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TORAH.IT

Parashat Chajè Sarà 5763


"Ed alzò Rivkà i suoi occhi e vide Izchak, e cadde dal cammello." (Genesi XXIV, 64)

"e cadde dal cammello: e piegò la sua testa, essendo lei sul cammello, in rispetto ad Izchak" (Rabbì Ovadià Sforno in loco)

Ogni ebreo ha un percorso tutto suo al servizio del Signore e ciò lo si impara dalla vita dei patriarchi. La scorsa settimana abbiamo visto come Avraham abbia servito il Signore attraverso il chesed, la misura della bontà. Avraham, abbiamo detto è il prototipo della modalità del dare, dell’amore, Izchak è invece caratterizzato dalla misura del timore. Jacov chiamerà il Signore ‘La paura di Izchak. Se Avraham è amore e bontà, Izchak è paura e giustizia. Il Rav Dessler (Mictav MeEliau II,206) si chiede come mai Izchak non prosegua la strada del chesed intrapresa da Avraham e propone due possibili soluzioni. All’inizio della Parashà di Toledot si impara che Iddio rese fertile Rivkà per merito della preghiera di Izchak ed i Saggi imparano da qui che è superiore un giusto figlio di un giusto rispetto ad un giusto figlio di un malvagio. Ciò è strano perché è sicuramente più difficile divenire giusti in una casa di malvagi! Inoltre i Saggi ci insegnano che ‘nel luogo dove sono coloro che fanno teshuvà persino i giusti completi non stanno’. I Saggi in realtà ci stanno parlando di un giusto che non si accontenta di quanto eredita dal proprio padre (anch’egli giusto) ma persegue la propria strada sino ad essere ‘indipendentemente giusto’.

A volte dunque è più difficile essere dei giusti ‘indipendenti’ in case particolarmente stimolanti rispetto a chi ha chiaro il cattivo esempio in casa. Dunque la ‘scelta’ di Izchak è quella di perseguire un percorso tutto suo, e la sua grandezza è quella di essere un giusto ‘nonostante’ l’ingombrante presenza del padre Avraham.

In secondo luogo spiega Rabbenu Perez (Maarechet HaElokut) se Izchak avesse proseguito ad accrescere il chesed nel mondo non sarebbe rimasto alcuno spazio per la misura della giustizia e ciò avrebbe fatto sconfinare la bontà in chesed detumà, la ‘bontà dell’impurità’ che è la tolleranza del male. L’attributo di Izchak è dunque piuttosto la "ghevurà", la forza.

La ghevurà è il limite della bontà e, come spiega il Rav Dessler (MM IV,55) la sua natura è proprio quella di limitare ogni cosa. La ghevurà, la vera forza, è il timore del peccato, il timore di D-o, l’essere continuamente sotto un autoesame di coscienza. E già hanno insegnato i Saggi nel trattato di Avot: ‘Chi è il forte (ghibbor)? Colui che domina il proprio istinto.

Se chesed è darsi, ghevurà è limitarsi. Il Rav Dessler (MM III,33) spiega che il percorso di salita spirituale al quale deve tendere ogni ebreo non è un percorso dal basso verso l’alto come potremmo pensare. Si tratta piuttosto di un oscillazione tra due poli, tra due forze presenti all’interno dell’uomo stesso: il generale ed il personale. La forza del ‘claliut’, del generale è la bontà, chesed. Si tratta del dare, del darsi al prossimo. Graficamente è un espansione del proprio se attraverso il contatto con il prossimo. Al contrario la forza del ‘personale’, la pratiut, è l’attirare in se, lo spostare l’accento su se stessi. In linea di principio questa è caratteristica negativa assimilabile con il prendere, radice di ogni male, come abbiamo visto la scorsa settimana. Se però la forza del personale si traduce in un continuo esame di coscienza, in una scrupolosa attenzione al proprio livello spirituale, allora questa diventa una buona qualità che permette poi di rafforzare la stessa bontà. Infatti, spiega il Rav Dessler, la caratteristica della Ghevurà, della forza, è quella di limitare ogni cosa (compresa se stessa), è la forza del limite. Ed è la stessa ghevurà che si autolimita. Dunque si parte stavolta da una forte introspezione e salita personale per poi riversare questa crescita spirituale sul prossimo in un atto che diviene la bontà che è nella forza, chesed shebaghevurà.

