TORAH.IT
Parashat Vajgash 5763
Jacov, in piedi davanti al Faraone
"E portò Josef Jacov suo padre e lo mise in piedi davanti al Faraone, e benedisse Jacov il Faraone. E disse il Faraone a Jacov: 'Quanti sono i giorni degli anni della tua vita?' E disse Jacov al Faraone: 'I giorni degli anni delle mie peregrinazioni sono centotrenta anni, pochi e cattivi furono i giorni degli anni della mia vita e non raggiunsero i giorni degli anni della vita dei miei padri nei giorni delle loro peregrinazioni.' E benedisse Jacov il Faraone ed uscì da dinanzi al Faraone." (Genesi XLVII, 7-10)
"E benedisse Jacov: come tutti coloro che si ritirano da dinanzi ai principi, li benedicono e chiedono il permesso [di ritirarsi]. E con che benedizione lo benedisse? Che salga il Nilo ai suoi piedi, dato che l'Egitto non beve dalle piogge ma il Nilo sale ed irriga. E dalla benedizione di Jacov in poi il Faraone andava al Nilo e questo saliva incontro a lui ed irrigava la terra." (Rashì citando il Midrash Tanchumà, Nasò 26)
L'incontro tra Jacov ed il Faraone è un evento epocale. Jacov, Israele nostro padre, il portatore della rivelazione Divina si trova dinanzi al monarca assoluto della principale potenza politica, economica e culturale del mondo antico. Si trova dinanzi ad un uomo venerato come una divinità, il rappresentante di un mondo che rappresenta per Jacov il male. L'esilio. L'esatto opposto della rivelazione per la quale egli ha lavorato tutta la vita. È un incontro/scontro tra titani. Ci saremmo a ragione aspettati un qualche tipo di affermazione filosofica, di presa di posizione, di discussione; niente di tutto ciò. I versi parlano da soli. Jacov benedice il Faraone entrando ed uscendo. Il loro dialogo si riduce ad una domanda del Faraone (quanti anni hai?) ed alla risposta di Jacov: centotrenta, pochi e cattivi rispetto a quelli dei miei padri. Fine. Tanti saluti.
Evidentemente c'è di più, ma bisogna scavare. Tutti i commentatori biblici concordano col dire che l'aspetto di Jacov era estremamente anziano, tanto da meravigliare il Faraone che non aveva mai visto un uomo così. Jacov non fa molto per nascondere la sua vecchiaia: viene messo in piedi, termine passivo che indica che questi non era autosufficiente nei suoi movimenti. Ma c'è allo stesso tempo una grande dignità in questo vecchio padre per il quale, dice il midrash, il basso architrave che costringeva tutti ad inchinarsi nell'entrare al cospetto del Faraone, si alzò. Jacov è vecchio e malandato, ma non si piega dinanzi al Faraone. Gli dà tutto l'onore ed il rispetto dovuto ed immaginiamo che abbia benedetto anche il Signore 'che ha dato onore a carne e sangue', come prevede l'halachà dinanzi ad un re Gentile. Ma non si piega. Il Maraham da Rottenburg nota con interesse che la parola 'vajamideu' , e lo mise in piedi, è scritta senza una yud, in forma difettiva. Manca qualche cosa allo stare in piedi di Jacov, ma cosa? Il Maraham nota che c'è almeno un altro punto nella Torà nel quale lo stesso termine è scritto ugualmente in forma difettiva: "E fece Moshè come aveva comandato il Signore lui, e prese Jeoshua e lo mise in piedi dinanzi ad Elazar il Sacerdote e davanti a tutta la Congrega. (Edà) E poggiò le sue mani su di lui e lo ordinò, come aveva parlato il Signore per mano di Moshè." (Numeri XXVII, 22-23)
Si tratta della investitura di Jeoshua a successore di Moshè: anche lui viene messo in piedi in forma passiva e difettiva. Il Maraham commenta: "..dal momento che Jacov nostro padre era vecchio ed era necessario sorreggerlo (somchò) e rafforzarlo, sicché potesse stare in piedi dinanzi al Faraone. Anche qui Jeoshua si vergognava dinanzi a tutto Israele dell'esser fatto condottiero d'Israele dinanzi a Moshè nostro Maestro. Per questo si vergognava e dovettero sorreggerlo (somchò) e per questo entrambi sono in forma difettiva, perché non era uno stare in piedi completo."
