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TORAH.IT

Parashat Bereshit 5763


"In principio creò il Signore il cielo e la terra" (Genesi I,1)

"Ha detto Rabbì Izchak: ‘Non sarebbe dovuta iniziare la Torà altro che da: ‘Questo mese è per voi il Capo dei Mesi’ (Esodo XII,2) poichè questa è la prima mizvà che sono stati comandati i figli d’Israele.." (Rashì in loco)

Rashì apre il suo monumentale commento alla Torà con l’opinione di Rabbì Izchak (secondo i più suo padre). Si tratta di un insegnamento fondamentale sul senso stesso della Torà. Nelle sue primissime righe Rashì spiega che il fulcro della Torà sono Israele, le mizvot e soprattutto la Terra d’Israele. Di questo insegnamento ci siamo per altro occupati più volte nella sua lettura classica. Proporremo quest'oggi qualche ulteriore riflessione.

La Torà è il progetto secondo il quale è stato creato il mondo come insegnano i Maestri dicendo che Iddio "ha guardato nella Torà ed ha creato il mondo". Dicendo che la Torà sarebbe dovuta iniziare da Rosh Chodesh, Rabbì Izchak ci sta dicendo che le fondamenta della Creazione stessa si poggiano sul concetto di Capo Mese. Paradossalmente però il concetto di Capo Mese sembrerebbe essere il risultato di una serie di eventi piuttosto che una istituzione a priori. La Torà dice in effetti narrando del quarto giorno che Iddio creò i due grandi luminari, per poi specificare il grande luminare (Sole) ed il piccolo luminare (Luna). I Saggi (TB Chulin 60b) interpretano questa discrepanza dicendo che inizialmente Sole e Luna erano in un rapporto paritario e che solo dopo Iddio rimpiccolì la Luna per via delle sue rimostranze.

A dire il vero questo tipo di dinamica non è unica nella Genesi, anzi. Accade infatti lo stesso per la luce primordiale ma anche per gli alberi da frutto o per la creazione del uomo-donna prima e dell’uomo e della donna poi. Rav Mordechai Elon shlita si chiede in Techelet Mordechai come mai la Genesi sia piena di questo tipo di paradossi che chiama "priori/posteriori" e risponde citando il Ramchal (Daat Tvunot): "I mondi sono stati creati in modo che possano salire dal loro stato, giacché per questo sono scesi nel tempo della rottura, in modo che salissero poco a poco, fino a che tutto torni al livello della completezza". In questo suo insegnamento il grande maestro padovano, pur richiamandosi a concetti mistici che non approfondiremo, definisce la Creazione come il tempo della rottura e suggerisce che proprio ciò necessita una struttura dinamica dell’esistenza che innalzi gradualmente il creato. E sottolinea il Techelet Mordechai che la radice "shever" indica sì rottura ma anche "provviste". Jacov dice ai figli di aver udito che c'è shever in Egitto. Forse più emblematicamente: la partoriente è chiamata "hayoshevet al hamashber", colei che è prossima alla rottura. Shever indica sì la rottura dunque, ma allo stesso tempo la potenzialità che c'è nella rottura. Rottura implica rinascita, rinnovamento. Crisi, ma allo stesso tempo via d’uscita. E dunque, dice il Ramchal, la Creazione si basa sul concetto di rottura perché i grandi progetti di una luce superiore, di due luminari paritetici, di un albero che abbia sapore identico al suo frutto e di un uomo e di una donna che siano realmente una cosa sola, si scontrano con la piccolezza della materia sino a dover ridefinirsi.

Ma se allora Iddio gradisce un mondo in continua salita, perché creare dei sistemi insostenibili per poi "ripiegare" sulla soluzione realmente gradita? Spiega il Techelet Mordechai: perchè l’uomo non perda di vista gli obbiettivi e capisca a fondo la direzione.

Vale la pena di approfondire il tema del ridimensionamento della Luna.

