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TORAH.IT

Parashat Toledot 5763


"E si apprestò e lo baciò, ed odorò l’odore dei suoi vestiti e lo benedì; e disse: ‘Vedi, l’odore di mio figlio è come l’odore del campo che è stato benedetto dal Signore.’" (Genesi XXVII,27)

"ed odorò: ma non c’è odore più sgradevole delle pelli di agnello? Ma ciò insegna che è entrato con esso l’odore del Giardino dell’Eden. Come l’odore del campo che è stato benedetto dal Signore: che ha messo in esso un buon odore, e questo è il campo dei meli, così hanno imparato i nostri Maestri, sia il loro ricordo di benedizione". (Rashì in loco, citando TB Taanit 29b)

Il Rav Dessler spiega in Mictav MeEliau (II, 206-210) che Izchak non intendeva benedire Jacov giacché aveva intuito che questi era un giusto nella sua interiorità. La benedizione era pertanto riservata ad Esav, colui che ne aveva più bisogno proprio in virtù della sua superficialità. Spiega infatti il Rav Dessler che non è possibile incidere sulla radice profonda della interiorità del nostro prossimo, solo lui può scegliere la via del bene. È possibile però incidere sulla sua esteriorità, sul mondo che lo circonda con l’intento che questi impari e scelga nel suo intimo la via del bene. Quest’intento iniziale del nostro secondo patriarca viene mutato allorquando odora gli abiti di Jacov. Lo Sforno in loco suggerisce che l’idea di Izchak era quella di ‘allargare la propria anima’, ossia l’atto di odorare è qui un’intima riflessione di Izchak sulla natura profonda del proprio figlio Jacov e sulle sue necessità. In questo passo è dunque insita la prova di Izchak, che nell’atto di odorare deve rimettere in discussione la propria filosofia e i propri convincimenti. Ed Izchak vince la sua prova giacché egli è ghevurà, forza, quella forza che limita e critica tutto ed in primis se stessi.

Il dilemma di fondo è quale sia la natura di Jacov. La Torà dice espressamente che questi era un uomo integro, che risiedeva nelle Tende, che i nostri Saggi hanno individuato come le tende dello studio della Torà. Jacov è caratterizzato dalla misura della Verità, Emet. Quella vertià che è la sintesi della bontà (chesed) di Avraham e della forza (ghevurà) di Izchak.

Jacov è la verità, chiamta dai mistici anche Tiferet, splendore. Ma a ben vedere il comportamento di Jacov lascia molti dubbi circa la sua veridicità. Il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita ricorda spesso che la radice stessa del nome Jacov (ain, kuf, bet) indica ‘inganno’, ‘storto’. Ossia tutto tranne la verità. Il comportamento di Jacov, seppur corretto ad un analisi profonda è quantomeno discutibile sia per quanto concerne i rapporti con il fratello Esav sia per i suoi rapporti con il padre Izchak.

Il Rav Dessler spiega che proprio in questo è la misura della Verità che è in Jacov. Jacov compie degli atti profondamente giusti per quanto ai margini della legalità, che potrebbero lasciar spazio ad ‘imperfezioni di intento’, ma li compie invece con la sola intenzione di adempiere al volere Divino. Verità implica integrità, e l’integrità di Jacov è quella di saper ricomporre e mettere assieme gli aspetti di bontà con quelli di forza, l’amore ed il timore in un unico pilastro al servizio di D-o: la Verità.

Dunque Izchak odora certamente questa stridenza tra ‘la voce è la voce di Jacov e le mani sono le mani di Esav’, e proprio nell’odorare il ‘raggiro’ del figlio decide di benedirlo. Che cosa ha esattamente odorato Izchak?

Nel Talmud (TB Sanedrhin 37 a) Rabbì Zerà sostiene che non dobbiamo leggere ‘beghadav’, i suoi vestiti, ma piuttosto ‘boghadav’, i suoi traditori. Serve un bel po’ di immaginazione apparentemente. L’odore del campo benedetto dal Signore, quell’odore che Rashì dice essere proveniente dall’Eden, dovrebbe essere l’odore dei ‘traditori’ di Jacov? Il Midrash Rabbà va oltre (LXV,22) e dà persino un nome a questi traditori il cui odore ‘paradisiaco’ convince Izchak a benedire Jacov.

