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TORAH.IT

Parashat Lech Lechà 5763


"E venne il superstite e narrò ad Avram l’ebreo, ed egli risiedeva nel querceto di Mamrè l’Emoreo, fratello di Eshkol e fratello di Aner, ed essi sono alleati di Avram. Ed ascoltò Avram che era stato rapito suo fratello e mise fretta ai suoi iniziati, che erano nati in casa sua, trecentodiciotto, ed inseguì fino a Dan." (Genesi XIV, 13-14)

"I suoi iniziati (chanichav), è da intendere il suo iniziato (chanichò). È Eliezer che aveva iniziato alle mizvot. Ed essa è un espressione di iniziazione di un uomo o un oggetto ad un arte di cui dovrà occuparsi in futuro. E così "inizia il fanciullo" (Proverbi XXII,6), "iniziazione dell’altare" (Numeri VII,11), "iniziazione della Casa" (Salmi XXX,1)" (Rashì in loco)

La differenza più profonda tra Avraham nostro padre e Noach è nel fatto che Noach si salva lasciando che la sua generazione venga distrutta mentre Avraham si preoccupa del prossimo e della sua educazione. Avraham nostro padre è il primo grande educatore, mechanech - iniziatore, della storia, e lo scorso anno abbiamo approfondito alcuni aspetti di questa sua decisiva scelta di campo. Rashì nel suo commento al nostro verso sottolinea la natura della guerra che Avraham va a combattere: una milchemet chinuch, una guerra di educazione. Avraham non si preoccupa (solo) degli aspetti militari della battaglia. Sono gli aspetti morali e soprattutto halachici che preoccupano il nostro patriarca. Il Midrash Rabbà (XLIV,5) riporta che dopo la battaglia la preoccupazione di Avraham era che "ci fosse tra di loro (i nemici uccisi) un giusto o un temente del Cielo" ed è in proposito che Iddio lo rassicura dicendo "Non temere!". Si tratta di una guerra sul concetto dell’educazione ed è dal suo Bet Midrash, con i suoi alunni, che Avraham esce in guerra. La guerra è caratterizzata dalla radice "uscita", "Quando uscirai alla guerra" (Deuteronomio XXI,10). Un ebreo è colui che sa che la guerra contro l’istinto del male, contro il proprio istinto del male in primis, inizia nel momento in cui si esce dalla casa, dalla tenda dello studio della Torà e ci si confronta con il mondo. Ma anche che il male è sostanzialmente esterno all’uomo e che lui può impedirgli di entrare secondo quanto dice Iddio a Cain: ‘il peccato è in agguato sulla porta, egli ha desiderio di te, ma tu dominerai su di esso’.

La guerra è l’esasperazione, a volte necessaria, del concetto di uscita. La definizione di milchemet mizvà , la guerra obbligatoria, è quella di una guerra nella quale nessuno è esente e "si fa uscire lo sposo dalla sua chuppà e la sposa dalla sua chuppà". Ed è in questa esasperata interruzione della routine che è più forte l’istinto del male, in particolare quello della sessualità. La Torà è conscia di questo pericolo e permette sessualmente la prigioniera (proprio in Deuteronomio XXI,10) solo dopo un processo ben definito che la rende moglie a tutti gli effetti, ed i Saggi hanno insegnato che in quell’occasione "non ha parlato la Torà altro che in rapporto all’istinto del male". La Torà ed Avraham con lei conoscono il pericolo morale insito nell’uscio della guerra.

Rashì insegna secondo il Midrash Rabbà (XLII,8) che il superstite che porta ad Avraham la notizia del rapimento di Lot è Og, il futuro re di Bashan che verrà sconfitto ed ucciso da Moshè nostro Maestro. Egli è chiamato il superstite perché è l’unico a sopravvivere al diluvio oltre a Noach e famiglia. Il Rav Dessler (Mictav MeEliau IV,38) riporta e commenta in proposito un insegnamento di Rabbì Moshè Chajm Luzzatto (su Meghilat Setarim, Noach). Il Midrash insegna che Og si vendette a Noach come schiavo in perpetuo con la promessa di farsi salvare. Noach però non gli permise di entrare nell’Arca ma fece un apertura dalla quale poteva passare ad Og da mangiare, sicchè Og fu un passeggero "esterno" dell’arca. Og si attacca all’arca da fuori. Il Ramchal spiega che Og rappresenta quella materialità che si contrappone generalmente alla Santità. Quando questa si sottomette alla santità può essere positiva, ma necessita grandi attenzioni. Così Noach non se la sente di far entrare Og dentro l’Arca ma lo sostiene e lo alimenta fuori da essa. Solo lo studio della Torà però, spiega il Rav Dessler, ha la forza di cambiare il male in bene ed Og fallisce cedendo alla sua natura. Og è uno di quei figli di D-o che corrompono il mondo con l’immoralità sessuale, ed è Noach che lo traghetta, sperando di redimerlo, nel nuovo mondo. Ma Og cede e vorrebbe la morte di Avraham per prendersi Sarà, di nuovo immoralità sessuale che porta all’omicidio, come nella generazione del diluvio.