"Rabbì Shimon ben Pazì osserva: ‘È scritto "E fece Iddio i due grandi luminari" ed è scritto "il grande luminare.. ed il piccolo luminare"!? Ha detto la Luna dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia: ‘Padrone del Mondo, è possibile che due re utilizzino una stessa corona?’. Disse lei: ‘Vai e fatti piccola!’. Disse dinanzi a Lui: ‘Padrone del Mondo, visto che ho detto dinanzi a Te una cosa onesta devo farmi piccola?’. Disse lei: ‘Vai e domina sul giorno e sulla notte.’. Disse Lui: ‘E che guadagno c'è? Una candela in pieno giorno a che giova?’. Disse lei: ‘In futuro Israele conteranno con te giorni ed anni’. Disse Lui: ‘Anche il Sole, è impossibile non contarci i periodi come è scritto ‘e saranno come segni per i periodi…’.[Disse lei:] ‘In futuro i giusti si chiameranno col tuo nome: Jacov il piccolo, Shemuel il piccolo, David il piccolo.’ Ma vedendo di non averla convinta ha detto il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Portate per me un [offerta] espiatrice per aver rimpiccolito la Luna’" (TB Chulin 60b)

Per questo, continua Resh Lakish, il capro di Rosh Codesh è chiamato ‘per il Signore’, ossia Israele lo presenta per conto del Signore che deve "espiare" per aver ridimensionato la Luna.

Il Rav Dessler affronta più volte questo argomento in Mictav MeEliau. Egli sostiene (IV,206) che il Sole rappresenta la ragione e la Luna il cuore, ed essi sono i due modi che ha l’uomo per relazionarsi con la Luce di D-o.

Nel mondo perfetto cuore e ragione sono completamente bilanciati. Ma il cuore non sopporta la pariteticità con la ragione e preferirebbe che l’interiorità e la sentimentalità del servizio Divino avessero più spazio. Ma il servizio del cuore è proprio attraverso il ridimensionamento, perché solo quando il cuore si fa piccolo c'è spazio per l’autocritica e la morale. Il dibattito che segue è dunque in realtà una discussione sul ruolo del cuore, del sentimento nel servizio Divino, discussione che giunge al culmine quando Iddio spiega alla Luna che i giusti, coloro sui quale il modo si regge, sono i piccoli. Ma non piccoli solo perché fratelli piccoli, ma piccoli perché si sono fatti piccoli. Perché se il malvagio è alla mercé del proprio cuore, il giusto mette il proprio cuore alla propria mercé. Ed ancora, spiega il Rav Dessler (V,465), il Sole-intelletto è paragonato alle nazioni del mondo (TB Succà 29a) che brillano sempre e si considerano brillanti di luce propria, mentre Israele è come la Luna perché Israele è cuore, è il cuore delle nazioni (Kuzari) ma è anche il cuore delle fiducia. Israele sa di non brillare che di luce riflessa, ma del riflesso della luce di D-o.

La ciclicità della Luna che ne sottolinea la dipendenza dal riflesso, indica rinnovamento ed essa è prerogativa di Israele. La Luna ci insegna che il mondo è dinamico e che si cresce ma si può anche calare. Spiega il Rav Dessler (III,25) che Iddio direbbe: "Io ho creato la possibilità che il male si espanda fino ad ostruire la Luce, voi mette a posto la cosa". Israele espia per il Signore. Nel senso che Israele annulla la componente problematica del processo di ridimensionamento della Luna asserendo ogni Capo Mese di aver capito che il concetto di ridimensionamento e di rinascita continua è il fondamento del servizio che Iddio ci richiede. Per questo il Capo Mese è la fonte per le regole della testimonianza, perché è prima di tutto testimonianza di Israele a favore di D-o per aver rimpiccolito la Luna.

Ecco che il concetto di Luna è assimilabile al concetto di studente. Dicono i Saggi (TB Bavà Batrà 75a) che "Il volto di Moshè è come quello del Sole, e quello di Jeoshua come quello della Luna". Spiega Rav Dessler che in Moshè la luce Divina brillava in lui, tanto si era raffinato. Ma non è cosa da tutti. Il livello di Jeoshua, livello enorme anch’esso, richiede tuttavia un continuo lavoro sul cuore: ‘e lo saprai oggi e lo farai tornare sul tuo cuore’. Si tratta della dimensione della ciclicità dello studio, perché se nella dimensione Sole-Moshè non esiste dimenticanza, nella dimensione Luna-Jeoshua anche lo studio è ciclico e necessita un continuo studio per non essere dimenticato.