"..come ad esempio Josef miShità e Jakum Ish Zerorot. Nell’ora che coloro che ci odiano vollero entrare nel Monte del Tempio dissero: ‘Lasciamo entrare prima uno di loro’. Dissero lui: ‘[Josef] entra e tutto quello che porti fuori è tuo’. Entrò e portò fuori un candelabro d’oro. Dissero lui: ‘Non è adatto ad una persona qualunque, ma entra nuovamente e quello che porti fuori è tuo.’ E non accettò dicendo ‘Non basta che ho adirato il mio D-o una volta, che io lo adiri una seconda volta?’ Che cosa gli fecero? Lo misero in una morsa da carpentiere e lo tiravano su di essa, ed urlava e diceva ‘ohi ohi che ho adirato il mio Creatore’."

Josef MiShità è l’unico collaborazionista che il nemico trova per entrare nel Santuario ed iniziarne la distruzione, il massimo del tradimento. Eppure basta un commento profondamente vero dello stesso nemico ‘non è adatto ad una persona qualunque’ questo candelabro che costui fa completamente ritorno a D-o e muore martire lamentandosi per il proprio peccato e non per il dolore.

"Jakum Ish Zerorot era figlio della sorella di Rabbì Josè ben Joezer Ish Zeredà ed andava a cavallo di Shabbat quando incontrò suo zio che veniva portato al patibolo. Disse lui: ‘Guarda il cavallo che mi fa cavalcare il mio padrone e guarda il cavallo che ti fa cavalcare il tuo Padrone!’ Disse lui: ‘Se è così per coloro che Lo adirano, a maggior ragione per coloro che fanno la Sua Volontà!’ Disse lui: ‘Ha fatto un uomo la Sua Volontà più di te?’ Disse lui: ‘E se è così per coloro che fanno la Sua Volontà a maggior ragione per coloro che Lo adirano!’. Entrò in lui la cosa come il veleno di un serpente, andò e si sottomise alle quattro pene di morte del Tribunale: lapidazione, bruciamento, uccisione, e strozzamento….sonnecchiò Josè ben Joezer Ish Zeredà e vide il feretro che aleggiava in aria. Disse: ‘In un piccolo momento mi ha preceduto questo qui nel Giardino dell’Eden.’"

Forse ancora più tremendo il secondo racconto. Rabbì Josè ben Joezer era il capo del Sinedrio e viene condannato a morte di Shabbat proprio perché osservava lo Shabbat. Suo nipote, un ellenizzato, non trova meglio da fare che cavalcare di Shabbat e ridicolizzare la fiducia dello zio in D-o e nella Torà. E proprio dopo aver saggiato l’incrollabilità di questa fiducia che viene preso da un rimorso così profondo che lo induce a inventarsi una complessa concatenazione di eventi che gli permettesse di morire contemporaneamente delle quattro possibili esecuzioni che prevede la Torà.

Dunque Izchak odora secondo Rabbì Zeirà l’odore dei traditori di Israele, i peggiori tra i peccatori del nostro popolo. Odora il fatto che questi sono ancora legati alla Verità da un legame sottile che però nel momento critico gli permette di far ritorno a D-o.

È importante per noi capire che i nostri Saggi sono lontanissimi dall’essere eruditi sconnessi dal mondo circostante. Rav Mordechai Elon shlita ricorda spesso che la ricorrente espressione rabbinica ‘hu haià omer’ che generalmente rendiamo ‘egli era [solito] dire, implica che egli era, prima di dire. Ossia che la vita e le esperienze dei nostri Maestri sono per essi uno strumento fondamentale nello studio della Torà.

Ecco allora Resh Lakish, come noto grande Maestro che aveva fatto teshuvà dopo una gioventù non proprio esemplare, sostenere (alla fine del trattato di Chaghiggà, lo stesso insegnamento è riportato in TB Sanedrhin 37a assieme a quello di Rabbi Zeirà), che il fuoco del Gheinom non domina neppure sui peccatori di Israele i quali ‘sono pieni di mizvot come un melograno. Egli basa il suo insegnamento sull’interpretazione del Cantico dei Cantici (VI,7) e sul fatto che l’altare d’oro, l’altare sul quale viene quotidianamente offerto l’incenso, è in effetti un altare di acacia ricoperto da un sottile strato d’oro che non permette al fuoco di consumare il legno. A maggior ragione le mizvot dei peggiori ebrei (ed anche loro ne sono pieni come melograni, che hanno secondo la tradizione 613 chicchi, corrispondenti alle 613 mizvot) non permettono che questi vengano colpiti.