Jacov dunque si presenta al Faraone e deve essere sorretto da altri per via della vecchiaia. Jeoshua si vergogna, è umile e timido, e viene sorretto (ma forse anche un po' spinto) da altri.
Vale la pena di riflettere sul concetto di semichà. La semichà è il gesto con il quale Moshè ordina ed investe Jeoshua: consiste nel mettere le mani sulla testa, ed è anche il modo in cui vengono investiti i Maestri d'Israele. Iddio ordina a Moshè di mettere una mano in testa a Jeoshua, ma Moshè era tanto contento della nomina da poggiare entrambe le mani sul capo del discepolo. La semichà è anche l'atto con il quale il padrone di un offerta animale 'scarica' le proprie colpe sull'animale e lo investe dello status di offerta. Si tratta di un'azione con la quale l'offerente poggia le proprie mani sul capo dell'offerta e su di esse tutto il proprio peso. Tale operazione è necessaria per tutte le offerte private (tranne bechor, decima e pesach).
La discussione sulla permissibilità di tale operazione di giorno festivo è la prima grande controversia tra i Maestri (come si impara in TB Chaghiggà 16a-b ). Notevole è il fatto che il termine indica dunque tanto il poggiare/appoggiarsi su qualcuno/qualcosa quanto il sorreggere/spingere. L'idea è che poggiandosi su qualcuno (ed investendolo dell'autorità rabbinica) ci si sta automaticamente poggiando su di lui, in quanto la sua nuova autorità gli permette di dissentire ed inficiare quanto detto da chi lo ordina. Colui sul quale ci si poggia e ci si affida ha allo stesso tempo bisogno di essere sorretto e sostenuto dalla spinta/appoggio del pubblico. È dunque straordinario l'utilizzo del termine per Jeoshua: questi va a ricevere la semichà da Moshè che si poggia su di lui (pur essendo colui sulla cui saggezza Jeoshua si è poggiato fin ora) ma per andare ha bisogno di poggiarsi su coloro che d'ora in poi si poggeranno su di lui. Rav Alberto Moshè Somek shlita ricorda nel suo 'Adat Kedem', che mentre la quasi totalità delle offerte private richiedono la semichà, quasi tutte le offerte del pubblico (korbenot zibbur) ne sono esenti. Il motivo è l'impossibilità di individuare un padrone dell'offerta per un offerta il cui unico padrone è il pubblico nel suo complesso, al quale nessun singolo si può sostituire. In questo senso secondo il Maraham non basterebbe la semichà di Moshè su Jeoshua: serve che anche gli altri facciano una semichà spingendolo a superare la propria umiltà. Notevole il fatto che il verso pone Jeoshua dinanzi alla Edà, alla Congrega, termine che implica la caratteristica del minian (il quorum di dieci persone) di andare qualitativamente oltre l'insieme dei singoli divenendo quel pubblico che è unica testimonianza (ed) della Presenza Divina. Nella consapevolezza di non poter far fare fisicamente a tutto il popolo la semichà sull'offerta, questa viene tralasciata. Ma nel caso di Jeoshua si vuole sottolineare che non basta Moshè! Moshè da solo, per quanto grande, non può supplire al minian di persone che spingono/si appoggiano su Jeoshua.
Possiamo allora capire cos'è che va a fare Jacov dal Faraone. Jacov va ad insegnare al Faraone la differenza tra un leader ebreo ed il Faraone: il sapere poggiarsi. Così come coloro che portano l'Arca sono in realtà trasportati da questa, così sono i figli di Israele che sorreggono il vecchio padre a trarre forza da questi nell'avvicinarsi al triste esilio.
Jacov va a spiegare al Faraone che si può essere vecchi e malconci, ma se ci si sa poggiare sui propri figli ed i propri discepoli si può continuare ad essere il carro sul quale viaggia la Presenza Divina.
