Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

TORAH.IT

Parashat VeZot HaBerachà 5762


Sheminì Azzeret - Simchà Torà 5763

"La Torà comandata a noi da Moshè è retaggio della congrega di Jacov" (Deuteronomio XXXIII, 4)

"La Torà che ci è stata comandata a noi da Moshè, essa è retaggio per la congrega di Jacov: l’abbiamo presa e non la lasceremo!" (Rashì in loco)

La straordinarietà del commento di Rashì a questo verso della Parashà, con la quale completeremo a D-o piacendo il ciclo annuale dello studio della Torà, non è pienamente apprezzabile nella sua traduzione italiana. Nella realtà noi già traduciamo il verso in questione secondo il commento in loco di Rashì. Rashì legge nel verso la dichiarazione del fatto che la Torà che è da definirsi retaggio per la congrega di Jacov, è esclusivamente quella che ci è stata comandata da Moshè.

Rabbì Simchà HaCoen di Dvinsk, il Meshech Cochmà, spiega questo verso, sulla scia di Rashì, portando il commento del Rambam sulla Mishnà (Chulin VII,6): "E stai attento a questo grande principio, perché tu devi sapere che tutte le cose che stiamo attenti [a non fare] o che noi facciamo oggi, non le facciamo altro che in virtù dell’ordine del Signore per mezzo di Moshè, e non perché il Signore lo ha comandato ai Profeti che lo hanno preceduto". Ossia solo la rivelazione Sinaitica ed il dono della Torà nelle mani di Moshè è vincolante nei nostri confronti e non i comandamenti assegnati a Noè prima ed ai patriarchi poi: i Profeti che lo hanno preceduto. E così non è vero, ad esempio, che noi circoncidiamo i nostri figli perché così comandò Iddio ad Avraham, piuttosto noi pratichiamo la Milà per via del fatto che Moshè ha ricevuto sul Sinai la mizvà di praticare la Milà così come Iddio aveva comandato precedentemente ad Avraham. Lo stesso vale per i precetti Noachidi e per il nervo sciatico. In che differisce la rivelazione a Moshè sul Sinai dalle precedenti sì da renderla l’unica ad essere valida per il popolo ebraico in eterno?

Il Meshech Cochmà lo spiega riportando un famoso insegnamento del Rambam (Hilcot Iesodè HaTorà VIII,1): "Moshè nostro Maestro non fu creduto da Israele per via dei segni che fece... e per che cosa gli credettero? Per il Maamad Ar Sinai (la rivelazione Sinaitica), perché i nostri occhi videro e non lo straniero e le nostre orecchie ascoltarono e non un altro, il fuoco, i tuoni ed i tizzoni ed egli si inoltrava nella nube e la Voce parlava con lui mentre noi ascoltiamo: ‘Moshè!, Moshè! Vai e dì loro così e così...". E spiega Rabbì Josef Albo, l’autore del Sefer HaIkarim, che Rambam si riferisce ad una frase specifica che noi abbiamo udito direttamente dalla Divinità:

"Vai e dì loro: ‘ Tornatevene alle vostre tende, e tu stai qui con Me e ti parlerò tutta la Mizvà e gli statuti e gli ordinamenti che insegnerai loro" (Deuteronomio V, 27-28)

Il verso in questione compare appena dopo la richiesta dal popolo d’Israele, dopo le prime due Parlate, di non continuare ad assistere ad una rivelazione miracolosa, ma piuttosto di ricevere la Torà per mezzo di un Maestro, Moshè, sì da ristabilire quel libero arbitrio altrimenti annullato dal confronto diretto con la Divinità, come spiega il Ramban nel suo commento in loco. Ed è forse per questo che Moshè passa alla storia ebraica come Moshè nostro Maestro, e non Moshè nostro Profeta, perché abbiamo chiesto ed ottenuto una rivelazione di tipo rabbinico. Una rivelazione legata alla testimonianza legale piuttosto che al miracolo. Per questo la Torà di Moshè è immutabile.