Lo steso Rabbì Zerà sa bene quello che dice. Racconta infatti il Talmud nella stessa pagina che questi abitava in un quartiere di malvagi e che si sforzava di far fare loro teshuvà, nonostante la perplessità dei Saggi. Quando questi morì furono gli stessi malvagi del suo quartiere a fare teshuvà dicendo che d’ora in poi, visto che non c’è più chi pregasse per loro, sono loro stessi che si debbono preoccupare.

Ci sarebbe da chiedersi che valenza abbia questa sottile lamina d’oro che ricopre l’Altare e che tiene l’ebreo più lontano legato alla Torà. In effetti la Ghemarà porta l’opinione di Resh Lakish e Rabbì Zeirà a rafforzare una tesi interessante. La Ghemarà infatti sta interpretando un verso del Cantico dei Cantici (VII,3) come descrittivo del Sinedrio. La conclusione di questo verso, che nel senso immediato descrive l’amata del Cantico, dice che ‘il tuo ventre è un cumulo di grano, circondato da rose. Questa viene intesa così dalla Ghemara: il tuo ventre è un cumulo di grano, così come tutti traggono giovamento da un cumulo di grano così tutti traggono giovamento dagli insegnamenti del Sinedrio; circondato da rose implica il fatto che non servono particolari coercizioni per adempiere alla Torà, basta una recinzione fragile come una siepe di rose. Il sistema legale ebraico si preoccupa molto di più dei contenuti e della responsabilità personale morale dell’individuo piuttosto che di strumenti coercitivi. E la Torà ci impone delle siepi che sono recinzioni fatte di rose che servono a ricordare il senso profondo della Legge piuttosto che ad impedire fisicamente la trasgressione. Un eretico chiede ai Saggi come questi permettano ad una donna mestruata ed a suo marito di essere da soli in una stanza dietro lo slogan: ‘Non è possibile che ci sia del fuoco accanto a delle fettucce di lino e queste non prendano fuoco’. Visto che i rapporti coniugali sono preclusi alla coppia in quel momento, l’eretico vorrebbe precludere anche la possibilità di appartarsi, proprio come per delle persone non sposate. Entrambi hanno desiderio, è impossibile che resistano se sono da soli. Rispondo i Saggi: ‘La Torà ha testimoniato su di noi: ‘Circondato da rose’, persino se [trattenuti dalla trasgressione solo da] una recinzione di rose, non apriranno brecce in essa’.

Dobbiamo rovesciare allora quanto detto fin d’ora. La Torà non si serve di barriere di acciaio ma ci ricorda i suoi decreti con sottili siepi di rose. Per il resto dipende come sempre solo da noi. La dimostrazione di ciò è quanto dicono Resh Lakish e Rabbì Zeirà a proposito dei peccatori di Israele. Questi in un piccolo momento sono in grado di rinascere attraverso quel sottile attaccamento che non è mai venuto meno. Straordinaria in questo senso la concomitanza dei peccatori con i Maestri. Nel caso di Rabbì Zeirà questi fisicamente va a vivere in un quartiere di peccatori. Lo stesso Resh Lakish porta in Chaghiggà il suo insegnamento sui peccatori a risposta di chi sosteneva che il fuoco del Gheinom non domina sui Saggi. Lui dice: nemmeno sui peccatori. Anche qui, nella nostra Ghemarà, non si può capire il senso della sottile siepe ‘circondato da rose se non si capisce che il Sinedrio ed i Saggi sono un cumulo di grano e che tutti debbono poter giovare dai loro insegnamenti. Forse è proprio l’attaccamento ai Saggi e la loro vicinanza quel sottile filo che lega anche l’ebreo più lontano. La consapevolezza del fatto che c’è un Maestro al quale chiedere. Che c’è una regola, un comportamento corretto. Questa consapevolezza nella amitat haTorà, nella Veridicità della Torà, a prescindere dal comportamento della persona è quantomeno quella sottile lamina sulla quale si può costruire.

