TORAH.IT
Parashat Shemot 5763
“Ed acconsentì Moshè a risiedere con l’uomo, e
diede Zipporà sua figlia a Moshè.” (Esodo II,21)
“ed acconsentì: ...e secondo il suo Midrash (Tanchumà 12): è un’espressione di giuramento, gli ha giurato che non si sarebbe spostato da Midian altro che con il suo permesso.” (Rashì in loco)
Uno dei più grossi salti concettuali tra il libro di Bereshit e quello di Shemot è il delicato passaggio da famiglia a popolo, da singolo a collettività. Se Jacov scende con i suoi figli in Egitto, alla fine di quella stessa generazione il Faraone si riferisce agli ebrei come “...popolo dei figli di Israele...”. Ma che differenza c’è tra una famiglia ed un popolo?
Moshè nostro Maestro, è un personaggio particolare da questo punto di vista. Egli nasce dalle seconde nozze di una coppia che si era precedentemente separata per la crisi del concetto di famiglia sotto l’oppressione. Ma non è nella sua famiglia natale che cresce Moshè, egli viene allevato dalla figlia del Faraone. Se c’è quindi una persona che “non ha avuto” una famiglia è proprio Moshè. La fuga a Midian non fa che acuire il senso di estraneità e solitudine del nostro Profeta: dando il nome al suo primo figlio egli sottolineerà che : ‘sono stato straniero in terra straniera’.
È proprio a Midian però, che Moshè trova un po’ di stabilità legandosi alla famiglia di Itrò, ex-sacerdote locale che si è attirato la scomunica della sua società per aver ripudiato, almeno in linea di principio, l’idolatria senza per altro aver ancora abbracciato alcuna nuova fede. Il consenso di Moshè a risiedere con Itrò è legato dal nostro verso al matrimonio con Zipporà, figlia di questo. Rashì, come abbiamo visto, sottolinea l’interpretazione del Midrash della radice di Vajoel, alaà, ossia giuramento, impegno. Il Midrash Tanchumà individua questo giuramento nell’impegno generico di non lasciare Midian se non con il permesso di Itrò.
Il Yalkut Shemot però è più preciso e traccia un consenso molto più profondo espresso da Moshè nel legarsi ad Itrò ed alla sua famiglia.
“...nell’ora in cui Moshè
disse ad Itrò: ‘Dammi in moglie tua figlia Zipporà’, disse lui: ‘Accetta su di
te un impegno che io ti dico ed io te la do... il primo figlio che avrai sarà
destinato all’idolatria, da qui in poi al servizio del Cielo.’ Ed egli prese
l’impegno. Gli disse: ‘Giuramelo’, e glielo giurò, come è detto:
Vajoel Moshè (Ed acconsentì Moshe). E non è la radice di ‘alaà’ altro che un
espressione di giuramento.
Il Rav Dessler analizza in Mictav MeEliau (I,153) questo Midrash. Il Rav Dessler, citando il Marahal di Praga (Tiferet Israel, 24) ci offre un interessante approccio al mondo del Midrash. Non sempre quando il Midrah dice che tizio disse così e così, effettivamente le parole furono pronunciate. Il Midrash si preoccupa piuttosto di ciò che ‘deriva necessariamente dalla essenza ed interiorità’. Dice dunque il Rav Dessler che è irrilevante se Moshè abbia o meno pronunciato queste parole: il suo desiderio di legarsi ad Itrò è traducibile con le parole del Midrash. Dunque il Midrash viene a descrivere in primis l’interiorità dei personaggi che vi compaiono. E non si dica che una cosa è desiderare/volere ed una altra è giurare, poiché, afferma il Rav Dessler: che cos’è in fondo il giuramento? Giurare significa rafforzare quanto si dice legando il mancato mantenimento di quanto si afferma alla profanazione del Nome di D‑o. Ma ecco che proprio a causa del suo desiderio molto, troppo spesso, l’uomo acconsente a profanare il Nome di D‑o. Che non si dica che quello che conta è il giuramento. La Torà ed il Midrash si preoccupano di capire le cause, la volontà dell’individuo. Moshè voleva legarsi ad Itrò. I rapporti con Itrò sono all’inizio tutt’altro che idilliaci, come approfondisce il Midrash, ed è proprio Zipporà in questo contesto a rivelarsi per la sua giustizia. Del resto Itrò non aveva ancora abbracciato la fede nel D‑o Unico. Ma Moshè sa che c’è del potenziale. Moshè vede che Itrò ha quantomeno ripudiato l’idolatria ed è pronto a prendere i suoi rischi ed a soffrire la vicinanza di un ambiente non proprio perfetto pur di redimere Itrò e la sua famiglia. È un rischio molto grande. Spiegano i Maestri della Chassidut che non si può trarre una persona fuori dal fango senza sporcarsi. Con ciò non si vuol dire che non ci si debba sporcare. Spesso è imperativo rinunciare ad un livello superiore per assistere il prossimo. Ciò che il Midrash ci vuole insegnare è la consapevolezza del rischio dal quale nessuno è esente: persino Moshè nostro Maestro.
Lo stesso Rav Dessler sottolinea che la mancanza di Moshè, se di mancanza si può parlare, è minima. Non è neppure una trasgressione, quanto piuttosto quanto viene definito, l’ombra di una trasgressione. Per portare Itrò alla Torà, Moshè ha preso su di se e sui suoi figli dei rischi enormi: paragonabili, anzi coincidenti con l’acconsentire alla dedica a priori di Ghershon, suo primogenito all’idolatria!
Nonostante ciò le conseguenze di questo consenso sono tragiche.
Uno degli episodi più tristi della storia ebraica avviene tra la morte di Sansone ed il terribile stupro omicida della Pileghes Bagivà. Tra questi due tristi eventi il libro dei Giudici narra l’episodio della Statua di Michà, uno dei più tragici episodi di idolatria della storia ebraica. Questa idolatria si rende possibile tramite un levita, un tale Jeonathan ben Gershon ben Menashè. Il Talmud (TB Bavà Batrà 109b) sostiene che si tratta del nipote di Moshè. Il testo ha modificato il nome di Moshè in Menashè aggiungendo una lettera ‘nun’ (che tra l’altro è scritta sfalsata nel testo) ad indicare che questo levita fu malvagio quanto il malvagio re Menashè. Dunque il consenso di Moshè non si materializza in Gershon, che segue le vie della Torà quanto in Jeonathan, figlio di Gershon, nipote di Moshè, prima generazione nella Terra d’Israele che si lascia trascinare da Michà nel culto idolatra. Sottolinea il rav Dessler l’uso del testo della stessa espressione: ‘Ed acconsentì (vajoel) il levita di risiedere con l’uomo’.
Il Rav Dessler sottolinea che la radice di questo episodio è nella disponibilità di Moshè a rinunciare. Non nella consapevolezza del rischio, quanto alla rinuncia a priori del mantenimento del proprio livello. Si tratta di una impercettibile imperfezione di intenti che ha però conseguenze dirompenti.
Quando la Torà in Devarim (XXIX,17) si rivolge alla tribù deviante il Midrash dice che si tratta della tribù di Dan in mezzo alla quale sorgerà la Statua di Michà. Il Talmud (TB Sanedrhin 103b ) asserisce che la statua di Michà viene trasportata via dall’Egitto ed attraversa il Mar Rosso con Israele in mezzo alla tribù di Dan. Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm III, 85-86) si chiede come sia possibile che nella straordinaria rivelazione dell’apertura del Mare la tribù di Dan abbia portato con se un oggetto di idolatria. Si tratta di un evento dinanzi al quale dicono i Maestri “che vide una serva sul Mare quello che non vide Ezechiele!”. Ciononostante la serva rimase serva ed Ezechiele rimase Ezechiele. Ossia non conta la grandezza dell’evento e della rivelazione dall’Alto. Se non c’è lo sforzo dal basso si può passare il Mare ed indicare con l’indice la Mano del Signore ed avere sottobraccio una statua di divinità idolatre.
Un altro caso eclatante è quello di Shelomit della tribù di Dan che in Egitto si unisce con l’Egiziano poi ucciso da Moshè. Ed il testo non dice immediatamente il suo nome quanto piuttosto ‘una donna della tribù di Dan’. Ora è evidente che si tratta di singoli e che certamente non si parla della Santa tribù di Dan nel suo complesso. I Maestri ci vogliono però insegnare che se c’è un problema nel singolo, la collettività non è esente. La tribù di Dan ha un compito particolare nella marcia nel deserto. Essa rimane retroguardia della marcia d’Israele raccogliendo a se tutti coloro che si attardavano per strada. La tribù di Dan è chiamata: ‘radunatore di tutti gli accampamenti’ (Numeri X,25).
Il Rav Dessler (Mictav MeEliau
II, 266-268) approfondisce questo ruolo. È noto che le nubi della Gloria Divina
proteggevano Israele nel deserto. Nonostante ciò c’erano degli individui sui
quali questa protezione non aveva effetto: persone di cui il Midrash dice che
la nube li buttava fuori. Si tratta di persone che non erano al livello di
quella incredibile generazione e che non erano protetti dalla nube. Il testo
dice che Amalek attaccò ‘coloro che si erano indeboliti dietro di te’
che Rashì individua come coloro che erano stati buttati fuori dalla nube. E
dice il Midrash (Mechilta-Beshallach) che Amalek ‘entrava sotto le ali della
nube e rubava anime di Israele e le uccideva’. Spiega il Rav
Dessler: “Ed ecco che è chiaro che Amalek non era in grado di annullare la
protezione della nube, solo che attraverso l’attacco di Amalek, ossia
attraverso il suo stimolo di impurità, si rivelava chi non era giunto al
livello di completezza, il livello della separazione, e perciò non meritavano
la protezione della nube, e quelli era in grado Amalek di uccidere, sembrava
che entrasse sotto le ali della nube ma in realtà toccava solo coloro che erano
stati già buttati fuori.”
Sono questi ‘deboli dietro di te’ coloro che vengono raccolti da Dan. Dan marcia in fondo al popolo per essere da esempio a coloro che devono rafforzarsi ancora. Dan protegge e redime i deboli dello spirito. E la Torà non ci vuole illudere: è pericoloso, necessario forse ma tremendamente pericoloso. Si tratta di un potenziale enorme e per questo Jacov nostro padre, nel vedere il futuro di questa tribù, pensa che essa genererà il Messia! Ed allo stesso tempo si tratta di un pericolo enorme. Quando Jeoshua va a combattere con Amelek, Moshè gli dice : ‘Esci e combatti con Amalek’ che il Midrash Mechilta rende : ‘Esci da sotto la nube’. Si deve essere consapevoli che la lotta contro il male, la lotta contro Amalek, la si combatte fuori dalla nube. È pericoloso, giusto, necessario, ma pericoloso. Ed è proprio la consapevolezza che ci chiede la Torà: il conoscere il rischio ed il rafforzarsi di conseguenza, il non piegarsi a priori alla discesa spirituale.
Il Mesech Chochmà (Esodo XXI,13) ricorda che per tutto il tempo in cui è esistita la statua di Michà nella tribù di Dan il Santuario che si trovava a Shilò era privo di uno dei tre accampamenti che generalmente lo circondano: il campo dei leviti. Ossia per colpa del nipote di Moshè che diventa sacerdote dell’idolo, il concetto stesso di ‘levita’ viene sospeso. Tale sospensione ha delle importanti conseguenze halachiche. In quel periodo infatti non era applicabile la regola delle città rifugio, che sono come noto città di leviti. Il senso è profondissimo. La città rifugio è il luogo dove l’omicida involontario deve redimersi contornato da una società stimolante. Da una città di leviti, di uomini particolarmente pii. Ora se il risultato della tribù di levi è Jeonathan ben Gershon ben Menashè (o meglio Moshè), i leviti non possono redimere nessuno. E se condannare una tribù per un singolo sembra assurdo, il Mesech Chochmà ci rimanda all’episodio del gruppo sacerdotale di Bilgà che in epoca ellenistica venne squalificato a causa di Miriam, figlia di Bilgà che si convertì e sposò un notabile greco come si impara alla fine del trattato di Succà. E quando i greci entrarono a profanare il Santuario all’epoca di Antioco fu proprio lei a profanare l’Altare. Quando i Saggi ascoltarono la cosa squalificarono tutta la guardia sacerdotale di Bilgà. E si chiedono i Saggi: la figlia pecca ed il padre viene punito? E risponde il grande Abbajè con il detto popolare: ‘se il bambino parla al mercato [lo ha ascoltato] o dal padre o dalla madre’. Ed ancora si chiedono: ma per una famiglia che pecca viene punita una guardia intera? Ancora Abbajè: ‘Ohi al malvagio, ohi al suo vicino; bene al giusto, bene al suo vicino’.