Si tratta di due tendenze presenti contemporaneamente nell’uomo. Il giusto percorso, il percorso della salita, non passa per un espansione eterna (chesed), nè per un introspezione continua (ghevurà), ma è piuttosto la continua oscillazione tra questi due aspetti del servizio Divino.

Queste dinamiche sono particolarmente rilevanti anche nella vita di coppia dei patriarchi e delle matriarche. La scorsa settimana abbiamo visto come Sarà nostra madre limiti in qualche modo l’eccessivo chesed di Avraham. Anche Rivkà è in qualche modo complementare ad Izchak. Se Izchak è introspezione e timore, Rivkà è amore e dare. E così dice Eliezer nella sua preghiera a D-o sulla fonte dove incontrerà Rivkà: ‘e fai chesed con il mio padrone Avraham. Rivkà viene esaminata proprio in relazione alla sua capacità di dare, di fare chesed. Ed il Bet Hallevì in loco spiega i diversi aspetti dell’esame del chesed a cui è stata sottoposta Rivkà. Eliezer dice espressamente che se la ragazza si dimostrerà caratterizzata dal chesed, perciò saprò che [Tu] hai fatto chesed con il mio Padrone.

Chesed umano e chesed Divino si intrecciano nella preghiera del servo: l’aver trovato una degna erede del chesed Abramitico è dimostrazione del chesed di D-o nei confronti di Avraham. Il Meshech Chochmà commenta così questo verso: "…perchè Izchak è la misura della ghevurà, e dall’unione della ghevurà con il chesed viene fatto il Beriach HaTicon [il cardine di mezzo], Emet [la Verità]. E così quando [Eliezer] ha percepito in Rivkà la misura del chesed ha detto (ivi, 27) ‘Benedetto Sia il Signore .. che non ha tralasciato la sua bontà (chasdò) e la sua verità (amitò)’ - che è nata la misura della verità dalla congiunzione di chesed e ghevurà, e questa è la misura di Jacov. E per questo (ivi,64) ‘Ed alzò Rivkà i suoi occhi e vide Izchak, e cadde dal cammello’ - [è] la misura del ‘Pachad Izchak’, ‘La Paura di Izchak’.." Eliezer si rende conto che non ha trovato solo il chesed complementare alla ghevurà di Izchak. Ha capito anche che da questa unione non può che uscire la Verità, Emet, la misura di Jacov nostro padre che è paragonata al Beriach HaTicon, il Cardine di Mezzo del Santuario che miracolosamente tiene unito tutto il Tempio. (ci siamo occupati del Beriach HaTicon nella derashà di Tezzavvè 5762). Il chinare la testa di Rivkà davanti ad Izchak ed il conseguente coprirsi il volto divengono simboli della pudicizia, la più alta delle qualità delle donne ebree. Rivkà capisce a sua volta incontrando Izchak qual’è il limite del chesed. Rivkà si china e si cela, chiudendosi in se. Rivkà che esce per fare chesed alla fonte deve imparare ad entrare nella tenda di Sarà.

Sforno al verso 61 è ancora più esplicito sottolineando come il testo si riferisca prima ad Eliezer come ‘uomo, e poi come ‘servo. Spiega Sforno che Eliezer era legalmente incaricato di sposare Rivkà per conto di Izhak (la Halachà prevede la possibilità di sposarsi per mezzo di un inviato/incaricato). Nell’istante in cui egli suggella il matrimonio Rivkà diviene la sua signora. Nello sposare Izchak, Rivkà passa dall’essere fanciulla all’essere signora, da tutto chesed a chesed con ghevurà, da estranea all’uomo Eliezer a signora del servo Eliezer.

La pudicizia di Rivkà assume dei valori che vanno ben oltre. Il verso infatti dice che: ‘Si alzò Rivkà e le sue fanciulle e cavalcarono i cammelli ed andarono appresso all’uomo (ivi,61). Da qui i Saggi imparano che la donna pudica non cammina davanti all’uomo e che l’uomo pudico non cammina dietro alla donna.

Nel trattato di Berachot (61a) i Saggi imparano, confrontando questo verso con un verso in Giudici (XIII,11), che Manoach, padre di Sansone era un ignorante, perché camminava dietro a sua moglie e ciò non è pudico. Rav Ashì dice addirittura che non era nemmeno al livello dei bambini della scuola sì da non conoscere un verso esplicito ‘Si alzò Rivkà e le sue fanciulle e cavalcarono i cammelli ed andarono appresso all’uomo. (ivi,61), e non davanti all’uomo.