La guerra di Avraham è una guerra di educazione perché Avraham ci insegna come non farsi piegare dall’istinto del male anche in guerra, ma anzi a redimere e correggere il prossimo con il proprio esempio. Ecco Avraham restituire "anche le donne" (XIV,16). La condotta esemplare di Avraham è educativa per il prossimo. Pur tornando a Sdom, Lot e la sua famiglia si distinguono per una condotta sessuale corretta che li salva. Ed è straordinario che il Midrash Rabbà (LI) sostiene che è il merito di Avraham che trasforma la colpa dell’incesto delle figlie di Lot in un merito dal quale discenderà il Re Messia, possa egli giungere presto ed ai nostri giorni.

Nella nostra Parashà (XV,15) Iddio assicura ad Avraham che (a) verrà in pace ai suoi padri e (b) verrà sepolto in buona vecchiaia. Rashì intende la venuta in pace ai padri come l’annuncio ad Avraham che Terach suo padre aveva fatto Teshuvà prima di morire, la buona vecchiaia come il fatto che Ishmael fece teshuvà quando Avraham era ancora in vita. Nella Parashà di Vajerà (Genesi XXI,9) il peccato di Ishmael, per il quale Sarà chiede ed ottiene la cacciata di questo e di sua madre, è quello di mezzachek, ridere, giocare. Rashì spiega il verso come un riferimento all’idolatria ed all’immoralità sessuale. I due peccati (ai quali si somma l’omicidio) sono una tripletta inscindibile. Sono i tre confini del nostro diritto alla vita. Il verso che usa Rashì per legare il termine lezzachek (ridere, giocare) all’idolatria è quello in cui viene descritto il peccato del vitello d’oro. Ed è noto che i Saggi insegnano che non fecero idolatria altro che per permettere pubblicamente i rapporti sessuali altrimenti proibiti. Quando l’idolatria dei propri istinti zittisce le coscienze non è difficile che ci scappi il morto ed infatti in tale occasione uccisero Chur che protestava. La forza del merito di Avraham ed il suo esempio correggono la condotta sessuale di Ishmael suo figlio.

Il Midrash (Midrash Hagadà Vajkrà V) va oltre e dice che Avraham salvò Terach. Ossia che il merito dei figli può salvare i genitori. E dice espressamente il Ramban alla fine della Parashà di Noach che forse Terach ha posto nel mondo futuro per merito di suo figlio. (TB Sanedrhin 104a ) e paragona la cosa al fatto che la vite e l’olivo non possono essere usate per alimentare la fiamma dell’altare, giacchè il vino e l’olio vengono versati sull’altare. (Vajkrà Rabbà VII , TB Tamid 29 a-b) Ossia se si tagliassero le viti e gli ulivi non ci sarebbero olio e vino da versare sull’altare: i figli salvano i padri. Spiega il Rav Dessler (Mictav MeEliau IV,157) che il Mondo futuro è la dimensione della rivelazione, nella quale tutti vedranno la concatenazione delle azioni e delle anime. Ed i figli sono la continuazione dei padri perché imparano e vengono formati da essi. Ed anche se un padre non ha inciso sulla spiritualità di suo figlio, quantomeno ha dato ad esso la vita e lo ha assistito nel suo sviluppo materiale. Avraham, che insegna l’unione con il prossimo, unisce tra le generazioni e salva suo padre. E questo è il senso profondo del kadish che si recita nell’anno di lutto e dello studio in memoria di un caro, legare le nostre mizvot al loro insegnamento testimoniando così in loro favore.