Così mi pare vada letta anche la benedizione con la quale Jacov benedice il Faraone. Il sistema Egitto coincide con il Faraone: è il sistema nel quale ci sono tante radici divine che mi permettono di essere io stesso una divinità finché il mio ego-dio coincide con l'unica risorsa del paese. È un sistema di tante divinità volte a fare del mio ego l'unico dio. Jacov augura al Faraone che questo sistema funzioni, perché sa che è proprio nell'andare presso il Nilo a prostrarsi davanti ad uno specchio d'acqua che riflette l'immagine e ci permette di chinarci davanti a noi stessi, che Iddio spiegherà con le cattive al Faraone chi è che comanda veramente. Jacov nella sua vecchiaia va a spiegare al Faraone che si capisce la radice dell'Uno solo quando si sa di non poter stare in piedi senza il sostegno degli altri. Jacov si presenta con il suo minian abbondante di figli e spiega al Faraone il senso della collettività ebraica. Non è solo una dichiarazione filosofica di intenti: Jacov e famiglia si comportano così, sempre. "Ed alimentò Josef suo padre ed i suoi fratelli e tutta la casa di suo padre; pane secondo i bambini." (Genesi XLVII, 12)
E lo Sforno in loco commenta: "Nonostante avesse la possibilità di dare loro molto cibo, diede loro in misura sufficiente secondo quanto hanno detto, sia il loro ricordo di benedizione, (TB Taanit 11a) 'quando il pubblico si trova in disgrazia, che non dica l'uomo: 'me ne andrò a casa mia, e mangerò e berrò e pace a te anima mia!''"
Nel sistema Egitto nel quale i sacerdoti ed i privilegiati non vengono toccati dalla carestia perché attingono dalle casse dello stato a spese dei poveri, Josef, vicerè d'Egitto, spiega alla propria famiglia ed a tutto l'Egitto che è troppo facile non curarsi dello stato del pubblico e fare la bella vita a loro spese. Se c'è la carestia non si fanno spese inutili, anche se si può. Ed ancora Josef, nel trovarsi a dover spostare la popolazione per motivi macro-economici, non disperse famiglie e città, come spiega Shadal. Ed anche il Naziv di Volozin in Emek Davar dice: "che non spostò singoli e singoli in posti sperduti, ma ogni città in un'altra città, sicché non perdessero la loro compagnia".
Il valore della collettività è al centro del messaggio politico ed economico di Jacov e Josef in Egitto. Il Talmud (TB Taanit 11a) dopo averci spiegato che non ci si può dissociare dal pubblico nel momento della disgrazia e fare la bella vita ci porta un illustre esempio: "ma invece che soffra l'uomo con il pubblico che così abbiamo trovato in Moshè nostro Maestro che soffrì con il pubblico come è detto 'E le mani di Moshè erano pesanti e presero una pietra e la misero sotto di lui e sedette su di essa (Esodo XVII,12). E che Moshè non aveva un cuscino o una sella su cui sedere? Ma così ha detto Moshè: 'Visto che Israele si trovano in costrizione anche io sarò con loro in costrizione. E chiunque si affligge con il pubblico, merita di vedere nella consolazione del pubblico.''" Si tratta dell'episodio della guerra contro Amalek. Il popolo combatte condotto da Jeoshua. Moshè prega per il popolo e tiene le mani alzate. Ma è stanco e deve sedersi. Egli sceglie di sedere su una pietra e non su un cuscino per partecipare alla sofferenza dei combattenti. Ma di più, Aron e Chur sostengono le sue mani. Come Jacov prima e Jeoshua poi, Moshè ci insegna che senza sorreggerci a vicenda non si vince la guerra contro il male, Amalek. Ed ancora che il leader può sorreggere il pubblico ed essere sorretto a sua volta solo se è disposto a prendere parte alla sofferenza di questo. L'ebraismo si fonda sulla collettività ed è perenne il richiamo di Hillel nel secondo capitolo del trattato di Avot: 'Non ti staccare dal pubblico!'
Ma bisogna conoscere il segreto della collettività ebraica. In Deuteronomio (IV,29) troviamo la radice del ritorno a D-o dall'esilio: "E richiederete da lì il Signore tuo D-o e lo troverai, poiché lo cercherai con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima." Il Meshech Chochmà afferma: "E la questione è che la collettività d'Israele sono come un uomo solo, ed ognuno d'Israele è un organo dell'uomo collettivo. Ma quando questo? Quando hanno attaccamento al centro, la Fonte della Vita vera, Colui che Vive in eterno, sia benedetto. Allora questi sono come raggi che escono dal punto centrale, e ne risulta che ogni raggio è unito al proprio compagno a causa della loro origine, il Vero Centro, il Signore benedetto. Ma quando peccano e si eclissano dalla sua Provvidenza, allora visto che non hanno attaccamento a Lui benedetto Sia, anche loro sono divisi tra di loro e non hanno rapporto, uguaglianza ed attaccamento..."