Il Maharam nel suo commento al verso della Genesi con il quale abbiamo aperto, fa notare come la reach, odore, venga sempre in forma duale: ed odorò l’odore. Egli lega questa dualità proprio alla contrapposizione giusti/malvagi. Il Maraham cita due fonti talmudiche: la prima è il passo di cui ci siamo occupati fin qui, la seconda è in Eruvin (21 a-b).

"Ha detto Rav Chisdà: ‘Ha insegnato Mari bar Mar: ‘Che significa quanto è scritto (Geremia XXIV,1-2): ‘Ed ecco due canestri di fichi posti dinanzi al Santuario…il primo cesto di fichi molto buoni come i fichi pregiati ed il secondo cesto di fichi molto cattivi, immangiabili per quanto cattivi’? I fichi buoni sono i giusti completi, i fichi cattivi sono i malvagi completi. E se tu dovessi dire è persa la loro speranza ed è cessata la loro possibilità, insegna il testo (Cantico dei Cantici VII,14) ‘I canestri hanno dato odore, sia questi che questi sono destinati a dare [buon] odore.’’"

Di nuovo l’idea è che l’odore che odora Izchak si compone dell’odore dei giusti e di quello dei malvagi, e persino l’odore dei malvagi è destinato a divenir buono.

Ma la Ghemarà non si accontenta e riflette ancora sul verso del Cantico dei Cantici in questione spiegando anche la conclusione di questo.

"Ha insegnato Ravà: ‘Che significa quanto è scritto: ‘I canestri hanno dato odore’? Questi sono i giovani di Israele che non hanno assaporato il sapore del peccato [sessuale]." E prosegue a spiegare il seguito del verso: ‘e alle nostre porte ogni frutto prelibato [megaddim]’, queste sono le figlie di Israele che narrano [magghidot] lo stato delle loro porte ai loro mariti (i.e. che avvertono i loro mariti se hanno il ciclo). Un'altra interpretazione: che chiudono (Oghdot) le loro aperture [ad altri] che ai loro mariti."

L’idea di fondo dietro a questo richiamo alle regole della condotta sessuale è la fedeltà reciproca ed il rispetto delle regole legate alla purità della famiglia come pilastro della casa ebraica. Ma non dimentichiamo che il Cantico è allegoria anche del rapporto tra Israele e D-o e dunque quei valori di fedeltà che ci vincolano tra uomini sono gli stessi che regolano il nostro rapporto con l’Eterno, e viceversa. La Ghemarà prosegue infatti commentando la fine del verso:

"‘nuovi e vecchi, oh mio amato io li ho riservati per te’. Ha detto la Congrega di Israele: ‘Padrone del Mondo, ho decretato su di me molti più decreti di quanti Tu non ne abbia decretati su di me, e li ho osservati.’"

Il rapporto di fedeltà con D-o dunque risiede nel fatto che la Congrega di Israele ha decretato su di se molto più di quanto D-o non abbia fatto. Ossia la Torà Orale. La Torà Orale e l’insegnamento dei nostri Maestri sono il legame di fedeltà con D-o. Ed infatti così interpreta la Ghemarà proseguendo un famoso verso del Koelet (XII,12):

"‘…e più di quelle oh figlio mio stai attento a fare molti libri (sefarim)’ Figlio mio stai attento alle Parole degli Scribi (Soferim, i Maestri), più delle parole della Torà, dato che nelle Parole della Torà c’è in esse fai e non fai (e non su tutte c’è pena di morte) e Le Parole degli Scribi, chiunque trasgredisca le Parole degli Scribi è reo di morte!"

La Torà orale è il pilastro della cultura ebraica e richiede paradossalmente più attenzione della Torà scritta. Non per tutte le regole della Torà è infatti prevista la pena di morte, mentre chiunque trasgredisce un insegnamento rabbinico è reo di morte! Rabbenu Jonà spiega che chi trasgredisce una mizvà della Torà lo fa solo perché non ha resistito al proprio istinto mentre generalmente si da meno importanza agli insegnamenti rabbinici sicché la trasgressione di questi è più grave in quanto evidenzia una mancanza di rispetto nei confronti del sistema rabbinico.

Non è un caso che lo stesso Rabbì Zerà insegna che ‘le figlie di Israele esse sono state rigorose con loro stesse, che persino se vedono una goccia di sangue come un coriandolo, siedono per essa sette giorni puliti.’ Ossia che dietro le regole del periodo mestruale c’è una spontanea decisione delle figlie di Israele, una Torà Orale delle figlie di Israele.