Il Rav Desler prosegue sulla stessa scia (Mictav MeEliau IV,193) e spiega come un discepolo possa salvare il proprio maestro. Ci siamo più volte occupati lo scorso anno della caduta di Elishà ben Abbujà colui che diviene Acher, l’altro. Ricorderemo che Acher una volta entrato nel Pardes, nel Santo dei Santi dello studio della Torà, non regge dinanzi alla visione dell’Angelo Metatron che ha il permesso di sedere (gli Angeli non possono sedere dinanzi a D-o) per scrivere i meriti di Israele. Non regge dinanzi al contrasto, non capisce il senso dell’azione e della materialità umana dinanzi al Trono Celeste. Ne deduce che ci sono due divinità, ossia che il mondo dello spirito e quello della materia sono inconciliabili. Ed anche nel suo caso l’idolatria si traduce in immoralità sessuale, giacché la prima cosa che fa dopo aver ripudiato la pratica delle mizvot è quella di andare da una prostituta, ed è questa che gli mette il nome di Acher, l’altro, sostenendo che si deve trattare di un altro: non può essere il grande Maestro Elishà ben Abbujà. Anche in questo caso idolatria ed immoralità sessuale si accompagnano all’omicidio poiché egli uccise (secondo alcuni solo in senso metaforico) un giovane studente. Acher uccideva i giovani invitandoli a lasciare lo studio della Torà.

Il Talmud (TB Chaghiggà 15b) narra cosa avvenne dopo la morte di Acher. "Quando morì Acher dissero [in Cielo]: ‘Non lo giudicheremo per le sue azioni malvagie [ma d’altra parte] non [può entrare] nel Mondo Futuro. Non lo giudicheremo per le sue cattive azioni perché si è occupato di Torà, e non [può entrare] nel Mondo Futuro perché ha peccato’. Disse Rabbì Meir: ‘E meglio che venga giudicato per le sue cattive azioni [e venga mandato in Gheinom dove espierà] ed in seguito [potrà accedere] al Mondo Futuro. Quando morirò [mi preoccuperò di convincere il Tribunale Celeste ed il segno che accetteranno la mia posizione sarà che] salirà del fumo dalla sua tomba [ad indicare che sta scontando in Gheinom].’ Quando morì Rabbì Meir salì del fumo dalla tomba di Acher. Disse Rabbì Jochanan: ‘C'è forza in uno che brucia il proprio Maestro? C’era uno in mezzo a noi, e non siamo capaci di salvarlo? Se lo prenderò per mano [e lo porterò fuori dal Gheinom] chi lo potrà portare via da me?’. E disse: ‘Quando morirò spegnerò il fumo dalla sua tomba’. Quando morì Rabbì Jochanan cessò il fumo dalla tomba di Acher. Colui che fece l’Esped (il discorso funebre) iniziò dicendo: ‘Persino il guardiano della porta [del Gheinom] non ce l’ha potuta con te, oh nostro Maestro’.

Il Rav Dessler spiega che con la sepoltura l’anima si rende conto di essersi staccata in modo irreversibile dal mondo della materia e così si assopiscono i suoi desideri materiali. Solo allora può accedere al Gheinom dove comprende la assenza di ogni consistenza in ciò che è contro la Torà, la grandezza della ribellione contro Iddio. Il fuoco del Gheinom è il fuoco del rimorso che brucia l’anima nel momento in cui si rende conto delle sue malefatte, e delle opportunità mancate. Acher aveva però studiato molta Torà, era un grande Maestro, e la presenza in lui di questa Torà gli impediva post mortem di sentire quel vuoto che è necessario per entrare nel Gheinom e purificarsi. L’unico modo per disinnescare questo precario equilibrio è il confronto. Per questo capisce Rabbì Meir che con la propria morte Acher potrà fare un confronto e capire il vuoto che è in lui, le occasioni mancate. Rabbì Meir è il discepolo diretto di Acher, è il modello corretto dinanzi al quale per confronto Acher può capire gli errori.

Rabbì Jochanan si chiede se questo è tutto quello che si può fare. Rabbì Jochanan non si accontenta di farsi vedere da Acher, lo prende per mano perchè "c'era uno in mezzo a noi". Perchè Acher era uno di noi, e se se ne è andato è anche un po' colpa nostra. Rabbì Jochanan è discepolo di Rabbì Jeudà Hannasì, discepolo di Rabbì Meir, discepolo di Acher. Rabbì Jochanan sta spiegando ai suoi discepoli ed al Tribunale Celeste che se lui sta lì ad insegnare è per quanto una volta ha insegnato Acher. È l’attaccamento al prossimo, alle generazioni precedenti che porta Elishà ben Abbujà al Mondo Futuro.

Secondo i Saggi Avraham siede alle porte del Gheinom e non permette a coloro che hanno la milà di entrare. Ossia che il merito di Avraham salva dal Gheinom. Ed ecco che la milà è il simbolo di una corretta condotta sessuale: la prova della milà non è solo quella fisica (ben poca cosa in effetti, soprattutto se vissuta passivamente a otto giorni), è la prova concettuale di mantenere il proprio organo sessuale al livello della mizvà. E se la radice della trasformazione di Acher è il desiderio sessuale, allora Rabbì Jochanan riscatta Acher persino davanti ad Avraham, il guardiano della porta. Le mizvot sono dei guardiani per l’uomo. Per questo se il peccato è alla porta, noi abbiamo l’obbligo di rafforzare con le mizvot le porte del nostro corpo. Gli occhi vanno preservati dal guardare cose proibite [non andrete appresso ai vostri cuori ed appresso ai vostri occhi] attraverso la continua visione del proprio Maestro, la bocca va preservata dal mangiare cibi proibiti e dalla maldicenza attraverso i pasti di mizvà ed attraverso l’insegnamento, le orecchie vanno preservate dall’ascoltare maldicenza attraverso l’ascolto delle esigenze del prossimo, il naso va preservato dall’ira [arrossamento del naso] attraverso la calma e la benevolenza, gli organi sessuali dai rapporti proibiti attraverso la milà ed il matrimonio. Persino nell’espletamento delle funzioni corporali i Maestri hanno sottolineato la necessità di un comportamento corretto quando si è in bagno.

La mizvà è guardiana della porta. Delle aperture verso l’esterno. Ciò è simbolizzato da una mizvà in particolare: la mezuzà. La mezuzà delimita il confine di un ambiente e ci ricorda la necessità di santificare gli accessi alla nostra interiorità. Il Ramban sostiene nel libro di Shemot che la mezuzà corrisponde alla bocca: "affinchè sia la Torà del Signore sulla tua bocca". La bocca è la parola. Ma la parola è una lama a doppio taglio: lemor, dicendo è nel verso fonte delle sette leggi noachidi in relazione al divieto dei rapporti sessuali proibiti (e così anche in Avot e nel commento del Bet Hallevì alla Parashà di Mikez). La mezuzà ci deve ricordare la problematicità delle porte e delle uscite, ma anche il loro potenziale giacché una sola mizvà sulla porta di se stessi, può salvare l’uomo sulla porta del Gheinom e un solo uomo può salvare un mondo intero.

Il Meshech Cochmà nel commentare il fatto che la mizvà della mezuzà viene sempre data al singolare (Deuteronomio XI,19) commenta che la Città Deviante viene salvata per via della mezuzà. Se una città in Erez Israel abbandona la Torà e si dedica all’idolatria, il Sinedrio ha il precetto di darle fuoco distruggendo tanto i beni quanto gli abitanti, che tra l’altro non hanno parte nel Mondo Futuro. Nel trattato di Sanehdrin (111b) i Saggi espongono le condizioni perché questo avvenga ed esse sono così rigorose che non deve stupire che così come per la regola del figlio ribelle, questa mizvà non è stata mai messa in pratica. Una delle condizioni è che se nella città c'è anche una sola mezuzà, la città non può essere distrutta per non bruciare quella mezuzà. Dunque come Avraham salva figli e genitori, e Rabbì Meir e Rabbì Jochanan il proprio Maestro, la mezuzà salva persino una città di idolatri. Jerushalaim è una notevole eccezione. Per definizione non può essere fatta ‘Città Deviante’, perchè non è di proprietà di nessuna tribù, ma è la città che unisce, che cementa Israele. Allo stesso modo il Santuario è esente dalla mezuzà, come anche le Sinagoghe, esse sono i cardini dal sistema, sono luoghi del pubblico, dell’unione, ed il precetto della mezuzà è per il privato, per colui che abita. Se nella Sinagoga abita un custode egli ha il precetto di mettervi una mezuzà. In un luogo di unione è come se non ci fossero porte.

