Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

TORAH.IT

Parashat Pekudè 5763


"Tutto l’oro destinato al lavoro, in tutto il lavoro sacro; e fu l’oro innalzato ventinove talenti e settecentotrenta sicli, sicli sacri." (Esodo XXXVIII, 24)

"e fu l’oro innalzato: Per via del fatto che colui che lo offre lo innalza nel trasportarlo quando lo dà al tesoriere, viene chiamato ‘alzato’". (Chizkuni in loco)

Completiamo a D-o piacendo questa settimana il libro di Shemot, il libro della redenzione. Di quella redenzione dalla Terra d’Egitto che è preludio della redenzione finale che può avvenire solo attraverso la redenzione di ognuno di noi dal proprio istinto del male. Ed è proprio per via di questa redenzione introspettiva che gran parte del libro che completiamo questo Shabbat si occupa della costruzione esteriore del Santuario, costruzione che necessita però una costruzione interiore costante per rendere ogni figlio d’Israele un santuario vivente.

Ed ecco che ogni ebreo è chiamato ad essere socio di D-o nella costruzione del mondo e secondo quanto insegna Rabbì Moshè Chajm Luzzatto nell’introduzione al suo ‘Messilat Yesharim’ quando l’ebreo osserva la Torà e le Mizvot "egli si innalza ed il mondo intero si innalza con lui". Questo intende evidentemente anche il Chizkuni nello spiegarci come mai l’oro dell’offerta venga chiamato ‘zehav hatenufà’, l’oro innalzato. Non solo fisicamente l’offerente alza l’oro nel portarlo e consegnarlo al tesoriere, ma anche concettualmente egli si innalza spiritualmente attraverso l’innalzamento spirituale della materia grezza. Attraverso la mizvà l’uomo ha la capacità di trasformare materia in spirito sanando il vuoto spirituale della "contrazione" di D-o nell’ora della Creazione. Non dimentichiamo che la costruzione del Santuario e i suoi ‘lavori’ sono paralleli alla costruzione del mondo.

Così anche il Maram da Rottenburg insegna in loco sottolineando l’origine dell’oro in questione. Il termine ‘easui’, (che viene fatto, atto, destinato a...) che compare nel nostro verso in riferimento all’oro, viene utilizzato dal Signore nel Suo rivelarsi a Moshè per indicare la Sua apprensione per quanto ‘viene fatto a voi in Egitto’ (Esodo III,16). È proprio in tal occasione che Iddio chiede a Moshè di ordinare al popolo di prendere dai propri vicini egiziani oro, argento e vestiti. Ed è da questi beni che i figli d’Israele offrono le loro offerte per la costruzione del Santuario. L’utilizzo di un inaspettata ricchezza per scopi di mizvà "giustifica" l’assegnazione della ricchezza stessa. Ossia c’è un modo per meritare a posteriori una ricchezza improvvisa: utilizzarla per mizvà. Ed il Maram cita in proposito il caso (riportato dal Talmud nel trattato di Eruvin 64a) dell’eredità di un proselita. Il proselita perde nel divenire ebreo, ogni legame di parentela con i propri congiunti gentili (TB Yevamot 22 a ) e di conseguenza in caso di morte costoro non sono suoi eredi legittimi. L’eredità del proselita che non ha nuovi congiunti viene assegnata a colui che è in possesso dei beni in quel momento ed è quindi considerata una ricchezza inaspettata:

"Colui che detiene i beni di un proselita cosa deve fare in modo che si mantengano in mano sua? Compri con essi un Sefer Torà. Disse Rav Sheshet: ‘Persino il marito con i beni della moglie’. Ravà disse: ‘Persino se gli è andato bene un affare ed ha guadagnato’. Rav Pappà disse: ‘Persino colui che trova un oggetto di valore’.Rav Nachman bar Izchak: ‘Persino ci scriva dei Tefillin’.

