Presenza Divina sono fuori dal Santuario è proibito l’accoppiamento e dunque Jeoshua prolungando l’assedio di una notte ha impedito una notte di procreazione ad Israele. Per questo muore senza figli.
I due concetti sono assolutamente complementari giacché Jeoshua pur immergendosi nelle profondità della halachà trascura l’aspetto collettivo: permettere ad Israele di avere rapporti sessuali. Jeoshua nella sua grandezza manca dell’aspetto collettivo della Torà: si preoccupa per l’onore di Moshè ma non capisce che anche Moshè è subordinato alla collettività e solo in virtù di ciò è proibito insegnare halachà in sua presenza. Eldad e Medad non mancano di rispetto a Moshè, quella è la loro profezia ed è destinata ad Israele che nella sua insieme è superiore a qualsiasi Maestro, persino a Moshè.
Ne risulta che il divieto di insegnare halachà dinanzi al proprio Maestro è un richiamo alla dimensione collettiva d’Israele nella quale è necessaria la figura del Maestro che dispone ed insegna la Halachà dinanzi al pubblico. Questo rapporto di collettvità della halachà è apprezzabile nella prima halachà che lo Shulchan Aruch ci insegna circa la festa di Pesach (429,1)
"Ci si occupa delle regole di Pesach trenta giorni prima di Pesach, ed è uso di comprare del grano da distribuire ai poveri per essere usato per Pesach, e chiunque abiti in città dodici mesi è tenuto a farlo."
La Mishnà Berurà sostiene che questo insegnamento è legato a quanto è detto alla fine del tarattato Talmudico di Meghillà (32): che Moshè ha stabilito per Israele che in ogni festa chiedessero e spiegassero le regole della festa relativa. La prima regola è che prima di iniziare a parlare delle pulizie e delle regole della kasherizzazione delle pentole bisogna preoccuparsi che i poveri abbiano la farina per fare le azzime. Non si può inziare Pesach da un'altra halachà!
Moshè ha stabilito per Israele di rivolgersi per l’halachà, così come essa è, al Maestro della generazione. E non che ognuno la insegni come crede che sia. Ed ecco che l’halachà è oggi codificata nello Shulchan Aruch al quale fa riferimento tutta la Casa d’Israele, in tutte le sue congreghe.
Straordinario che la prima parte dell’halachà citata è opera di Rabbì Josef Caro, sefardita, (citata in neretto) mentre la seconda è la glossa di Rabbì Moshè Isserlis, il Ramà, maestro degli Ashkenaziti.
Ebbene esse insieme formano la prima ed inseparabile introduzione alle regole di Pesach: preoccuparsi che il povero abbia di che celebrare la festa.
Moshè ha stabilito per Israele che trenta giorni prima di Pesach ognuno di noi cominci studiare le regole di Pesach, cominci a rimuovere il chamez che è in se, comprando le azzime per il povero. Basta un po’ di farina per far uscire l’Egitto da noi e condurre il mondo alla redenzione finale, presto ed ai nostri giorni,
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici