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TORAH.IT

Parashat Vajchì 5763


 

La preghiera ed il canto

 

E disse Israele a Josef: ‘Ecco, io muoio; e sarà Iddio con voi e vi farà tornare alla terra dei vostri padri. Ed io ho dato a te una Shechem [parte] in più che ai tuoi fratelli; che ho preso dalla mano dell’Emoreo, con la mia spada ed il mio arco.’ (Genesi XLVIII, 21-22)

 

E che con la sua spada e con il suo arco l’ha presa? Ma non è forse già stato detto (Salmi XLIV,7): ‘Poichè non nel mio arco fiderò e la mia spada non mi salverà?’ Allora la mia spada, questa è la preghiera, il mio arco, questa è la mia richiesta. (TB Bavà Batrà 123 a )

 

La Parashà di Vajchì, con la quale completiamo a D‑o piacendo lo studio del libro di Bereshit, contiene la benedizione che il nostro patriarca Jacov impartisce ai suoi figli, in punto di “morte”. Il brano delle benedizioni è a sua volta preceduto dalla elevazione Efraim e Menashè, figli di Josef al rango di figli di Jacov e dalla conseguente benedizione. Tra questi due ‘blocchi’ della nostra Parashà si incastonano due versi un po’ criptici che cercheremo, con l’aiuto di D‑o, di approfondire.

 

Jacov annuncia a Josef la redenzione dall’Egitto ed in questa occasione gli preme sottolineare un particolare apparentemente tecnico della futura ripartizione della Terra d’Israele tra le tribù. Il Rashbam infatti dice: ‘Ed io in quella stessa terra, ti ho dato una parte in più rispetto ai tuoi fratelli, che Menashè ed Efraim saranno per me come Reuven e Shimon e prenderanno due parti nella Terra che io ed i miei figli prenderemo dalla mano dell’Emoreo con la mia spada ed il mio arco, nella guerra di Jeoshua.

Anche Rashì sostiene: “una Shechem: è la primogenitura, che prenderanno i suoi figli due parti, e Shechem significa parte.” Ma lo stesso Rashì dice al contempo che  una Shechem [parte] in più che ai tuoi fratelli: è proprio Shechem che ti sarà come parte addizionale rispetto ai tuoi fratelli.” Dunque la parola Shechem significa da un lato una ‘parte’ della Terra d’Israele, dall’altro è il nome della città che corrisponde a questa parte. Ed aggiunge Rashì ad unire le due spiegazioni: ed io ho dato a te: dato che ti affatichi per occuparti della mia sepoltura, anche io ti ho dato un possedimento nel quale tu venga sepolto, e qual’è? Shechem, come è detto: (Jeoshua XXIV, 32) ‘e le ossa di Josef e che fecero salire dalla Terra d’Egitto le seppellirono a Shechem. Ossia proprio al materializzarsi di questa mia volontà di elevarti a primogenito e conseguentemente di designarti una doppia porzione di eredità come prevede l’halachà per i primogeniti, tu verrai sepolto proprio nella parte addizionale che è la città di Shechem.

 

Il Ramban in loco va oltre e riflette sul concetto di primogenitura. “Dopo che ha benedetto i figli di Josef e ne ha fatti due tribù, torna a parlare di Josef ed ha detto lui: ‘Ecco io muoio ed Iddio sarà con voi nell’esilio per salvarvi da ogni disgrazia e prolificherete ed aumenterete molto, e vi farà tornare alla terra dei vostri padri per prenderne possesso, ed io già ti ho dato in quella terra l’unica parte che è in mano mia da dare, ed essa è la parte della primogenitura, in modo che tu sia con essa superiore ai tuoi fratelli, sin dal giorno che l’ho presa dalla mano dell’Emoreo con la mia spada ed il mio arco.’ E tutto ciò è una riappacificazione con Josef ed il suo amore per esso, giacché gli ha annunciato che gli ha dato la primogenitura nell’essere i suoi figli da ora benedetti per essere due tribù tanto per le bandiere degli accampamenti nel deserto quanto per l’inaugurazione [del Santuario] da parte dei Principi, ed anche la sua parte di eredità gli ha dato che la prenda quando verrà conquistata la Terra con la spada, l’arco e la guerra, ed ecco, ha detto a lui: ‘Ho fatto per te tutto il bene che ho potuto farti, al momento in cui te lo ho potuto fare, perché non è di proprietà di Jacov nella Terra altro che una sola Shechem, perchè non è in mano sua rubare a nessuno dei suoi figli la propria eredità, solo la primogenitura era in mano sua da dare al migliore ai suoi occhi, ed ecco che l’ha data a lui.

 

In questo monumentale commento del Ramban troviamo dunque un ulteriore elemento: la primogenitura. L’assegnare doppia eredità e dunque il territorio di Shechem a Josef  coincide con il passargli il testimone della primogenitura. Altro Jacov non può fare in quanto la Terra non è sua. Iddio l’ha divisa tra le tribù ed ha lasciato al patriarca solo Shechem da destinare a chi vuole lui. In questo contesto anche l’Emoreo si presta a doppia interpretazione. Da una parte è effettivamente il popolo Emoreo dal quale Jeoshua conquista Shechem, dall’altra si tratta di Esav, il quale per associazione di malefatte è chiamato a volte ‘l’Emoreo’. (Rashì)

 

Shechem dunque coincide con la primogenitura ed è il possesso di Jacov in Erez Israel che questi passa a Josef. Bisogna inquadrare questo evento nella dinamica Jacov-Esav nella quale il nostro patriarca incarica Josef di essere colui che combatte Esav e la sua cultura. Jaov infatti è pronto ad incontrarsi con Esav solo quando nasce Josef, e Josef è ben conscio di questo compito tanto da essere l’unico figlio che si presenta ad Esav davanti alla propria madre a segnalare il proprio ruolo di protettore.

 

Jacov asserisce che la propria conquista di Shechem avviene ‘con la mia spada ed il mio arco’. Se ciò è materialmente vero per quanto riguarda la conquista di Jeoshua non lo stesso si può dire per quanto riguarda la prima conquista di Shechem nella quale, nella migliore delle ipotesi sono i figli di Jacov a combattere. Rashì prova a proporre: ‘quando Shimon e Levì uccisero gli uomini di Shechem si riunirono tutti i vicini per combattere/unirsi a loro, e Jacov si cinse di armi contro di loro’. Non è chiaro se le intenzioni di questi vicini fossero bellicose o pacifiche. Se questi volessero vendicare l’offesa o se volessero unirsi sessualmente (leizdaveg, dice il testo) a questi. In ogni caso è un confronto-unione comunque negativo e Jacov interviene con tanto di spada ed arco. Ma ciò va stretto allo stesso Rashì che aggiunge sulla scia del Midrash: la mia spada ed il mio arco: la mia saggezza e la mia preghiera.

 

Anche il Talmud percepisce che questo Jacov guerriero non rende giustizia alla figura spirituale di Jacov e dice:

 

E che con la sua spada e con il suo arco l’ha presa? Ma non è forse gia stato detto (Salmi XLIV,7): ‘Poichè non nel mio arco fiderò e la mia spada non mi salverà?’ Allora la mia spada, questa è la preghiera, il mio arco, questa è la mia richiesta. (TB Bavà Batrà 123 a )

 

Rashì in loco individua in queste due preghiere/richieste la preghiera di Jacov per i suoi figli ed il fatto che Jacov ‘compri’ la primogenitura da Esav attraverso la propria preghiera. Jacov l’uomo della voce, è l’uomo della preghiera. Ed ogni sua azione militare è in primo luogo una preghiera.

 

Il Meshech Chochmà in loco offre un’interessante analisi di questi due termini partendo dalla traduzione aramaica di Onkelus. La preghiera (spada) è la preghiera istituzionale, le tre preghiere quotidiane per intenderci laddove la richiesta (arco) è la preghiera volontaria che l’uomo fa. La differenza è secondo Rabbì Meir Simchà Hacoen di Dvinsk nella imprescindibilità della concentrazione nella preghiera. Mentre la preghiera istituzionale è valida anche senza una particolare concentrazione (basta sapere che si sta adempiendo ad un precetto), per quanto questa sia sempre positiva, la preghiera volontaria richiede sempre una attenzione/concentrazione profondissima. Questo è riscontrabile anche nella struttura delle due armi in questione: la spada è un arma in quanto tale. Dal punto di vista Halachico un pezzo di ferro affilato è considerato corpo contundente a prescindere dalle dimensioni: fosse anche uno spillo. Non così è l’arco la cui efficacia è legata alla forza con la quale lo si tende. Per questo la preghiera istituzionale è legata alla spada e viene accolta in quanto tale, anche senza grande sforzo, laddove la richiesta volontaria necessita una grande concentrazione/intenzione per essere sparata come la freccia di un arco.

 

In questo contesto potremmo dire che Jacov non tralascia nulla. La preghiera da lui istituita, Arvit, è per definizione una preghiera inizialmente volontaria che si trasforma poi in istituzionale proprio attraverso la grande concentrazione che è in essa. Jacov è colui che mette l’intenzione anche in ciò che è istituzionale rendendolo ‘proprio’ quanto la preghiera volontaria. D’altra parte c’è una grossa somiglianza tra la preghiera istituzionale e la divisione della Terra e tra la preghiera aggiuntiva volontaria e l’assegnazione del territorio di primogenitura. Jacov è colui che da una parte fa con grande intenzione l’atto volontario come da norma, ma che poi riesce anche a riempire di contenuto la spartizione normativa della terra benedicendo ogni figlio, come per Josef.

 

Una lettura alternativa dei due termini la offre il Midrash che come abbiamo visto viene poi citato da Rashì. Spada ed arco sarebbero rispettivamente saggezza (Torà) e preghiera. Il Mesech Cochmà (I,214) riflette su questi due termini.

 

Nello Zohar (Vajichì, 219b) troviamo: ‘Quando il Santo Benedetto Egli Sia rivelerà la Sua Mano destra, cesserà la morte dal mondo. Questa Mano destra non si rivelerà fino a quando non si attaccheranno Israele alla Mano destra del Santo Benedetto Egli Sia. E che cos’è la Mano Destra del Signore? La Torà, come è scritto in essa (Deuteronomio XXXIII,2) ‘Dalla Sua Destra il fuoco della legge per loro’. In quell’epoca (Salmi CXVIII, 16-17), ‘La Destra del Signore fa guerra – Non morirò, anzi vivrò e racconterò le azioni del Signore’.

 

La Destra del Signore corrisponde secondo lo Zhoar alla Torà. La destra del Signore simboleggia la Torà che è chiamata la vita eterna. In questo contesto c’è una sinistra del Signore che corrisponde alla vita temporanea che il Mesech Cochmà individua sulla base di TB Shabbat 10a nella preghiera. Il Mesech Cochmà sottolinea che mentre la Torà è una realtà spirituale assoluta, la preghiera è legata alla nostra natura mortale. In tal senso non si parla mai di preghiera per gli angeli ma sempre e solo di Shirà, canto, termine che indica spesso la spiritualità della Torà. Del resto il fatto che la preghiera sia una necessità materiale lo si evince anche secondo il Maestro dal fatto che la preghiera è legata al tempo il quale è egli stesso l’aspetto più impalpabile (e forse spirituale) della materia. In linea generale la destra corrisponde alla spiritualità del mondo mentre la sinistra è la natura. Così spiega il Sifrì sulla Parashà di Hazinu il verso di Beshallach (XIV,22) che descrive l’apertura del Mare: ‘E l’acqua fu per loro un muro a destra – questa è la Torà – ed a sinistra – questa è la preghiera’.

 

 In quest’immagine spettacolare le acque che si aprono nel vedere le ossa di Josef che viaggiano dinanzi al popolo alla volta di Shechem rappresentano la Torà e la Preghiera, con la quale Jacov conquista Shechem, ma anche la primogenitura su Esav.

 

Spiega ancora il Mesech Cochmà che inizialmente Adam Harishon era alto ‘da un capo all’altro del mondo’. Tale insegnamento Talmudico (TB Chagghigà 12 a) indica secondo il Maestro di Dvinsk la dimensione spirituale del primo uomo, la cui comprensione abbracciava tutto lo spettro della spiritualità. Una volta che questi pecca, Iddio riduce la sua dimensione a ‘sole’ 100 ammot. Queste improbabili 100 braccia di altezza sono secondo il Meshech Chochmà le cento benedizioni che l’uomo deve recitare ogni giorno. È il mondo della preghiera. Iddio riduce l’uomo spirituale immortale collocandolo nella mortalità della natura che coincide con il mondo della preghiera. Notevole che Iddio riduca l’uomo collocando su di esso la propria sinistra, (Salmi CXXXIX,5), Cappechà, il tuo palmo, ma anche caph cheà il palmo debole. Il messaggio dello Zohar è dunque che attaccandoci allo studio della Torà noi possiamo superare persino la spiritualità della preghiera attaccandoci alla destra di D‑o quella destra della spiritualità che cancellerà la morte, presto ed ai nostri giorni.

 

Jacov sta chiedendo a Josef di essere sepolto nella grotta di Machpelà a fianco ad Adam Harishon e spiega al figlio l’importanza della sepoltura ebraica. Quanto è forte il richiamo ad una sepoltura ebraica in un paese, l’Egitto, che si basa sul proprio concetto di sepoltura. Se io vengo sepolto con il primo uomo e se tu Josef verrai sepolto a Shechem è perché non si è ancora rivelata completamente la Destra del Signore. Finché c’è morte nel mondo c’è preghiera. Ma d’altra parte finché c’è Torà c’è la strada per condurre il mondo fuori dalla natura, fuori dalle piramidi d’Egitto.

 

Ed ecco che i nostri Saggi ci hanno insegnato che Jacov nostro padre non è morto. Egli vive in ognuno di noi, in tutti noi proprio attraverso lo studio della Torà. In questo senso i giusti anticipano con la loro Torà la redenzione stessa, come spiegano i Saggi nel trattato di Avot dicendo che è migliore un momento di teshuvà in questo mondo che tutta la vita del mondo futuro.

 

È chiaro in questo senso anche il verso che utilizzano i Saggi per ricavare dalla Torà Scritta un riferimento al mondo futuro: ‘Allora canterà Moshè ed i figli d’Israele’. Moshè ed Israele risorti canteranno perché quando Iddio cancellerà la morte facendo risorgere i morti, si rivelerà la Destra del Signore, la Torà che è Shirà, canto e non preghiera.

 

Jacov che a Shechem salva Dinà e sa poi salvare anche sua figlia Asenat futura moglie di Josef, dà Shechem a Josef per insegnare a lui e a tutti noi che è la strada della primogenitura che si acquista con la Torà che conduce il mondo della natura presente nel mondo futuro dello spirito.

 

E così Jeoshua, nel conquistare Erez Israel, inizia proprio a Shechem seppellendo Josef e ribadendo l’unica indissolubile alleanza tra D‑o ed Israele. Un alleanza che passa sempre e comunque per l’osservanza scrupolosa della Torà.

 

Ancora oggi mentre Esav ed Ishmael pensano di poterci annientare chiamando shechem Nablus e distruggendo fisicamente la Tomba del Giusto Josef, Shechem ricorda ad ogni ebreo un ragazzino di diciassette anni che nel vagarvi appresso a dei fratelli non proprio simpaticissimi sa affermare all’Angelo: Io ricerco I miei fratelli.

 

Et Achai Avochi Mevakesh, mevakesh, bakashà. Quella preghiera di richiesta volontaria che richiede concentrazione. Quel ragazzino che sa bene che nel mondo della preghiera la morte c’è e come, è lo stesso ragazzino che ha studiato la Torà di Jacov fino a ricordare molti decenni dopo il precetto della ‘giovenca accoppata’.

 

È quel ragazzo ebreo che prega e studia anche quando suo malgrado imbraccia spada ed arco che noi contrapponiamo orgogliosamente alla cultura del Molech che manda al rogo i propri stessi figli.

 

È la storia di Josef il Giusto, il Giusto che è il fondamento del Mondo.

 

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici

 

Chazak! Chizku VeIamez Levavchem kol Hamjachalim l’Hasshem.


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