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TORAH.IT

Parashat Terumà 5763


"Per ogni oggetto del Santuario, in tutta la sua opera, ed ogni suo chiodo ed ogni chiodo del cortile: rame." (Esodo XXVII, 19)

"Per ogni oggetto: che serviva loro per montarlo e smontarlo come i martelli per piantare chiodi e pilastri"

Cominciamo con l’aiuto di D-o questa settimana ad occuparci della costruzione del Santuario. Come abbiamo sottolineato negli scorsi anni non si tratta solo di ripercorrere la costruzione ad opera dei nostri padri nel deserto, quanto piuttosto di vivere attivamente un processo che deve fare di ognuno di noi un Santuario, adatto a ricevere la presenza Divina. In questo senso anche i particolari, apparentemente meramente tecnici hanno una rilevanza fondamentale.

Il verso con il quale si conclude la nostra Parashà è uno di quei versi che difficilmente citeremmo per indicare i grandi principi della Torà. Nondimeno la Torà è tutta parola di D-o, anche quando noi non capiamo esattamente perché importi sapere che il Santuario si costruisce con strumenti di rame, e soprattutto che rilevanza questo abbia per noi oggi.

Il Meshech Cochmà (XXVI,32) sostiene che il rame viene utilizzato essenzialmente per il cortile del Santuario, la Azarà, laddove per la Tenda, l’Edificio stesso del Santuario, si usano materiali più pregiati come argento ed oro. Dunque il rame indica il livello di santità del cortile del Tempio. Lo stesso Mesech Cochmà evince dalla grammatica degli ultimi versi della Parashà ( XXVII, 11-15) che la Torà ci richiede una differente misurazione delle cortine del cortile rispetto alle cortine del Santuario stesso. Per quanto concerne le cortine del cortile fu misurata una sola cortina che venne poi utilizzata come campione per misurare tutte le altre. Non così per le cortine della Tenda, il Santuario: la porta del Santuario, il Massach, ha infatti secondo i Maestri una santità diversa da quella del Santuario stesso. Si tratta della Santità dell’Altare dinanzi al quale si trova. Ne risulta che non tutte le cortine del Santuario avevano lo stesso grado di Santità. Per questo motivo ogni singola cortina dell’Edificio interno doveva essere misurata a parte. Il Meshech Chochmà paragona ciò ai componenti dell’incenso per i quali è necessario utilizzare sempre il peso in metallo di riferimento. E’ cioè proibito misurare una delle componenti e poi utilizzare questa per misurare la seguente: si deve sempre utilizzare il peso vero e proprio.

Ne risulta che la dimensione del rame, la dimensione del cortile, è la dimensione della uniformità: basta misurare una cortina e fare le altre come quella che si è misurata. La dimensione della Tenda e dell’incenso che in essa viene offerto è quella dell’individualità: ogni componente viene misurato a se.

Lo stesso Meshech Cochmà ci invita ad approfondire il concetto e riporta il famoso racconto Talmudico (TB Yomà 35 a) circa le porta di Nikanor, di cui più volte ci siamo occupati. Si tratta del grande portone principale di accesso alla Azarà, il cortile del Tempio. Tutte le porte del secondo Santuario, che erano inizialmente di rame, furono successivamente sostituite con porte d’oro quando ce ne fu la possibilità economica. Solo la porta di Nikanor fu preservata nella sua condizione originale. Il Talmud in loco propone due motivazioni: per il miracolo che fu fatto nel loro trasporto da Alessandria d’Egitto e/o per il fatto che il suo rame splendeva come oro.

"Nikanor furono fatti dei miracoli alle sue porte. Hanno insegnato i nostri Maestri: ‘Che miracoli furono fatti alle sue porte? Dissero che quando andò Nikanor a prendere le porte ad Alessandria d’Egitto, al ritorno ci fu una tempesta che stava affondando la nave. Presero una delle ante e la gettarono in mare ed ancora il mare non si calmò. Quando vollero gettare anche l’altra l’abbracciò e disse: ‘gettatemi con essa!’ e subito il mare si calmò ed egli si dispiaceva per l’altra. Quando giunse al porto di Acco questa spuntava da sotto alla chiglia della nave. E c’è chi dice che un’animale marino l’ingoiò e la sputò sulla spiaggia…"

Rabbì Meir Simchà HaCoen ci spiega come mai il Talmud non si accontenti della prima spiegazione e ci proponga la seconda, quella della luminosità del rame.

