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TORAH.IT

Parashat Tezzavè 5763


"E tu ordinerai ai figli di Israele e prenderanno a te olio d’oliva puro, pestato per l’illuminazione, per accendere il lume perpetuo. Nella Tenda della Radunanza, fuori dalla Cortina che è presso la Testimonianza, lo preparerà Aron ed i suoi figli dalla sera alla mattina dinanzi al Signore, decreto eterno per le loro generazioni, da parte dei figli d’Israele (Esodo XXVII, 20-21)

"E tu ordinerai: dopo che ha terminato di dirgli tutti gli ordini dell’opera del Santuario, gli ha spiegato come gli preparino l’illuminazione. E così anche abbiamo trovato nell’Opera della Creazione, dopo che furono create tutte le parti della Terra, stabilì per esse l’illuminazione...." (Chizkuni in loco)

La Parashà di questa settimana prende il nome dall’ordine che dà il Santo Benedetto Egli Sia a Moshè di comandare al popolo d’Israele la preparazione dell’olio per la Menorah. Questo precetto è incastonato tra due "blocchi" ben definiti: la Parashà di Terumà che si occupa degli arredi del Santuario, e quella di Tezzavvè che si occupa degli abiti dei Sacerdoti e della loro investitura. I nostri Maestri si sono lungamente interrogati sulla collocazione di questo precetto. Il Chizkuni propone un interessante parallelo tra la Creazione del Mondo e la costruzione del Santuario. Come sappiamo tale parallelo è ampiamente noto alla tradizione rabbinica che vuole nella costruzione del Santuario l’opera umana che per definizione rende l’uomo socio di D-o nella continua Creazione del Mondo. Ricorderemo infatti che le trentanove categorie di lavori che furono necessari per la costruzione del Santuario e che quindi sono proibiti di Shabbat, sono le stesse che utilizzò Iddio stesso nel Creare il Mondo.

Il Chizkuni fa notare che nel processo creativo l’illuminazione appare solo al quarto giorno con la creazione del Sole, della Luna e delle Stelle, una volta compiuta la formazione della Terra. Solo dopo vengono creati gli abitanti del mondo: gli animali e l’uomo. Secondo lo stesso schema prima vengono date le regole degli arredi del Santuario, segue la regola dell’olio della Menorah ed infine quelle degli abiti di coloro che accedono al Santuario: i Sacerdoti.

Notevole il fatto che il Chizkuni trascuri volontariamente la luce spirituale con la quale vengono illuminati i primi tre giorni e che secondo i Saggi è riposta per i giusti nel mondo futuro. Egli si preoccupa piuttosto di quell’illuminazione che è effettivamente rilevante per il mondo: i luminari. E prosegue il Chizkuni sulla base di TB Menachot 86b dicendo che l’olio è preso a te nel senso di "per il tuo uso. In modo che tu veda dove entri ed esci e non per Me, giacché Io non ho bisogno di luce". La luce in questione è dunque funzionale, e lo è soprattutto per Moshè.

Il Meshech Cochmà in loco (calcando l’opinione di Ibn Ezra su Bealotechà) collega la presenza della Menorah all’ingresso di Moshè nel Santo per ricevere la rivelazione Divina e dunque alla Torà. Esiste infatti un idea generale riportata nella Mechilta secondo la quale Iddio si rivolge a Moshè solo di giorno in base a quanto è detto "nel giorno in cui parlò il Signore a Moshè" (Esodo VI, 28 – Numeri III,1). Nonostante ciò quando la Menorah era accesa era da considerarsi come giorno e Moshè riceveva la Parola di D-o anche di notte, per via della luce. Questo è il senso per il Meshech Chochmà di quanto è scritto "e prendano a te: la sua spiegazione è per il tuo uso giacché la mente dell’uomo è lucida quando c’è luce, e come ‘Non è la luce altro che la felicità’ (Tannà Debè Eliau Zutà XI). E perciò è per la necessità di preparazione dell’anima di Moshè alla Parola, che sia rivelata in mezzo alla felicità..."