Il Rav Dessler (MM IV,58) spiega che quello che Rav Ashì vuole dire non è che questi non conoscesse il verso (cosa impossibile), quanto il fatto che non ne traeva alcun insegnamento per il proprio comportamento. Rav Ashì ed i Maestri, partendo dal nostro verso, ci stanno insegnando un grande principio sul sistema con il quale si studia Torà. "…è evidente che il nostro sistema non è al fine della conoscenza in quanto tale, quanto fondamentalmente per acquistare il timore del cielo nel cuore..."

È da questo pudico "andare dietro" di Rivkà incontro al timore, alla "Paura di Izchak" che noi impariamo che lo studio non può rimanere sulla carta ma si deve tradurre in comportamento: in halachà, in quel percorso che è il codice legale ebraico che ha lo stesso nome della andatura di Rivkà. Ecco allora Izchak (che è ghevurà) che sparisce in un’introspezione che dura per tutta una parashà (tre lunghi anni) nei quali va a studiare Torà nella Yeshivà di Shem ed Ever, prima di incontrare Rivkà. La Ghevurà, la forza che è nel sottomettere il proprio istinto, inizia proprio con lo studio e lo studio della halachà in particolare giacché è l’halachà che determina il mio comportamento e conseguentemente il mio io e non è il mio io a determinare il mio comportamento che si traduce poi nella norma della consuetudine alla base dei sistemi legislativi dei Gentili.

Non è allora un caso che lo Shulchan Aruch, il codice legale ebraico, inizi con le parole ‘Itgabber KeArì', si faccia forza come un leone. Per alzarsi la mattina al Servizio di D-o ed andare a pregare con il pubblico bisogna farsi forza come un leone, bisogna farsi dominare dalla misura del timore di D-o e rafforzarsi nel piegare l’istinto del male. Lo Shaarè Teshuvà in loco citando il Taz sostiene che il testo inizi con la Ghevurà perché il fondamento della ghevurà è la lotta contro l’istinto del male. Come un leone, in funzione di quanto è detto nel trattato di Yomà (69) quando l’istinto del male apparve ai Maestri della Grande Assemblea come un leone di fuoco. Se l’istinto del male è un leone noi dobbiamo rafforzarci come leoni ed abbatterlo.

Capiamo allora anche il seguito dell’insegnamento in Berachot (61a) circa l’andare dietro. "Ha detto Rabbì Jochannan: ‘Dietro al leone e non dietro alla donna, dietro alla donna e non dietro all’idolatria, dietro all’idolatria e non dietro alla Sinagoga quando il pubblico prega". Bisogna essere forti come leoni per sapere che è preferibile il pericolo fisico del contatto con la bestia feroce rispetto al pericolo morale di una scarsa pudicizia. Bisogna capire che la scarsa pudicizia è preferibile certo all’idolatria ma anche che spesso ne è la causa (come abbiamo imparato in occasione del vitello d’oro). D’altra parte bisogna essere altresì consapevoli che persino l’idolatria è preferibile a non associarsi al pubblico mentre prega. Bisogna avere la forza del più forte tra gli animali, il leone per arrivare alla ghevurà shebaghevurà, alla forza che è nella forza, che trasforma l’introspezione della preghiera nella preghiera collettiva e fa passare dalla ghevurà al chesed. Ma questa forza la deve trovare ognuno di noi. La forza di oscillare dal noi all’io e dall’io al noi, dal dare al rafforzarsi dal rafforzarsi al dare. Dal chiudersi all’aprirsi dall’aprirsi al chiudersi.