Straordinario dunque il fatto che Rosh Codesh sia una festa prettamente femminile: lo Shulchan Aruch dice chiaramente (Orach Chajm, 417,1) che è antico uso delle donne di astenersi dal lavoro. Il Tur dice che questo è il premio per le donne per non aver partecipato al peccato del vitello d’oro rifiutandosi persino di consegnare i propri monili. Anche la donna subisce una sorta di ridimensionamento a seguito del peccato dell’albero della conoscenza. Il Talmud elenca (TB Eruvin 100b) dieci "maledizioni" che Chavvà ha trascinato sul mondo femminile ed esse concernono in generale la sfera sessuale e più in particolare l’apparato riproduttivo della donna ed il fatto che questa si faccia carico degli aspetti più difficoltosi della procreazione e della crescita dei bambini. Secondo il Mesech Cochmà l’errore dell’albero è un errore nella trasmissione della Torà. Iddio da ad Adam la mizvà ed egli la trasmette, con tanto di regole orali, a Chavvà che non era ancora "nata" all’epoca dell’ordine ma qualche cosa non funziona nel processo. La Trasmissione è difettosa ma di più, la trasgressione è perfettamente trasmessa da Chavvà ad Adam.

Il Mesech Chochmà associa tutte le "maledizioni" tranne una all’aver trasgredito l’ordine che era stato dato dall’uomo che in quel momento assumeva entrambi i ruoli di genitore e maestro. Il senso è che la donna con la gravidanza insegna al mondo il concetto di processo. Ci vogliono nove messi e tante cure ed attenzioni per creare la vita. (Cain, Evel e le loro sorelle gemelle nascono istantaneamente dopo il rapporto prima del peccato "salirono in due dal letto, scesero in tre"). Proprio lei che ha corrotto il processo di trasmissione nella prima regola ricevuta deve educarsi ed educare il mondo alla centralità del processo. Ed è bene ricordare che il feto studia Torà durante la gravidanza secondo i Saggi. Una delle maledizioni è però secondo Rabbì Meir Simchà HaCoen relazionata all’aver dato il frutto all’uomo ed è quella di "e lui dominerà su di te", ossia il fatto che la donna dipende economicamente dall’uomo.

Lei ha peccato nel dare, dovrà educarsi a ricevere. Spiega il Mesech Cochma che queste "maledizioni" non sono regole o convinzioni sociali, ma la natura stessa delle donne.

Quest'ultima "maledizione" il Talmud la rende: "la donna richiede [suo marito nell’atto sessuale] nel cuore e l’uomo con la bocca", ossia che l’uomo esprime chiaramente il proprio desiderio sessuale e la donna lo cela nel cuore. E dice espressamente il Talmud: ‘Questa è una buona qualità delle donne!’. Perché?

Poco prima il Talmud ci ha detto che colei che richiede sessualmente il proprio marito avrà dei figli che neanche nella generazione di Moshè ce ne furono come loro. Ciò si impara da Leà, che richiese Jacov per mezzo delle mandragole di Reuven. Da quella notte d’amore nacque Issachar, principe della Torà, della cui discendenza dice il testo (Cronache I XII,32-33) che ‘sapevano la binà laytim’. Issachar viene benedetto con la binà quella forma di comprensione che più delle altre è legata al tempo. Dicono i Saggi che i figli di Issachar in questione erano membri del Sinedrio e sapevano le regole per la consacrazione del nuovo mese e delle feste. Quando Moshè cerca dei giudici per Israele la binà è l’unica qualità che non trova (Deuteronomio I-13,15 e commenti in loco). E le quarantanove porte della conoscenza, sono le quarantanove Shaarè Binà. Questa comprensione così legata al tempo ed al processo è prerogativa delle donne, così impariamo nel Talmud (TB Niddà 45b)

"E costruì (vajben – stessa radice di binà) il Signore Iddio il lato (la costola), ciò insegna che Iddio ha dato una binà superiore alla donna rispetto all’uomo".

Questa profonda identità tra la donna e il concetto di comprensione legata al tempo - processo, che le vale tra l’altro l’esenzione dai precetti positivi legati al tempo, è racchiusa in un approccio corretto con la sessualità. Quel la donna richiede [suo marito nell’atto sessuale] nel cuore, che i Saggi chiamano ‘Questa è una buona qualità delle donne!’.

E spiegano lì che l’enunciazione di questo desiderio del cuore deve essere espressa attraverso il ‘cercare di essergli gradita’ e Rashì intende: mostrarsi graziosamente.