E Salomone nello scrivere il Koelet è conscio della prossima domanda e risponde subito dicendo ‘a fare molti libri senza fine’. ‘..se tu dovessi dire se c’è sostanza (nella Torà Orale) perchè non sono state scritte? Ha detto il testo :a fare molti libri senza fine’.

Non si può circoscrivere la Torà in un solo libro, neanche in un Sefer Torà. Essa non ha fine. Non ha senso chiedersi come mai Iddio non ci abbia dato tutto il Suo Volere per scritto, il Suo Volere è che la vita di ogni ebreo sia la pergamena sulla quale ognuno di noi ha l’obbligo di scrivere la sua Torà. L’Eternità della Torà è proprio nella sua dinamicità. La Torà ha un senso quando la si studia.

Nella benedizione che precede lo studio della Torà noi benediciamo Iddio che ci ha scelto tra i popoli e ci ha dato la Sua Torà. Nella benedizione dopo lo studio noi diciamo: ‘.. che ci ha dato la Sua Torà, una Torà di Verità e Vita eterna ha piantato in mezzo a noi..’ Proprio questa seconda benedizione lega in maniera indissolubile la Torà data in dono, con la Torà che si studia che è la Vita Eterna piantata in noi. Solo quando c’è Torà Orale, la Torà dello studio, La Torà è Torà di Verità. Torat Emet. La Torà di Jacov che studiava dai propri Maestri: non solo Avraham ed Izchak ma anche e soprattutto Shem ed Ever.

Ed il rispetto per la Torà Orale non esclude nessuno.

"Hanno insegnato i nostri Maestri: ‘Accadde quando Rabbì Akivà era recluso in prigione e Rabbì Jeoshua HaGarsì lo serviva. Ogni giorno gli facevano entrare acqua in misura [limitata]. Un giorno lo trovò il guardiano della prigione [a Rabbì Jeoshua HaGarsì] e gli disse: ‘Oggi le tue acque sono troppe, forse che devi scavare [un uscita] dalla prigione? Gliene versò metà e gliela rese metà. Quando venne da Rabbì Akivà gli disse [RabbìAkivà]: ‘Jeoshua! Non sai che sono vecchio e che la mia vita dipende dalla tua?’ [Questi] gli racconto l’accaduto. Disse lui: dammi l’acqua sicchè faccia netillat yadaim,’ Disse: ‘Non bastano per bere, bastano per fare [anche] netillat yadaim?’ Disse lui: ‘che dovrei fare? Si è rei su di esse [sulle regole rabbiniche come la netillat yadaim] di morte; è meglio che muoia per conto mio [di sete] e che io non trasgredisca l’opinione dei miei colleghi. E dissero che non assaggiò nulla fintanto che non gli portò acqua e fece nettilat yadaim. Quando i Saggi ascoltarono la cosa dissero: ‘Se è così nella sua vecchia, nella sua gioventù a maggior ragione, e se è così in prigione, a maggior ragione non in prigione.’"

Il racconto è straordinario se lo si lega alla terribile morte che aspetta Rabbì Akivà proprio tra le mura di quel carcere e la sua incrollabile fiducia, non solo in D-o, ma soprattutto nella Torà, e nella Torà Orale. Rabbì Akivà che riderà per aver capito come si ama Iddio con tutte le proprie forze è arrivato a tale comprensione proprio attraverso il rispetto della Torà Orale persino nelle condizioni precarie del carcere.

Nonostante ciò c’è da chiedersi che senso abbia quanto commentano i Saggi in proposito. ‘Se è così nella sua vecchia, nella sua gioventù a maggior ragione, e se è così in prigione, a maggior ragione non in prigione.’