Ed ancora quando all’epoca di Jeoshua un singolo, Achan, ruba dal bottino che andava distrutto Iddio dice : ‘Ha peccato Israele.’
Tutto Israele (ma anche ognuno di Israele) sono garanti l’uno dell’altro. In questa massima rabbinica c’è un po’ il nocciolo della questione. Dire ‘tutto Israele’ e dire ‘ognuno di Israele’ è la stessa cosa: ‘Col Israel’. Noi dobbiamo avere la consapevolezza che siamo un popolo, non un insieme di singoli. Così come un bambino è influenzato dall’educazione dei genitori così le famiglie si influenzano a vicenda e così le tribù. Se un levita fa idolatria non è un problema suo, è un problema di tutta la tribù di Levi, del concetto di ‘Levi’ ed in fondo di tutto il popolo d’Israele. Se un Achan ruba, il problema è di tutto Israele. Non come i gentili ci ricordano spesso, ma piuttosto a livello introspettivo.
Se un ebreo trasgredisce la Torà, ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità e non serve a nulla chiudersi in ‘Sacri cortili’. Si deve piuttosto essere pronti a correre i rischi di Dan senza per questo rinunciare a priori al proprio livello. Si deve saper trarre dal fango il proprio prossimo sapendo che ci si può sporcare, ma che si può e ci si deve imporre di farlo rimanendo puliti.
Il passaggio tra famiglia e popolo è dunque il ribadire che la responsabilità collettiva che è alla base del concetto di famiglia vale anche per la famiglia delle famiglie. Un popolo non è un insieme di famiglie isolate quanto una famiglia organica di famiglie.
Con ciò in mente mi pare si possa apprezzare meglio il commento di Rashì all’inizio della Parashà di Itrò al verso : ‘Ed ascoltò Itrò’ che indica la conversione di Itrò.
“che notizia ascoltò e venne ?
L’apertura del Mare e la guerra di Amalek”.
Itrò capisce di essere pronto per la conversione quando capisce il senso della responsabilità collettiva di Israele. Forse è proprio nel vedere come la tribù di Dan protegge i deboli da Amalek e come nonostante ciò attraversi il mare portandosi appresso la statua di Michà dinanzi alla quale il suo bisnipote farà idolatria condannando i leviti in toto, che Itrò capisce. Capisce che per avvicinare lui Moshè è stato disposto a tutto ciò, come Dan.
Il popolo dei figli d’Israele nasce dalla consapevolezza che se Iddio è Padre di ognuno di noi, allora siamo fratelli, e che quanto vale tra fratelli, vale tra ebrei.
Il popolo d’Israele nasce dalla consapevolezza che chiunque insegni Torà al figlio del suo prossimo è come se lo avesse generato. È dunque la capacità di andare oltre il legame biologico e stabilire parentele nello studio della Torà.
Dan verrà chiamato da Moshè: ‘cucciolo di leone’, come il leone regale della tribù di Jeudà. Ed è proprio per questa sua regalità intrinseca che Jacov nel vedere Shimshon, prode di Dan, crede che questi sia il re Messia. Ma Dan non sarà re, e nel vedere ciò e nel vedere le difficoltà di una tribù che è pronta a sporcarsi con Amalek per il proprio prossimo Jacov dirà:
“Nella tua salvezza ho
sperato, oh Signore!”
La vita dei figli d’Israele parte da qui, da un principe d’Egitto che sa sporcarsi col fango della schiavitù e dal Signore del Mondo che scende in mezzo all’Impero del Male per trarre i propri figli in libertà.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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