Le tre diverse categorie di donne che ballavano a Tu Beav (cfr. fine di TB Taanit) erano quelle belle (che dicevano che la donna è solo per la sua bellezza), quelle di buona famiglia (che la donna è solo per i figli) e quelle bruttine (che dicevano che la donna è per fare una mizvà, ma prendetevi l’impegno di abbellirla con monili d’oro). Questi tre criteri sono il processo logico della binà delle donne ebree. Esse rivestono la mizvà fine a se stessa con il concetto di famiglia ed il concetto di famiglia con la bellezza. E al contrario si fanno belle per garantire procreazione, ma procreando insegnano al mondo il concetto di mizvà e di processo. Forse in questo senso la mizvà della procreazione è per definizione un precetto legato al tempo e per questo le donne ne sono esenti.

Ebbene sono quelle donne ebree che erano state capaci di farsi belle per garantire procreazione nel buio dell’Egitto ed i cui specchi rivestiranno il bacino purificatore del Santuario, che riceveranno il Capo Mese, il concetto stesso di rischiarare con il nostro comportamento il buio che c'è fuori.

Ecco che i Saggi affermano (TB Sanedrhin 63a) che Israele non fecero idolatria altro che per permettere pubblicamente rapporti sessuali altrimenti proibiti. È dinanzi all’immoralità sessuale, con la scusa dell’idolatria, che le donne non ci stanno e non consegnando i gioielli affermano che ci si deve fare belli per la mizvà. Che l’unico modo per esprimere i desideri veri del cuore non sono le parole (nell’ordine primordiale dell’albero che introduce le sette leggi noachidi il termine "dicendo" implica i divieti sessuali) ma le azioni. E che le mizvot richiedono un processo e quindi se Moshè non è ancora sceso dal Sinai vuol dire che il processo non è completo e non si possono bruciare le tappe.

La "maledizione" della Luna, della donna e in fondo d’Israele è quella del ridimensionamento che è alla fin fine middà tovà, una buona qualità. Abbiamo capito come queste simbologie nascondano un unico tema di fondo: lo studio della Torà. Noi dobbiamo sforzarci di essere come la Luna, studenti ostinati che sanno farsi piccoli davanti a quel mare di Luce che è la Torà ed i Suoi Maestri. Sapere che non facciamo altro che riflettere e riportare le parole dei grandi luminari esattamente come la Luna che non brilla di luce propria. Ma sapere che la Luce è di D-o e che l’unico modo per goderne e rischiarare il mondo quando è buio è farci piccoli.

Lo studio della Torà è come la Luna, si rinnova. E noi nello Shabbat che sancisce il rinnovarsi di questo ciclo annuale annunciamo il nuovo mese di Cheshvan. Perchè se sono terminate le feste ed il loro terremoto interiore, non è finita la necessità di rinnovarsi e di utilizzare ogni shever-rottura per fare shever-provviste spirituali.

Shabbat Bereshit ed il Capo Mese di Cheshvan ci insegnano a rinnovarci, ma paradossalmente, il rinnovamento non è che un tornare su se stessi e sul proprio studio. Ripetere, mishnà, che ha la stessa radice di anno, ma anche le stesse lettere di neshamà, anima. E noi non ci stancheremo di affrontare nuovamente versi già letti e commenti già studiati perché è nella ciclicità della Luna la fecondità della donna che è la Torà d’Israele, quella Torà che si chiama con il nostro Nome giacché è nostro retaggio.

Negli scorsi Shabbatot, in queste derashot, ci siamo occupati di un verso dello Shemà alla volta:

Shabbat Bereshit è il verso successivo: "E lo insegnerai a tuo figlio e parlerai di esse, nel tuo risiedere in casa, ed andando per strada, e nel tuo coricarti e nel tuo alzarti"

E lo insegnerai – Veshinnantam.

E tornerai su di esse.

Solo nella ciclicità dell’anno (shanà) e dell’insegnamento c'è il rinnovamento (chodesh-chidush) della Torà.

Solo nel ciclo mestruale c’è la fecondità della donna.

Solo nel ridimensionamento della Luna c'è la promessa della Luce primordiale che tornerà presto a brillare su Sion.

La Torà poteva anche iniziare da tutto ciò, dice allora Rabbì Izchak, ma ha preferito introdurre quel mondo che non è stato perché noi e le nazioni del mondo capissimo la direzione.

E poco a poco, con l’aiuto di D-o, saremo noi a creare quel mondo che ancora non è stato.

Shabbat Shalom e Chodesh Tov,

Jonathan Pacifici


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