Non ha senso! In primo luogo è palesemente noto che in momenti critici si trova la forza per fare cose altrimenti impensabili e dunque non è detto che fuori dal carcere la condotta è necessariamente migliore. Ma soprattutto: come si fa a lodare la gioventù di Rabbì Akiva quando è noto che questi fu un ignorante fino a quaranta anni! I Saggi sanno esattamente quanto ci stanno dicendo. Se si vuole capire la veneranda vecchiaia ‘coronata’ dal martirio, si deve capire la gioventù. Non importa se questi era un ignorante: un bel giorno mentre pascolava il suo gregge ha visto che l’acqua scava la pietra ed ha capito che è ora di iniziare a studiare. Nella sua giovinezza di ignoranza ha saputo raccogliere un segno che gli è stato inviato. Il carceriere romano non può sapere che l’acqua che non vuole dare al vecchio Akivà per paura che scavi nella pietra del carcere ha già scavato il suo cuore molto tempo prima. Non capisce che quell’acqua gli ha permesso di saper scegliere tra il precetto di lavarsi le mani ed il bere. Tra le acque superiori e quelle inferiori. Rabbì Akivà è colui che quando entra nel Pardes dice ai suoi compagni di non gridare ‘acqua, acqua’ nello scorgere le grandi pietre di marmo. Si deve saper essere calmi e cauti come la pietra per saper scegliere tra le acque.

Dunque in questo senso capiamo la scelta di Izchak. Jacov ha bisogno delle benedizioni materiali, quelle della superficialità, proprio per i peccatori che sono in lui. Non perché la materia possa incidere positivamente sullo spirito. Ma perché questa possa stimolare la superfice del peccatore e questi faccia penetrare l’acqua della Torà nella pietra del suo cuore.

Il Targum Jonathan dice che Izchak sentì sugli abiti di Jacov l’odore dell’incenso. E questa è appunto la chiave di lettura di questo straordinario passo. L’incenso si compone di diversi odori, di cui almeno uno palesemente sgradevole. La forza dell’incenso è quella di tirar fuori un buon odore anche dalla componente maleodorante. La forza di Israele è quella di tirar fuori Torà anche dai peccatori.

Ed è proprio partendo dalla struttura dell’altare d’oro dell’incenso che Resh Lakish ha detto che persino i peccatori di Israele sono pieni di mizvot come melograni.

L’incenso ci ricorda il segreto del servizio di Jacov. La Verità. Il saper mettere assieme forza e bontà, peccatori e giusti, maestri ed alunni, padri e figli, acqua e pietra. Emet LeJacov, Verità a Jacov, significa servire Iddio capendo che non si può scegliere uno dei canestri, quello dei fichi buoni e non curarsi dell’altro canestro. Anche quello deve dare buon odore perché si arrivi alla Verità. E così Jacov nostro padre meriterà dodici figli tutti giusti, e nessuno dei sui canestri verrà trascurato, diversamente da quanto accadde ai figli di Avraham (Ishmael) ed Izchak (Esav).

La Casa di Jacov è la Congrega di Israele. È una casa di Verità e Splendore, non perché siano tutti perfetti. Piuttosto perché l’unione e la coesione della Casa con le sue regole che noi abbiamo reso più rigorose, fa prendere un buon odore anche a chi, se lasciato solo, sarebbe stato maleodorante.

Quando si è Verità e coesione si possono indossare le pelli che Iddio aveva fatto ad Adam dopo il peccato, quelle pelli con le quali Nimrod aveva sottomesso il mondo contro D-o, e che erano finite in mano di Esav. Si possono indossare quelle pelli che Rashì dice essere quanto di peggio ci sia in termini olfattivi, e sprigionare da esse l’odore dell’incenso, l’odore del Giardino dell’Eden.

Negli ultimi tre Shabbatot abbiamo approfondito le tre misure che caratterizzano i Padri: Chesed, Ghevurà ed Emet (Tiferet).

Rav Somek shlita in un suo articolo sulla rivista Segullat Israel riporta un insegnamento del Chidà, il grande maestro livornese. Egli dice che le comunità di Israele sono paragonabili proprio a queste tre misure. I Sefarditi assomigliano al chesed, gli ashkenaziti a ghevurà e gli italiani a tiferet. Ognuno ha il suo percorso al servizio del Signore proprio come i padri.

Mi pare che un buon proposito per preservare nelle nostre comunità quella qualità di Jacov nostro padre che il grande Maestro sefardita ci attribuisce, è proprio il riscoprire la capacità di unire nella Verità. Nell’assistere chi è meno ferrato nell’osservanza della Torà, nell’avvicinare gli smarriti. Nell’essere come il Ketoret, profumo gradito fatto di diversi che sanno dare buon odore a chi non ne ha.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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