Ed ancora il Rambam (Hil. Iesodè HaTorà VIII,3) : "...perciò se viene un profeta e fa segni e prodigi grandiosi e chiede di negare la profezia di Moshè non lo si ascolta... poiché la profezia di Moshè non si basa sui segni sì da poter comparare segni con segni. Ma piuttosto la abbiamo vista con i nostri occhi e la abbiamo ascoltata con le nostre orecchie, così come l’ha ascoltata lui. A che assomiglia la cosa? A dei testimoni che testimoniano ad una persona circa una cosa che ha visto con i suoi occhi, in maniera diversa da come l’ha vista, ed egli non dà loro ascolto, ma sa con certezza che essi sono testimoni falsi. Per questo ha detto la Torà che anche se si verifica il segno o il prodigio non si ascolta quel profeta perché ecco che viene a te con un segno o un prodigio a negare quello che hai visto con i tuoi occhi..."

Spiega Rabbì Simchà HaCoen che la Torà non è questione di miracoli e che tutti i miracoli che opera Moshè indicano solo la statura dell’uomo Moshè, che si era innalzato ad un livello tale da meritare di poter essere strumento della potenza Divina. Per quanto riguarda la Torà e la sua validità per l’ebreo di oggi il miracolo e l’aspetto "pirotecnico" della rivelazione Sinaitica è irrilevante. Noi siamo dei testimoni. Siamo un popolo di testimoni che si passa di generazione in generazione una testimonianza legale e non un racconto fantastico farcito di sconvolgimenti naturali. Noi ci testimoniamo a vicenda, e tutti insieme alle generazioni future ed al mondo intero, che abbiamo ascoltato personalmente la voce di D-o che ha detto a Moshè: "Vai e dì loro: ‘Tornatevene alle vostre tende’, e tu stai qui con Me e ti parlerò tutta la Mizvà e gli statuti e gli ordinamenti che insegnerai loro" (Deuteronomio V, 27-28)

Così come noi abbiamo chiesto al verso precedente.

Per questo, continua il Meshech Chochmà, la Torà viene data a Moshè ed al popolo e non ai patriarchi, perché essa non è esperienza mistica del singolo, ma testimonianza di un popolo intero che ha ascoltato la voce di D-o. Nel Talmud (TB Pesachim 49b), in uno straordinario passo del quale ci siamo occupati negli scorsi anni nel commento alla nostra Parashà, i Maestri ci invitano a leggere nel nostro verso "meorasà" [fidanzata] e non "morashà" [retaggio]. Meorasà, fidanzata: ossia legata in maniera vincolante al popolo d’Israele ma non (a priori) con un rapporto completo, sposata. E Rashì è precisissimo nel suo commento in loco a dire: "fidanzata a tutta la congrega di Jacov". Il legame indissolubile di base (fidanzata) che non è l’obbiettivo nazionale che ci prefiggiamo (sposata) esiste solo a livello collettivo. Per i singoli è tutt’altro discorso, giacché tutto dipende dallo sforzo di ognuno di noi, lo sforzo nello studio della Torà. Ed ammoniscono i Saggi nel Trattato di Avot: "Sforzati di studiare Torà perché non la ricevi in eredità!" L’ereditarietà è collettiva ed implica la sottomissione di ogni singolo al giogo della Torà, ma non ha senso parlare di ereditarietà automatica del singolo nei contenuti della Torà. Così, ricorda il Siftè Chajm, spiega il Rav Desler interpretando il Marahal di Praga in "Beer HaGolà" a proposito dell’ultimo passo del trattato di Taanit. Alla fine di Taanit è detto che in futuro Iddio farà un ballo per i giusti nel Giardino dell’Eden e che ognuno indicherà con il proprio dito il Signore che "siede" in mezzo a loro. E spiega il Rav Desler che solo in futuro ognuno capirà esattamente quale era il proprio compito nel servizio Divino e come il ruolo di ognuno di noi è complementare a quello del nostro prossimo. Il ballo in cerchio indica proprio il fatto che il Servizio collettivo del Signore si basa su tanti singoli che adempiono al proprio ruolo.