Secondo il Meshech Chochmà questo concetto ha poi delle ripercussioni Halachiche e cita in proposito il commento del Meirat Einaim sulle regole dei processi (Sh.Ar., Choshen Mishpat V) che vuole che nonostante in linea di principio il tribunale debba operare di giorno, in presenza di illuminazione è permissibile giudicare anche di notte.

La luce della Menorah è dunque funzionale all’ingresso di Moshè per la ricezione della Torà, o meglio per la preparazione spirituale di Moshè. La modalità dell’ingresso di Moshè è poco chiara dal Testo.

Nella Parashà della scorsa settimana sembra evidente che Iddio parli da sopra il coperchio dell’Arca: "E Mi rivelerò a te lì, e parlerò a te da sopra al coperchio, in mezzo ai due cherubinini che sono sull’Arca della Testimonianza, tutto quanto ti comanderò sui figli d’Israele." (Esodo XXV, 22)

Il primo verso del libro di Vajkrà dice invece che "E chiamò Moshè, e parlò il Signore a lui dalla Tenda della Radunanza dicendo". (Levitico I,I) È evidente dunque la contraddizione tra i due versi. In uno Iddio parla dal Santissimo, da sopra l’Arca, nell’altro dal Santo, fuori dalla Cortina. Rashì su Esodo XXV, 22 riporta l’applicazione da parte del Sifrì della tredicesima regola ermeneutica in base alla quale la Torà si interpreta secondo Rabbì Jshmael: due Scritti che si contraddicono fintanto che giunge il terzo Scritto e chiarifica il senso di entrambi.

Il terzo verso in questione è quello che conclude la Parashà di Nasò:

"E nel venire di Moshè nella Tenda della Radunanza per parlare con Lui, ed ascoltava la Voce nel suo parlare a lui dal coperchio che è sull’Arca della Testimonianza, tra i due cherubini e parlava con lui" (Numeri VII,89)

e spiega Rashì: "...Moshè entrava nel Santuario, e nel giungere sulla porta la Voce scendeva dal Cielo in mezzo ai cherubini, e da lì usciva e veniva udita da Moshè nella Tenda della Radunanza." Dunque Moshè rimaneva nel Santo ed udiva la Voce che proveniva dal Santissimo. E nell’entrare nel Santuario Moshè trovava sempre illuminato giacché Aron aveva acceso la Menorah come da precetto. La felicità che la luce instilla è di preparazione spirituale per Moshè. Non è certo un caso che il verso successivo a quello con il quale si chiude la Parashà di Nasò sia il primo della Parashà di Bealotechà che si occupa proprio dell’accensione della Menorah.

Sforno su Numeri VII,89 sottolinea che per quanto la cerimonia dell’inaugurazione in se fosse inferiore a quella che fece Salomone per il Primo Santuario, ciononostante la rivelazione fu qualitativamente superiore. Ciò si evince dalla strano forma utilizzata dal verso : ‘middaber’ e non ‘medabber’, che lascia intendere un parlare a "se stessi". Quasi che Moshè riesca a sentire Iddio che parla tra Se e Se. Ciò indica il fatto che la capacità di udire il Verbo Divino dipende dalla preparazione dell’uomo. D’altro canto, sottolinea Rav Mordechai Elon shlita, si evince dalla conclusione del libro di Shemot e dall’inizio di quello di Vajkrà che lo stesso Moshè non può accedere alla Parola Divina senza un invito esplicito. Ciononostante la rivelazione è proporzionale alla preparazione di Moshè.