Ma anche qui c'è un eccezione all’eccezione. Nel Talmud (TB Yomà 11a) impariamo che l’unico edificio nel Santuario che deve avere la mezuzà è la Lishkat Paredrhin, l’edificio nel cortile interno del Tempio nel quale vive il Sommo Sacerdote nei sette giorni che precedono Kippur. Il Coen Gadol si separa sessualmente e fisicamente (cambia casa) da sua moglie sette giorni prima di Kippur. All’inizio del trattato di Yomà questo viene paragonato alla separazione di Moshè da sua moglie (in vista della ricezione della Torà ed in seguito) e di Aron ed i propri figli (nella consacrazione del Santuario – chanukat hamizbeach!). Dunque la preparazione al contatto intimo con il Sacro avviene attraverso il distacco (temporaneo) dalla sfera sessuale. L’astensione sessuale non riguarda però solo il Sommo Sacerdote, nel giorno di Kippur tutto Israele ha il divieto di intrattenere rapporti sessuali. Ed ecco allora che per estensione anche la Porta di Nikanor, l’accesso principale al Cortile Interno del Tempio deve avere la mezuzà, per il principio secondo il quale un cortile di accesso ad una casa che ha l’obbligo di mezuzà, ha a sua volta l’obbligo della mezuzà. (TB Yomà 38a). Ma la Porta di Nikanor ha anche un alto valore simbolico: è la porta che separa il Cortile di Israele dal Cortile delle Donne. È la porta che segna quella separazione e quella pudicizia che sono le uniche vie al sacro. Più in particolare la mezuzà va alla destra di chi entra e lo stipite destro della Porta di Nikanor è il muro della Lishkat Pinchas Hamalbish, la stanza del guardaroba dove i Sacerdoti vestivano le vesti sacre che sono come noto simbolo di una corretta condotta sessuale.

Il Talmud precisa che dal punto di vista strettamente legale la Lishkat Paredrhin non è una dimora stabile e sarebbe esente da mezuzà, l’obbligo di mettervi la mezuzà e conseguentemente di metterla al Cortile Interno è una decisione dei Saggi. Perche? "Perchè non si dica che il Coen Gadol è costretto in prigionia". Lot è prigioniero, Avraham è colui che lo libera. Secondo il Radak a nome di suo padre, è Malkizek a dare la decima ad Avraham a Shalem (Jerushalaim) al termine della guerra, perchè è Avraham il Sacerdote. Decidendo di mettere la mezuzà sulla Lishkat Paredrin i Saggi ci stanno invitando a non confondere i ruoli. Il Sommo Sacerdote non è prigioniero di D-o nel Santuario. Le regole della purità familiare non sono una prigionia. Sono uno strumento di santificazione della vita, danno senso alla vita. Liberano l’ebreo, poiché insegnano i Saggi in Avot che non c'è uomo libero altro che colui che si occupa di Torà. Il giorno di Kippur è il giorno in cui questo è chiaro, Kippur è la mezuzà dell’anno ebraico, come la mezuzà salva la Città Deviante così Kippur salva il nostro anno. Nel trattato di Berachot (7a) Rabbì Yshmael ben Elishà che era Sommo Sacerdote, racconta che nel suo ingresso nel Santissimo nel giorno di Kippur "vide" Acatriel, Angelo del Signore, sedere su un trono eccelso. Iddio disse a Rabbì Yshmael; ‘Yshmael, figlio mio, Benedicimi!, dissi Lui; ‘Sia la Tua Volontà dinanzi a Te che la Tua misericordia conquisti la tua ira, e che la Tua misericordia si rafforzi su tutti i tuoi Attributi, e che Ti comporti con i Tuoi figli secondo l’attributo della misericordia ed entri per loro oltre la lettera della legge.’ Ed Egli mi ha annuito con la Sua Testa.

Da qui si impara a maggior ragione che se Iddio ha apprezzato la benedizione di un uomo, noi dobbiamo apprezzare la benedizione di chiunque. E quanto è simile ed allo stesso tempo diversa la storia di Rabbì Yshmael da quella di Acher. Entrambi sono nel Santo dei Santi seppur in senso fisico il primo ed in senso figurato il secondo. Ed hanno la stessa visione, un angelo che siede. Rabbì Yshamel supera la prova ed invocando la misericordia Divina sul mondo intero capisce il senso di quell’angelo che siede per scrivere i meriti di Israele. Capisce che non c’è contrasto tra materia e spirito e che se Iddio apprezza l’uomo forse è il caso che l’uomo apprezzi il proprio prossimo.