Da notare l’incredibile inerenza dell’esempio nelle sue quattro categorie proselita, sposa, affare, oggetto trovato:

  1. Tutto Israele ha proprio lo status di un proselita in Egitto. Ed è proprio nel divenire proselita che prende i beni degli egiziani.
  2. Allo stesso tempo Israele è la sposa che si lega a D-o, e riceve i beni degli egiziani in dote.
  3. Nessun affare fu buono per Israele come quello dell’acqua durante la piaga del sangue, come insegnano i Maestri. Anche da quella ricchezza fu costruito il Santuario.
  4. Israele trova gli oggetti durante la piaga del buio. Ed anche nell’entrare in Terra d’Israele, il popolo ebraico trova attraverso la zaraat delle case, i tesori nascosti degli Emorei.

Che valore ha questo denaro non sudato? Che fare di questo guadagno inaspettato?

Ci si scriva un Sefer Torà o dei Tefillin: lo si utilizzi per mizvà. Se ne utilizzi almeno un pò per mizva e si dia un senso al tutto.

Non conta dunque la quantità, ma l’intenzione. Un offerta, si giudica dall’intenzione. E così ci insegna il nostro Rabbì Ovadià Sforno (che nei suoi trent’anni di insegnamento a Roma ha senza dubbio potuto fare un raffronto tra la maestà delle basiliche e la santità delle nostre ‘Scole’ [sinagoghe nella parlata degli ebrei italiani]) nel suo rivoluzionario commento al nostro verso:

"Tutto l’oro: Ha testimoniato circa lo stanziamento dell’oro e dell’argento e del rame che è stato parte dell’Opera del Mishkan, che era cosa molto piccola, rispetto alla ricchezza che c’era nel Primo Tempio come è esposto nel libro dei Re (I, VI, 20-35 – VII, 48-50) e più di questo la ricchezza che c’era nella [ri]Costruzione di Erode [del Secondo Tempio] (TB Succà 51b). E con tutto ciò la Presenza della Gloria Divina fu più frequente nel Tabernacolo di Moshè rispetto alla frequenza del Primo Santuario, e non si rivelò affatto nel Secondo Santuario. E con ciò ha insegnato che non lo stanziamento della ricchezza e la grandezza dell’Edificio sono la causa del risiedere della Presenza Divina in Israele, ma che desidera il Signore i suoi tementi e le loro opere per risiedere in mezzo a loro!

Mezzo libro di Shemot è dedicato alla costruzione del Santuario. Parashot intere di particolari tecnici e dettagli. Infine la nostra Parashà che è una sorta di resoconto contabile della costruzione. E tutto ciò, dice Sforno, per dimostrare quanto poco fosse. E per insegnarci che Iddio guarda le intenzioni e le opere e non le quantità. Così spiega lo stesso Sforno come mai il Tabernacolo di Moshè fu l’unico a non essere mai distrutto: conteneva le Tavole, era commissionato da Moshè, era opera dei leviti ma soprattutto la sua costruzione fu gestita da Bezalel figlio di Urì figlio di Chur della Tribù di Jeudà.

"poiché erano i capi degli artisti dell’opera del Tabernacolo e dei suoi oggetti di buona discendenza e giusti della generazione, per questo risedette la Presenza Divina nell’opera delle loro mani, e non cadde mai in mano ai nemici"

Non cosi per il Primo Santuario dove il lavoro fu fatto dagli abitanti di Zor, non ebrei. Ed a maggior ragione non così per il Secondo Tempio, commissionato da Ciro, e costruito dagli abitanti di Zor e Sidone.

Dunque ciò che rende unico il Santuario di Moshè tanto da renderlo superiore qualitativamente al Santuario di Salomone è proprio l’essere costruito da Bezalel.