Rashì nel suo famosissimo commento al primo verso di Bealotechà vuole che il precetto dell’accensione della Menorah sia una sorta di riparazione per Aron il quale non aveva partecipato direttamente alla Inaugurazione. Il Ramban va oltre e chiarisce che il senso profondo di quanto dice Rashì è da ricercarsi nell’Inaugurazione del Secondo Santuario all’epoca dei Maccabei, discendenti di Aron, che avviene per mezzo della Menorah, ed il conseguente precetto della Chanukà che è valido anche in assenza del Santuario. Proprio nello spiegare ciò il Ramban attacca la posizione di Ibn Ezra che come abbiamo visto all’inizio sostiene che la concomitanza dei due brani serva a spiegare che Iddio parlava a Moshè di notte in virtù della luce accesa. Il Ramban sostiene che questo contraddice il livello particolare di profezia di Moshè che non è mai nella dimensione "notturna" del sogno. Abravanel concilia le due opinioni dicendo che si può concordare con Ibn Ezra, sottolineando però che persino la rivelazione notturna era per Moshè in piena coscienza, e non per forma di sogno.

C’è dunque un forte nesso tra l’accensione della Menorah e la cerimonia di inaugurazione dei diversi Santuari. Ed allo stesso tempo tra queste e la rivelazione Divina nella diverse epoche. A conclusione del suo insegnamento sul primo verso della nostra Parashà con il quale abbiamo aperto, il Meshech Chochmà spiega la modifica che fece Salomone nel Suo primo Santuario. Nel Talmud (TB Menachot 99a) impariamo che Salomone fece altre dieci Menoroth identiche a quelle di Moshè. Il Primo Santuario aveva infatti un volume dodici volte superiore al Tabernacolo del Deserto. Salomone moltiplicò gli oggetti principali del Santuario. (Re I VI, 48 - Cronache I, XIII,11) Fece dieci lavabi per l’abluzione delle mani e dei piedi per aumentare le piogge. Fece altre dieci Tavole per il Pane della Presentazione per far benedire le sementa. E fece anche dieci ulteriori Menoroth per illuminare degnamente il Santuario e con esso il mondo intero. Secondo il Meshech Cochmà il calcolo del volume venne fatto in maniera difettiva per mantenere gli oggetti dispari e dare importanza a quelli di Moshè al centro. Nel secondo Secondo Santuario non fecero niente di tutto ciò per ovvi motivi economici ma anche e soprattutto perché in esso non c’era la rivelazione della Presenza Divina. (TB Yomà 21b)

Tale affermazione non è del tutto precisa.

Rav Chajm Friedlander (II, 116-117) nota come in TB Shabbat 22b sia detto che il miracolo per mezzo del quale il Ner Tamid bruciava anche per tutto il giorno e non solo durante la notte nonostante avesse la stessa quantità d’olio degli altri lumi era un miracolo che testimoniava la rivelazione della Presenza Divina. In Yoma 39a (e Rashì in loco) è detto che per i quaranta anni di Sommo Sacerdozio di Shimon HaZadik tale miracolo si verificò e lo stesso nel corso del Sacerdozio degli altri (pochi) Sommi Sacerdoti giusti dell’epoca del Secondo Tempio.

Si tratta dunque di una diversa tipologia di rivelazione. Nel primo Santuario infatti c’era profezia, ed anzi quasi tutti i profeti d’Israele hanno profetizzato durante l’epoca del Primo Santuario. Al contrario non c’era profezia nel Secondo Tempio (Yomà 9a e Sotà 48b).

In Pirkè Echalot, citati da Rabbì Zaddok HaCoen di Lublino in Resissè Laila troviamo: "Nonostante non ci fosse la Rivelazione della Presenza Divina nel Secondo Santuario, ciononostante le fondamenta della Torà, il suo splendore e la sua gloria non furono altro che nell’epoca del Secondo Tempio, dato che non vollero costruirlo fino a che il Signore Benedetto non li assicurò che avrebbe rivelato loro i segreti della Torà."

Dunque se il Primo Tempio è l’epoca della Profezia, della rivelazione, dello Scritto, il Secondo Tempio è l’epoca dei Maestri. I Saggi chiamano infatti l’episodio di Purim la fine dei miracoli, giacché l’episodio successivo di Chanukà non può essere messo per iscritto. (TB Yomà 29a) E più volte abbiamo ricordato come Purim serva da spartiacque tra l’epoca della rivelazione e l’epoca dell’accettazione della Torà Orale e del potere rabbinico.