Tutte le porte del Santuario furono sostituite con porte d’oro non appena ve ne fu la possibilità economica, tranne la Porta di Nikanor che era di legno di cipresso ricoperto di rame. Non fu cambiata per il miracolo che fu fatto con essa (TB Yomà 38 a) ma anche perché il suo rame brillava più dell’oro. È la porta più problematica, quella che separa uomini e donne, ma quella che va bene così e che non va cambiata. Il Talmud dice che è di questa porta che parla Salomone quando dice nel Cantico dei Cantici che ‘i tetti (o le pareti) della nostra e casa sono di acacia le nostre porte sono di cipresso’ (I,17). Rashì commenta in loco legando il verso a quanto dice il Talmud in Chaghiggà (16a) che le pareti e le mura in futuro testimonieranno sulla condotta dei padroni di casa.

La porta di Nikanor ha la mezuzà perchè è il simbolo del giusto rapporto di coppia. Ed una casa ebraica la si inaugura, chanukat habait, inaugurare dalla radice di educare, mettendo la mezuzà. L’ora di Neilà, Neilat Shearim, è l’ora della chiusura delle porte del Cortile Interno, in particolare della porta principale, la Porta di Nikanor. Spiega Rav Mordechai Elon shlita che è all’ora di Neilà di Kippur, dopo aver ascoltato a Minchà la Parashà dei rapporti sessuali proibiti recitata a memoria dal Sommo Sacerdote nel Cortile delle Donne, che le figlie di Jerushalaim uscivano con gli abiti bianchi presi in prestito e ballavano nei vigneti, e lì venivano costruite nuove case in Israele come si impara alla fine del trattato di Taanit.

È nell’ora in cui il Sommo Sacerdote ripone gli abiti bianchi di Kippur che le figlie di Israele indossano gli abiti bianchi dell’uscita di Kippur per insegnarci che l’educazione sessuale non finisce qui. È alla chiusura delle porte il vero esame. Si chiede Rav Elon shlita come mai proprio nei vigneti. E risponde ricordando che Noach uscito dall’Arca per prima cosa pianta una vigna. L’intenzione è buona, buonissima. È quella di rallegrare il mondo, è la speranza dopo la tempesta del diluvio. Ma il suo è un errore educativo perché la vigna e la tenda nella quale si ubriaca sono lontani dall’Altare che ha costruito e che in seguito diventerà l’Altare del Santuario. Noach non sa conciliare il vino con l’altare, la casa con il Santuario. Capisce che ci vogliono entrambi, ma non è ancora capace di metterli assieme. I nostri Patriarchi, cominciando con Avraham piantano la tenda dove costruiscono l’altare ed invocano lì il Nome di D-o. Le figlie di Jerushalaim collegano il Santuario con i vigneti, l’altare e la casa. E così come il vino delle libagioni salva la vite dall’essere bruciata come combustibile per l’altare, così sono i giovani e soprattutto le giovani che danno un senso al Kippur nell’epoca della redenzione, passando dalla chiusura dell’unica porta del Santuario che ha la mezuzà all’apertura di porte di nuove case d’Israele nelle quali va fissata la mezuzà.

È davanti ad Avraham che anticipa tutto questo che Malkizedek, (che per il midrash altri non è che Shem figlio di Noach) tira fuori pane e vino. E se le figlie di Lot ubriacano il padre con il vino meritano di essere giudicate per la loro buona intenzione è per merito di Avraham che ha insegnato al mondo intero come i figli possono salvare i padri. È per quel vino che Lot è progenitore del re Messia, possa egli giungere presto ed ai nostri giorni. Perchè i Saggi nel trattato di Yomà (86b) dicono "Grande è la Teshuvà che per uno che fa Teshuvà viene perdonato a lui ed a tutto il mondo!"

E questa è la vittoria della guerra di Avraham: non solo la vittoria contro i re nemici ma soprattutto la vittoria contro il proprio istinto del male, contro quello dei suoi cari e contro Og. Og lo schiavo del desiderio sessuale verrà ucciso da Moshè che ha vinto l’istinto sessuale separandosi definitivamente da Zipporà per ricevere la Torà. La sua terra, terra di immoralità diventerà retaggio eterno della tribù di Menashè, la tribù delle figlie di Zelofchad che insegnano al mondo ‘come si balla davanti alla sposa .