Nel trattato di Bavà Kammà (60b-61a) i Saggi riflettono attorno ad un verso del libro di Samuele. "Ed ebbe desiderio David e disse: ‘Chi mi darà da bere dell’acqua dal pozzo di Betlehem che è alla porta’ (Shemuel II, XXIII,15). I Saggi intendono il verso in forma allegorica. David aveva un problema Halachico e voleva rivolgersi, nel mezzo della battaglia al Sinedrio che si trovava a Betlehem. I Saggi propongono addirittura tre alternative per il dilemma di David.

  1. i soldati di David avevano bruciato delle piante di proprietà di un ebreo. David voleva sapere se l’Halachà segue l’opinione di Rabbì Jeudà o dei Maestri, ossia se degli oggetti che si trovano in mezzo alle piante devono essere risarciti o no.
  2. David vuole sapere se gli è permesso bruciare dei campi di ebrei per scovare i Filistei contro i quali combatte.
  3. David vuole sapere se può prendere delle piante d’orzo di ebrei da dare alle sue bestie, per le necessità della guerra.

"E penetrarono tre prodi di David nel campo dei filistei ed attinsero acqua dal pozzo di Betlehem che è nella porta, la presero e la portarono da David e questi non ne volle bere e la libò al Signore" (ivi, 16)

Ossia tre prodi di David sfidarono il pericolo ed attraversarono le linee nemiche per porre il quesito al Sinedrio e tornarono da David con una risposta affermativa. Ossia il Sinedrio permetteva a David la sua richiesta in virtù del principio per il quale il re può espropriare dei campi per farvi delle strade maestre. Ci sono delle necessità statali alle quali il re è preposto che prevaricano i diritti del singolo. Ma David non accettò le loro parole, ma le libò al Signore. Ossia non accettò la loro halachà ‘LeShem Shamaim’. Fece ciò in Nome del Cielo e non per considerazioni personali. E’ David stesso, re d’Israele e dotto di Torà che spiega: ‘Così ho per tradizione dal Tribunale di Shemuel di Ramot: ‘Chiunque mette in pericolo la propria vita per le parole della Torà, non viene riportata l’Halachà a suo nome.’

Ossia non si può mettere a rischio la propria vita per lo studio della Torà del singolo.

Per questo motivo il Talmud non è convinto fino in fondo nel dire che è per via del miracolo di Nikanor che le porte non furono sostituite, perché l’azione di Nikanor per quanto nobile è alla stregua di quella dei prodi di David: superflua. Non c’era bisogno di mettere in pericolo la propria vita.

Diverso il caso è quando si tratta dello studio collettivo di Israele. Infatti impariamo nel trattato di Meghillà e così in Yalkut Shimonì (Jeoshua, fine cap V) che nel corso dell’assedio a Gerico Israel trascurò l’offerta quotidiana del Tamid e lo studio collettivo della Torà. E l’angelo divino venne a rimproverare Jeoshua proprio per l’aver trascurato lo studio collettivo. Jeoshua passò la notte successiva nelle profondità dell’Halachà, nonostante la guerra. E lo stesso Moshè Rabbenu molte volte mise a rischio la propria vita per la Torà collettiva. Per questo la Torà viene data a suo nome.

La porta di Nikanor è la porta d’accesso al cortile interno. E’ la porta che collega il mondo maschile a quello femminile. E’ la porta che segna il passaggio nella sfera del Sacro e come abbiamo visto nel commento alla Parashà di Lech Lechà di quest’anno è l’unica porta del Santuario ad avere la mezuzà. Ma la porta del cortile, la porta di Nikanor deve rimanere di rame. Non tanto per il miracolo, quantunque questo sia presente, quanto per il fatto che rame può splendere come oro. L’oro interno è certamente ad un livello superiore. Ma non per questo si deve uniformare tutto il Santuario al livello dell’oro. Il rame può splendere come oro.

Il cortile del Tempio, la Azarà è un po’ il microcosmo del mondo. È la dimensione del singolo. Del rame. È il livello per il quale non posso buttarmi a mare per le porte del Santuario né posso mettere a repentaglio la mia vita per la Torà del singolo. È la dimensione nella quale siamo tutti uguali. Si misura la cortina una volta e poi si copia. Si misura la halachà una volta ed è uguale per tutti. Perché tutti debbono stare in piedi nel cortile interno. Tutti con un’eccezione. Il re d’Israle. David. Il re può sedere nel cortile interno. Così anche ad un livello più profondo, al livello della Tenda, si deve misurare ogni cortina per conto suo. Perché si debbono fare dei distinguo. I nostri Saggi ci hanno insegnato che le componenti dell’incenso sono paragonate ai figli d’Israele. Per questo anche l’erba che dà cattivo odore entra nel conto dell’incenso e viene "redenta" dalle altre.