Le fondamenta del Secondo Santuario sono dunque diverse da quelle del primo, si basano interamente sulla Torà Orale. E come spiega il Meshech Cochmà è proprio in virtù dell’accettazione eterna della Torà Orale che la consacrazione del Secondo Santuario è eterna laddove non lo era quella del Primo.

Se capiamo fino in fondo quanto dicono Rashì ed il Ramban su Bealotechà, capiamo che ad un iniziale perplessità di Aron sull’effettivo livello di un Santuario nel quale non ci sono miracoli evidenti né profezia, risponde Iddio dicendo che ‘...sulla tua vita, la tua [inaugurazione] è più grande della loro, che tu accendi e prepari i lumi’

Ed è proprio su quel prepari, dopo l’accensione, che cade l’accento. Ricorderemo che secondo il Maimonide il precetto consiste proprio nel preparare il lume, va da se che poi va acceso. È nel concetto di preparazione la grandezza della Torà Orale e con essa del Secondo Santuario. Nel Secondo Santuario non ci sono più miracoli. Niente rivelazione. Ma ci sono i Maestri d’Israele, i pilastri del mondo, che sanno (ri)costruire sulla Parola data a Moshè sul Sinai quel mare di santità che noi chiamiamo Torà Orale. Il miracolo può anche avvenire nel Secondo Tempio, ma ci vuole la preparazione di Shimon Hazadik. È il miracolo di quando si capisce che il miracolo conta molto meno della nostra preparazione. È l’epoca nella quale si capisce che non valiamo meno dei nostri padri perché non vendiamo i fulmini sul Sinai, o i miracoli nel Santuario: valiamo di meno perché non sappiamo fare di noi stessi un Santuario come loro invece sapevano fare.

Capiamo allora il senso di questa luce, che non è la santa luce primordiale del mondo futuro, che rallegra Moshè quando entra a ricevere la Torà dalla Bocca dell’Eterno.

È la luce che permette di ricevere la Torà anche nel buio dell’esilio, è la nostra Torà e soprattutto la Torà Orale. Moshè gioisce nel vedere la luce perché sa che ci sarà un epoca nella quale sapremo fare a meno del miracolo e sapremo aver fiducia nei nostri Saggi e nella Testimonianza dei nostri Padri. Moshè gioisce per la luce della Torà Orale che rischiara la notte dell’esilio. Quella luce che non è la luce primordiale riservata ai giusti del mondo futuro, perché ad essa noi preferiamo la luce della Chanukà e la luce dei lumi dello Shabbat che hanno istituito i nostri Saggi, sia il loro ricordo di benedizione.

Come Aron che gioisce perché il fratello Moshè è stato scelto, così anche Moshè nel vedere il lume acceso da Aron gioisce per noi. Come diciamo nella Tefillà di Shabbat: "Ysmach Moshè bematnat chelkò", Gioirà Moshè nel dono della sua parte."

La straordinaria grandezza di Moshè, di quel Moshè la cui parte è stata quella di essere stato a faccia a Faccia con D-o, è quella di saper gioire per noi, che potenzialmente non ne abbiamo bisogno.

Moshè gioisce perché sa che ad ogni ebreo, nel buio dell’esilio, potrà preparare se stesso con la stessa cura con cui si prepara la Menorah .

Sia il timore del tuo Maestro come il timore del Cielo.

La sfida per ognuno di noi è quella di saper vivere il rapporto faccia a faccia con il proprio Maestro con la stessa serietà e preparazione con cui ci avvicineremmo alla rivelazione faccia a Faccia con D-o stesso.

Queste considerazione hanno una particolare rilevanza nello Shabbat che precede un Purim che non festeggeremo fino al prossimo mese perché i nostri Maestri, nelle cui mani è la Torà, hanno deciso che l’anno corrente è di tredici mesi.

Abbiamo dunque un mese in più per prepararci a quella festa alla quale solo Kippur si avvicina, la festa della eterna accettazione della Torà Orale: la festa di Purim.

Con l’augurio che oggi come allora : ‘Per i Giudei ci fu luce e felicità,

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici

 


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