Capiamo allora come sia possibile che il merito del Padre caratterizzato dal timore, dall’introspezione, sia proprio quello che ricompone la frattura tra Israele e D-o "Ha detto Rabbì Shemuel bar Nachmani a nome di Rabbì Jonathan: ‘Che significa quanto è scritto: ‘Poiché Tu sei il nostro Padre, giacché Avraham non lo conosciamo ed Israel non lo riconosciamo, Tu oh Signore Sei il nostro Padre, Nostro Redentore, dal sempre è il Tuo Nome.’? In futuro il Santo Bendetto Egli Sia dirà ad Avraham: ‘I tuoi figli hanno peccato contro di Me. Disse [Avraham]: vengano cancellati [i loro peccati] in virtù della Santità del Tuo Nome. Dirà [il Signore]: ‘Lo dirò a Jacov che ha avuto le difficoltà del crescere i figli, forse invocherà misericordia per loro. Disse lui: ‘I tuoi figli hanno peccato’. Disse: dinanzi a lui vengano cancellati [i loro peccati] in virtù della Santità del Tuo Nome. Disse: ‘Non c’è comprensione in Avraham né consiglio in Jacov’. Disse ad Izchak: ‘I tuoi figli hanno peccato contro di Me. Disse dinanzi a lui: ‘Padrone del Mondo! I miei figli e non i Tuoi figli? Nell’ora in cui hanno anticipato ‘Faremo’ ad ‘Ascolteremo’ li hai chiamati ‘Il Mio figlio, il Mio primogenito è Israele’ ora sono figli miei e non figli Tuoi? Ed ancora, quanto hanno [mai] peccato? Quanti sono gli anni di un uomo? Settanta anni. Leva i [primi] venti sui quali non si viene puniti e ne rimangono cinquanta. Levane venticinque che sono le notti e ne rimangono venticinque. Levane la metà che sono la preghiera, il mangiare e le necessità corporali e ne rimangono dodici e mezzo. Se li puoi sopportare tutti, bene. Altrimenti facciamo metà su di me e metà su di Te. E se dirai tutti su di me [Izchak], ecco che ho già offerto me stesso davanti a te [con la legatura]. Hanno iniziato a dire [Israele ad Izchak]: ‘Perchè tu sei nostro Padre!’ Disse loro Izchak: ‘Fintanto che voi lodate me, lodate piuttosto il Santo Benedetto Egli Sia’, e mostra Izchak il Santo Benedetto Egli Sia ai loro occhi. Subito hanno alzato gli occhi all’Eccelso ed hanno detto: ‘Tu oh Signore sei il nostro Padre, nostro redentore, da sempre è il Tuo Nome’" (TB Shabbat 89b).

Solo colui che ha completamente al proprio Io può andare dal Santo Benedetto Egli Sia e chiedere provocatoriamente se può sopportare dodici anni e mezzo di iniquità umana. Ed abbiamo imparato in Jomà (69b) che la Ghevurà, la Forza di D-o, è proprio nella Sua sopportazione dei peccatori. Bisogna saper uccidere il proprio Io per poter andare dal Signore e pesare la Sua sopportazione con la propria. La ghevurà, l’unica forza di cui l’uomo si può fregiare, è quella di vincere il proprio istinto ed annullarsi completamente dinanzi a D-o. Dunque l’unica vera forza è quella di ricordare che Iddio stesso è forte in quanto "vince il proprio istinto" portando pazienza ai malvagi. Dunque la vera ghevurà è ricordare la ghevurà di D-o ed agire di conseguenza cercando di limitare quanto possibile l’affronto alla regalità di D-o che è la trasgressione. Capiamo allora il verso con il quale introduciamo la seconda delle Hakafot di Oshanà Rabbà, quella parallela ad Izchak: "Lechà Zeroa im Ghevurà, taoz jadechà, tarum yeminecha" (Salmi 89,14) "Tuo è il braccio con la Forza, diviene possente la tua mano, la tua destra si alza."

La ghevurà di Izchak è quella di indicare al mondo che l’unica vera ghevurà è quella del Signore che è longanime con i peccatori. È la trasformazione di ghevurà in chesed. Il Nome di D-o non viene mai associato con una persona in vita, insegnano i Saggi, ed infatti ‘Iddio di Avraham’ come ‘Iddio di Jacov’ vengono detti solo dopo la loro morte. L’unica eccezione è Izchak del quale è detto ‘Iddio di Izchak’ anche mentre questi era ancora in vita. I Saggi spiegano che Izchak era considerato come un morto in quanto cieco. Ma è anche vero che Izchak è l’unico che ha raggiunto il culmine dell’uccidere il proprio Io. Solo chi ha ucciso fino in fondo il proprio Io può portare completamente il Nome di D-o in questo mondo anche in vita. Può unire mondo futuro e mondo presente ed essere il vero cardine di mezzo del Santuario.

Da quell’incontro romantico tra Rivkà erede spirituale dell’amore di Avraham ed Izchak ed il suo timore, nascerà Israel, la misura della Verità, che è scolpita sul trono di D-o.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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