Nel Talmud (Beracot 55a) vengono elencate alcune delle incredibili qualità di Bezalel tra le quali quella di conoscere il senso profondo delle Lettere dell’alfabeto ebraico con le quali è stato costruito il modo e quella di capire l’ordine esatto della costruzione dei vari arredi. Ma è forse proprio la qualità di Bezalel che non dipende strettamente da questi a rendere straordinaria la sua opera:

"Disse Rabbì Izchak: ‘Non si mette un gestore sul pubblico altro che se viene eletto dal pubblico come è detto: ‘Guardate! Ha chiamato il Signore per nome Bezalel’. (Esodo XXXI,1) Disse il Santo Benedetto Egli Sia a Moshè: ‘Moshè, è adatto secondo te Bezalel?’ Disse Lui: ‘Padrone del Mondo se davanti a Te è adatto, davanti a me non a maggior ragione?’ Disse lui: ‘Nonostante ciò vallo a dire loro [ai flgli d’Israele]. Andò e disse loro ai figli d’Israele: ‘E adatto secondo voi Bezalel?’Dissero lui: ‘Se davanti al Santo Benedetto Egli Sia e davanti a te è adatto, davanti a noi non a maggior ragione."

Rav Shlomo Goren z’l spiega nel suo Torat HaMedinà che questa è la base halachica per l’istituzione di elezioni democratiche. Dunque la grandezza di Bezalel è non solo quella di essere un personaggio oggettivamente straordinario, ma piuttosto quella di essere eletto dal popolo di Israele. In tal senso è notevole che non basta né l’indicazione del Santo Benedetto Egli sia, né l’opinione di Moshè: è il popolo che rende Bezalel e la sua opera adatti a ricevere la Presenza Divina.

L’idea di fondo è, come abbiamo visto in diverse occasioni, che la Santità deriva dalla capacità di Israele di attaccarsi alla Torà ed essa è indipendente dalla materia. Non il Santuario è santo ma l’atto costruttivo d’Israele. Non il Sefer Torà ma la scrittura del Sofer, lo scriba. E visto che Israele, essi stessi, sono il Santuario di D-o, ne deriva che la Presenza Divina è funzione delle azioni di questi.

Il fatto che storicamente il Santuario sia divenuto residenza della Presenza Divina è dovuto alla nostra mancanza! Noi stessi saremmo dovuti essere (e dovremmo essere!) Santuario vivente. Cosi spiega Sforno la conclusione delle benedizioni della Parashà di Bechukotai:

"E passeggerò in mezzo a voi e Sarò per voi come D-o (come Giudice) e voi sarete per Me come popolo. Io Sono il Signore Vostro D-o che vi ho fatto uscire dalla Terra d’Egitto dall’essere per loro degli schiavi, ed ho rotto i perni dei vostri gioghi, e vi ho fatto camminare a testa alta" (Levitico XXVI, 12-13)

"la questione è che colui che passeggia va qui e li e non in un solo luogo. Ha detto dunque: ‘Passeggerò in mezzo a voi, giacché non in un solo luogo scenderà l’emanazione della Gloria come era nel Tabernacolo e nel Santuario come quanto ha detto: ‘E mi faranno un Santuario ed Io risiederò in essi (Esodo XXV, 8), cioè a dire in questo modo e solo in quel posto risiederò in loro, ed ha spiegato ciò dicendo: ‘che mi rivelerò a te là’ (ivi, XXX,6), ‘E mi rivelerò lì ai figli di Israele’ (ivi, XXIX,43); ma passeggerò in mezzo a voi e sarà visibile la Mia gloria in ogni luogo in cui sarete, giacché dunque in ogni luogo in cui ci saranno i giusti della generazione sarà ‘santo residenza dell’Eccelso’ (Salmi XLVI,5) ed in esso si completerà la Sua Intenzione nel dire: ‘I cieli sono il mio trono e la terra è lo sgabello dei miei piedi [qual è la Casa che costruirete per Me? E qual’è il luogo del Mio riposo? Ma se tutti questi la Mia mano ha fatto, e saranno tutti questi!] E questo Io guardo: al povero ed al debole di spirito e colui che trema alla Mia parola. (Isaia LXVI,1-2)

In futuro dunque sarà la presenza del giusto a rendere ogni luogo un Santuario giacché è l’osservanza d’Israele ed il suo santificarsi che provoca la discesa della Presenza Divina. Così come è l’autorità d’Israele ed il suo desiderio di servire il Signore attraverso la libera elezione di Bezalel che rende Santo il Tabernacolo, così anche sarà l’autorità d’Israele a consacrare presto il Santuario giacché Israele elegge il Sinedrio e questi elegge il Re, il Sommo Sacerdote e può disporre l’allargamento del perimetro del Santuario e della Città.