La conquista di Erez Israel si fa con l’educazione, cominciando con l’educazione sessuale. Così fa Avraham e così fa Jeoshua. È noto infatti che quando si esce in una guerra di precetto, anche l’Arca Santa esce in guerra. E mentre l’Arca è fuori sono proibiti i rapporti sessuali.

L’epoca dell’esilio è un epoca nella quale l’Arca è fuori, ma non per la guerra di mizvà è fuori perché Israele è fuori dalla sua Terra e così la Presenza Divina. Vino e mezuzà, Avraham e procreazione, circoncisone e Santuario prendono dimensioni completamente diverse. E lo stesso Rabbì Yshmael Ben Elishà che aveva visto il Trono di D-o nel Giorno di Kippur, contemplando la distruzione insegna nel trattato di Bavà Batrà (60b)

"È stato insegnato in una Baraità che Rabbì Yshmael Ben Elishà disse: Da quando il Tempio è stato distrutto sarebbe stato giusto darci la regola di non mangiare carne o bere vino come segno di lutto per il Tempio e per Gerusalemme. Non possiamo però dettare una regola se la maggior parte del pubblico non è in grado di rispettarla. E, similmente, da quando l’infame regno (l’Impero Romano) che ci ha imposto crudeli e duri decreti ha esteso il suo dominio sul popolo ebraico privandoci della possibilità di studiare la Torà ed osservare i comandamenti, ed anche di essere presenti ad una circoncisione (praticare o assistere alla circoncisione era punito con la morte all’epoca dell’imperatore Adriano) ed alcuni dicono anche allo scompro del un primogenito, sarebbe giusto che ci dessimo la regola di non prendere moglie e non avere figli in modo tale che il seme di nostro padre Abramo, il popolo ebraico, finisse da sé piuttosto che per mano dei romani. Lasciamo invece che gli ebrei si sposino e procreino, poiché lo farebbero comunque anche se fosse proibito dai maestri. È preferibile che siano trasgressori involontari che trasgressori volontari."

Dinanzi alla desolazione dell’impero del male potremmo avere la tentazione di lasciarci andare: niente vino, niente sesso, niente procreazione, niente circoncisioni: in poche parole niente Abramo.

Ma "Non possiamo però dettare una regola se la maggior parte del pubblico non è in grado di rispettarla". Forse sarebbe stato anche giusto lasciarci andare ma la nostra responsabilità collettiva non ce lo permette. Noi non siamo in grado di rinunciare alla Torà. Ci piegheremo ma non ci spezzeremo.

Al massimo sposteremo la mezuzà all’interno della porta se viviamo in una città che merita di essere distrutta nella quale c'è il rischio che venga bruciata. Ma continueremo a costruire, a bere vino ed a procreare, a circoncidere ed a fare lo scompro e soprattutto a scrivere mezuzot.

"E le scriverai sullo stipite della tua casa e sulle porte delle tue città" (Deuteronomio VI, 9)

Completiamo così questa settimana il primo brano dello Shemà che ci ha occupati in queste derashot da Rosh Hashanà, partendo dall’Ascolta dello Shofar e finendo con la mezuzà che è paragonata alla bocca ed alla parola.

Saper entrare nella modalità dello studio dell’Ascolteremo e Faremo dopo aver detto Faremo ed Ascolteremo, questa è la nostra sfida. I nostri Saggi ci insegnano che il re Messia siede alla porta di Roma e può rivelarsi ogni giorno. Se la nostra comunità saprà essere veramente una mezuzà sulla porta di Roma, capitale del ‘regno infame’, distruttore del Tempio, allora il re Messia si rivelerà e noi potremo scrivere lo Shemà sulla mezuzà che verrà fissata, presto ed ai nostri giorni sulla porta di Nikanor, tra il Cortile delle Donne ed il Cortile Interno.

In quel Cortile Interno dove solo il re Messia, discendente di Avraham e di Lot e del vino delle sue figlie ha il permesso di sedere, Rabbì Yshmael ben Elishà spiegherà ad Elishà ben Abbujà come fa l’Angelo a sedere davanti a D-o per scrivere i meriti di Israele.

"In quel giorno sarà il Signore Unico ed il Suo Nome Unico"

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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