Sempre in Pesachim (87a), continua Rabbì Simchà HaCoen, i Saggi vanno oltre ed interpretano nella stessa chiave un famoso verso del profeta Oshea (II,18) nel quale si dice che in futuro Israele chiamerà Iddio "Ishì" (marito, dalla radice di Ish, uomo: mio uomo) e non più "Baalì" (marito, dalla radice baal, padrone: mio padrone). Il verso espone chiaramente un cambiamento nel rapporto tra Israele e la Divinità, rapporto che in futuro sarà più "paritetico". I Saggi paragonano la condizione attuale a quella di una sposa che è ancora in casa del padre [fidanzata] e quella futura ad una sposa che è in casa del proprio suocero [sposata].

Se si paragona quanto detto qui con quello che dice il Talmud (TB Ievamot 43b) si ha uno spunto interessante. È detto infatti che la differenza sostanziale tra un fidanzamento ed un matrimonio è che in occasione di un matrimonio è possibile gioire anche senza un pasto, senza la festa. Ciò non è vero per il fidanzamento. Ossia il rapporto intimo del matrimonio è fonte di gioia esistenziale dinanzi alla quale il pasto di nozze, per quanto seudat mizvà (obbligatorio) è poca cosa. Il legame incompleto del fidanzamento necessita invece la materialità del cibo per sfociare in gioia vera. Dice il Meshech Cochmà che il fidanzamento è paragonabile all’epoca del Tempio nella quale non c’è gioia altro che nel cibo, tanto che l’inaugurazione del Santuario respinge persino il digiuno di Kippur (TB Moed Katan 9a), mentre il matrimonio è il mondo futuro nel quale "Non c’è mangiare e bere" (TJ Succà IV,3) ma basta la gioia dell’esserci.

I Saggi dicono in TJ Bavà Batrà che il termine "morashà" implica sempre una mancanza di chiarezza, l’esistenza del dubbio. Ed è chiaro se si pensa che un retaggio è tale in quanto lo si passa di generazione in generazione preservandone la sostanza (a differenza dell’eredità che è pieno possesso della generazione ricevente). Ma perché dire allora che il legame tra Israele ed il Signore è poco chiaro? Che la Torà implica dubbio? Risponde il Mesech Cochmà: esiste dubbio maggiore di questo? "All’inizio quando viene ad occuparsi e studiare Torà quanti e quanti dubbi gli vengono e non la capisce a fondo; ma dopo che si affatica molto la trova tutta con il suo senso e la sua spiegazione profonda".

Dunque dobbiamo intendere l’invito dei Saggi a non leggere "retaggio" ma "fidanzata", un invito a non fermarci al dubbio che è intrinseco nell’approccio iniziale alla Torà, ma capire piuttosto che come il fidanzamento è preludio al rapporto intimo del matrimonio, così le difficoltà iniziali dello studio della Torà, se affrontate con la stessa pazienza e dedizione di un rapporto di coppia, sono il preludio di un rapporto intimo con la Torà, che ci porta ad essere Hatan Torà, Sposo della Torà. Questo vale anche a livello nazionale giacché attraverso lo studio della Torà passeremo da un rapporto incompleto alla gioia totale ed esistenziale del mondo futuro. In questa chiave è particolarmente apprezzabile il fatto che la lettura della nostra Parashà avviene nel giorno di Sheminì Azeret (nella diaspora nel secondo giorno della festa).

Nel trattato di Succà (TB 55b) i Saggi si soffermano sul fatto che nel corso della festa di Succot vengono offerti 70 tori in corrispondenza delle nazioni del mondo mentre un solo toro, corrispondente ad Israele, viene presentato nel giorno di Sheminì Azeret. Essi paragonano la cosa ad un re che ha richiesto un grande banchetto (Succot) ai sui servi (le nazioni) ma che l’ultimo giorno (Sheminì Azeret) chiede al suo amato (Israele) un piccolo banchetto "Sicché io goda di te", della tua compagnia. Non è un banchetto di commiato, perché dice Rav Friedlander (Siftè Chajm I) non ci sarà nessun commiato. L’amato è solito frequentare il re, ed i loro incontri migliori sono proprio quei piccoli pasti informali che testimoniano che la gioia vera è nell’esserci e non nella materialità. Sheminì Azeret è questo. Un ulteriore giorno nel quale fermarci e dedicarci, senza gli strumenti materiali del lulav e della succà, con un attaccamento esistenziale a D-o. Per questo completiamo proprio in questa giornata lo studio, perché non c’è altro modo di esprimere l’attaccamento esistenziale a D-o se non studiando Torà.