Si parla tanto della necessità di unità nel popolo ebraico, ma se non si capisce la struttura di questo, come si fa ad unirne i pezzi? Ognuno di noi ha un rapporto unico ed irripetibile con il Signore e solo attraverso la sua aderenza al proprio compito Divino egli può trovare anche l'attaccamento alla collettività. Viceversa, spiegano i Maestri del Mussar ed in particolare il Rav Dessler, è proprio attraverso il servizio collettivo di D-o che ognuno di noi può trovare la forza di perseguire il proprio compito individuale. Un minian è molto di più di dieci singoli, è un pubblico, una Congrega, Edà. E vale sempre la pena ricordare che dieci malvagi fanno minian, leggono la Torà e recitano il Kadish e la Kedushà, laddove nove giusti non possono!
La figura di Jacov è proprio quella di questo super-uomo che raccoglie tutti i singoli d'Israele in un unico corpo. E per questo dicono i Saggi che l'immagine di Jacov è il Trono stesso di D-o formato da tutte le anime di Israele. Ed è proprio Jacov che all'inizio dell'esilio ci insegna che possiamo pure zoppicare, se siamo vecchi, ma dobbiamo saperci appoggiare ed andare avanti.
La capacità di appoggiarci agli altri ed allo stesso tempo sorreggerli è il grande messaggio che Jacov deve dare a quel Faraone che tra poco renderà schiavi i suoi figli. E questo messaggio vale più per noi che per il re dell'Egitto. L'ultima rivelazione di Jacov, quella nella quale gli viene comunicato che la Presenza Divina scenderà con lui in Egitto e si farà garante della redenzione, avviene in visione notturna, cosa strana per i patriarchi. Il Meshech Chochmà spiega: "Ed ecco che presso Avraham ed Izchak non abbiamo trovato ciò, ma solo in Jacov qui ed in Vajezè, dunque per il motivo che era pronto ad uscire fuori dalla Terra d'Israele a risiedere, per questo venne lui la rivelazione Divina di notte, per mostrare che anche di notte, nel buio dell'esilio, risiede la Presenza Divina in Israele come hanno detto: (TB Meghillà 29a) 'Sono stati esiliati in Babilonia, la Presenza Divina con loro'. E per questo Avraham stabilì la preghiera di Shachrit, Izchak Minchà e Jacov Arvit e questa è in relazione alle parti delle offerte che vengono bruciate sia di giorno che di notte. (TB Berachot 2a). Ed ecco che hanno detto, sia il loro ricordo di benedizione, che la Presenza Divina risiede fuori dalla Terra d'Israele solo su colui che vedeva in Terra d'Israele così come hanno detto a proposito del profeta Ezechiele alla fine del trattato di Moed Katan (25a). Perciò la fine del Culto, come la bruciatura delle parti delle offerte che già sono state scannate ed il cui sangue è stato asperso di giorno, può essere fatta anche di notte, e questa è cosa saggia... e da ciò esce per noi una morale intellettuale che quando Israele tengono stretta la tradizione corretta e seguono le strade e gli insegnamenti dei loro padri, allora l'Israelita è nazione forte ed antica, dal momento che si rivelò a lui la Divinità quando esisteva il Santuario al suo posto, ed allora si rivela la Presenza Divina anche fuori dalla Terra d'Israele, anche di notte. Ma quando dimenticano il patto dei loro padri e non procedono nelle loro vie, allora essi sono isolati ed ecco che la Presenza Divina non risiede fuori dalla Terra d'Israele..."
Jacov è dunque l'uomo della rivelazione notturna perché ci insegna che se ci si attacca alle radici allora la Presenza Divina essa permane anche nell'esilio, in virtù del nostro attaccamento alla condotta di un epoca di redenzione nella quale c'era il Santuario. Così come il culto iniziato di giorno può essere completato di notte e così come il profeta Ezechiele la cui rivelazione inizia in Israele e continua in Babilonia, così anche noi possiamo portare la luce del Santuario nel buio dell'esilio. Bisogna solo imparare ad attaccarci, a sostenerci, lismoch.
Dobbiamo imparare ad essere uniti a D-o e di conseguenza alla collettività d'Israele ma dobbiamo imparare anche ad attaccarci alla congrega e di conseguenza trovare l'attaccamento a D-o. Ce lo insegna il nostro vecchio padre Jacov, che è andato a mostrarsi zoppicante dal Faraone perché imparasse che un popolo che sa fare del proprio poggiarsi al prossimo un modo per sorreggere il prossimo, saprà fare del proprio poggiarsi a D-o un modo per "sorreggere" D-o.
Shabbat Shalom e Zom Kal,
Jonathan Pacifici