Ed ancora spiega Rabbì Ovadià Sforno il penultimo verso della nostra Parashà che indica che la nube della Presenza Divina si dipartiva dal Santuario solo quando Israele partiva.

"Tanto era fisso il risiedere della Presenza Divina nel Tabernacolo che non si dipartiva affatto fino a che Israele non necessitavano di partire, e questo non fu in Shilò né nel Primo Santuario e non nel Secondo Santuario, ma più di questo sarà nel Terzo Santuario, possa essere costruito e stabilito presto ed ai nostri giorni, come ha detto: ‘Ed Io sarò per lei [Jerushalaim] detto del Signore, come mura di fuoco attorno e con Gloria sarò in essa’."

Il Terzo Santuario sarà il Santuario di quell’epoca nella quale, nelle parole del Profeta Isaia, "non faranno del male e non distruggeranno in tutto il Mio Sacro monte, e la Terra sarà piena di conoscenza di D-o come l’acqua riempie il mare".

E quando tutto sarà permeato della Gloria del Signore il Santuario servirà proprio a testimoniare che tutto il mondo può e deve essere un Santuario. In quell’epoca, nelle parole del Profeta Zecharià, ogni pentola di Gerusalemme e della Giudea sarà consacrata al Signore ed adatta alle offerte del Santuario.

Concludiamo il libro di Shemot, con il resoconto contabile di Moshè nostro Maestro, che è nostro Maestro in quanto ci ha insegnato che la nostra Santità è superiore ad ogni Santuario proprio rendendo a noi conto di ogni siclo speso.

Il Terzo Santuario è radicato proprio in questi versi, nei versi che indicano quanto poco fu fatto nella materia, ma quanto lavoro fu fatto nello spirito. Così spiega infatti Rav Mordechai Elon shlita gli ultimi versi della Parashà:

"E non poté Moshè venire alla Tenda della Radunanza poiché risiedeva su di essa la nube, e la Gloria del Signore riempiva il Santuario". (Esodo XL, 35)

Ma come non poteva? Colui davanti al quale si è piegato l’Egitto, si è aperto il mare, è scesa la Manna! Colui che è salito sul Sinai ed è stato quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare ne bere! Per tutto il libro di Shemot non abbiamo fatto che parlare di Moshè e delle sue prodezze! Ed ora che il Santuario è pronto!? ‘E non potè Moshè’!?.

La grandezza di Moshè spiega Rav Elon è quella di non montarsi mai la testa. Ha ricevuto l’ordine di costruire il Santuario e lo ha fatto. Il Santuario è pronto, e Moshè consegna la chiavi ad Israele. Torna in cuor suo ad essere un ebreo come gli altri. Perché dovrebbe entrare lui? Il Santuario è veramente pronto perché solo se faccio piccolo il mio io, posso fare spazio per il Signore! Solo quando Moshè torna in cuor suo ad essere uno qualsiasi, nonostante tutto quanto fatto fino ad ora, ‘e completò Moshè l’opera’.

Moshè non sarebbe entrato se non fosse stato chiamato da D-o nel primo verso della prossima Parashà, nel primo verso del libro di Vajkrà. In questo senso prende una luce particolare tutta la discussione su quella piccola lettera ‘alef’ di ‘Vajkrà’ che è un po’ il chiedesi di Moshè: ‘chi, io?’

Per Moshè è poco più di un caso, per il Signore, proprio per via di questa umiltà, una consacrazione a sommo profeta d’Israele.

Dalla prossima settimana ci occuperemo della Torà dei Korbanot, delle offerte ma soprattutto dell’avvicinarsi. Di come ci si deve avvicinare a questa Gloria che riempie il Santuario. La prima lezione l’abbiamo proprio questa settimana: l’umiltà di fare se stessi piccoli piccoli quanto la alef di Vajkrà, e di saper dire ‘e non potè Moshè’.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


torna alla home page

Vai all'indice di tutti i commenti a questa parashà