Per questo, ricorda lo Sfat Emet (citando Succà 48a), i Saggi leggono "Veaita Ach Sameach" (e sarai contentissimo) come un riferimento a Sheminì Azeret. Perché in effetti "Ach" è diminutivo e si dovrebbe dire "abbastanza felice". Ma la limitazione in questione è quella della materialità, del fatto che questa è una festa senza mizvot che ha come unico pilastro il fatto che noi gioiamo della sola vicinanza con il Signore. È la forza dell’essere contro l’avere che trasforma "l’abbastanza" contento della Torà in una felicità superlativa.

E così anche noi diciamo nello Shemà "E saranno queste parole che Io ti comando oggi sul tuo cuore" (Deuteronomio VI,6) e Rashì spiega in loco: "E che cos’è l’amore [di cui parla il verso precedente]? E saranno queste parole. Che da qui conosce il Santo Benedetto Egli Sia e si attacca alle sue strade.".

Dunque lo studio della Torà è la realizzazione della richiesta di amore che ci esprime Iddio dicendo "Ed amerai il Signore tuo D-o con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze" (ivi, VI,5). Lo Sfat Emet dice che questo verso rappresenta il giorno di Sheminì Azeret. Il percorso delle feste è un percorso che noi possiamo e dobbiamo ripercorrere ogni giorno della nostra vita, due volte al giorno, passando dall’accettazione del Regno di D-o "Ascolta Israele il Signore nostro D-o il Signore è unico" (Rosh Hashanà) alla proclamazione e benedizione del Regno stesso "Benedetto Sia il Nome del Suo Glorioso Regno per sempre eternamente" (Kippur). E da qui all’amore totale del Regno di D-o nella materialità della quotidianità "Ed amerai il Signore tuo D-o con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze" (Succot) nella consapevolezza che tutto ciò è possibile solo attraverso la gioia dello studio della Torà fine a se stesso "E saranno queste parole che Io ti comando oggi sul tuo cuore" (Sheminì Azeret).

È così che Sheminì Azeret conclude il Mese dei Giganti, le Festività di Tishrì. Insegna lo Zohar che il decreto, per quanto emesso nella notte di Oshanà Rabbà, rimane sospeso fino a Sheminì Azeret, e se l’ebreo fa Teshuvà di Sheminì Azeret, l’eventuale cattivo decreto viene stracciato. Perché Sheminì Azeret è la Teshuvà dell’amore, il ritorno a D-o non per timore reverenziale ma per l’amore che ci lega a lui. Non perché ho paura della pena, ma perché non voglio deludere il mio amato.

Dice Rabbì Israel Salanter: "Ciò che lo stupido non raggiunge a Yom Kippur a Neilà, ci arriva il Saggio a Simchà Torà per mezzo della gioia".

Completando la lettura della Torà e ricominciandola daccapo tra grandi festeggiamenti noi completiamo il ciclo delle feste di questo sacro mese nella consapevolezza che in attesa di un mondo nel quale non si mangia e non si beve, possiamo trovare la nostra dimensione in quel piccolo pasto matrimoniale pieno di intimità che è lo studio perenne della Torà. È il pasto frugale ma vero di chi sa che non si lascerà mai. Le feste saranno passate, ma se le avremo vissute sinceramente la loro forza spirituale ci accompagnerà per tutto l’anno, che possa essere buono e dolce.

"E saranno queste parole che Io ti comando oggi sul tuo cuore" "Abbiamo meritato di completare in pace e meriteremo di ricominciare in pace.

Abbiamo meritato di completare in pace e meriteremo di ricominciare e di completare in pace.

Forza!

Abbiamo meritato di completare in pace e meriteremo di ricominciare e di completare, di ricominciare e di completare e di ricominciare in pace."

Shabbat Shalom e Moadim LeSimchà,

Jonathan Pacifici


torna all'indice delle parashot del 5762

torna alla home page

vai alla stessa parashà dello scorso anno (5761)

vai alla stessa parashà del 5760

vai alla stessa parashà del 5759

vai alla stessa parashà del 5758