Ma ognuno deve essere pesato per conto suo. Sono i due lati della medaglia. Siamo veramente degli individui solo in virtù del fatto che siamo tutti uguali e che l’halachà è valida per tutti: si misura una volta e si copia.

Ma siamo veramente una collettività unica perché siamo tutti diversi e c’è chi è Sacerdote e può entrare nel Santo e chi è Sommo Sacerdote e può entrare nel Santissimo. E poi c’è chi è un semplice ebreo e non può entrare affatto e deve rimanere nel cortile. Se si capisce questo si capisce che le porte del cortile debbono e possono rimanere di rame. Perché non si rischia la vita per la Torà del singolo ma si deve rischiare la vita per la Torà della collettività.

La riflessione di fondo del nostro verso è dunque su come si costruisce un Santuario. Come si costruisce una vita ebraica. Ce lo spiega la nostra Parashà, con chiodi e martelli di rame. Si può giungere a costruire il Santuario nazionale solo se si sa costruire il Santuario dei singoli. Ed il singolo non può che partire dal livello del rame. Il livello più basso quello in cui siamo tutti uguali perché l’halachà è uguale per tutti.

La porta di Nikanor, per la quale deve passare ogni ebreo che accede al cortile del Tempio, con il suo rame ci ricorda che così come per il Santuario mobile del deserto i chiodi che fissano le cortine del cortile, le cortine della vita di Santità della Torà, sono di rame. Si accedere al santo attraverso lo Shulchan Aruch, l’alachà codificata che è uguale per tutti.

La domanda di fondo di David è una domanda sulla responsabilità giuridica di chi fa un danno. David vuole capire come ci si deve relazionare al concetto di responsabilità che è dietro la sua carica regale. E non è un caso che il Talmud riporti questo principio proprio dopo aver discusso il valore della responsabilità del Re dei Re.

Si tratta di capire come si applica al Signore del mondo la regola che Egli ci ha dato nella Parashà della scorsa settimana:

"‘Se uscirà del fuoco ed incontrerà delle piante’ (Esodo XXII,5), per conto suo, ‘…pagherà pagando colui che ha acceso il fuoco.’ Ha detto il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Io devo pagare per il fuoco che ho acceso. Io ho dato fuoco a Sion come è detto (Echà IV): ‘Ed accese un fuoco a Sion che divorò le sue fondamenta’; ed Io in futuro la ricostruirò con il fuoco come è detto (Zecharià II): ‘Ed Io sarò per essa come un muro di fuco attorno, ed in onore sarò in essa.’

E conclude la Ghemarà con un insegnamento fondamentale. Inizialmente si parla del danno ai propri beni (se il mio fuoco danneggia accidentalmente) e poi si parla del soggetto (colui che accende l’incendio). Ciò insegna che in ogni caso del genere il fuoco è come una freccia. Non ha senso dire: non ti ho toccato. Se hai scagliato una freccia sei responsabile delle conseguenze.

Arco e freccia, lo abbiamo visto nel commento alla Parashà di Vajchì secondo il commento del Meshech Cochmà indicano la preghiera volontaria. Quella che richiede indispensabilmente la volontà. La concentrazione. Si deve tendere l’arco perché parta la freccia. È un richiamo continuo alla responsabilità. Il fuoco di cui si parla in questi versi, lo abbiamo detto più volte non è che un richiamo alla misura del giudizio.

David vuole capire a fondo la responsabilità che c’è in chi è causa di un danno, ma anche come il re deve relazionarsi con ciò. Ed ancora, vuole capire David, come il Re dei Re si relaziona con la Legge. Ed il Re dei Re paga, perché colui che è fonte del fuoco della Legge conosce il concetto di arco e freccia, di responsabilità. E sa che alla fin fine la responsabilità di un incendio è di colui che ha acceso il fuoco, anche se questi intendeva solo far del bene. Così dice Iddio. Sono Io alla fine che ho distrutto il Santuario e provocato la rovina di Israele perché sono Io che ho posto in loro l’istinto del male.

Il rame di Nikanor ci insegna che l’halachà è talmente uguale per tutti da esser uguale anche per il Signore. E’ un livello più basso di quello del Santo e del Santissimo. Ma è un livello nel quale ognuno è disposto a prendersi le sue responsabilità.

Così se noi sapremo farci carico delle nostre responsabilità, Iddio che ha acceso il fuoco sacro della Torà ponendo in noi l’istinto del male che è chiamato ‘molto bene’, si farà carico di ciò che questo fuoco ha occasionalmente danneggiato, e ci redimerà presto ed ai nostri con la costruzione del Santuario.

Sta a noi capire che per convincere colui che ha acceso l’incendio a pagare, si devono impugnare i martelli ed i chiodi di rame della halachà.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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