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TORAH.IT

Parashat Hazinu 5762


Shabbat Teshuvà

"Quando chiamerò il Nome del Signore, rendete grandezza al nostro D-o." (Deuteronomio XXXII,3)

"Quando chiamerò il Nome del Signore: Il termine ‘kì è usato per significare ‘quando’ come ‘Quando giungerete alla Terra’ (Esodo XII,25; Levitico XXIII,10). Quando chiamerò il Nome di D-o, voi rendete grandezza al nostro D-o, e benedite il Suo Nome. Da qui hanno detto i Saggi che si risponde ‘Benedetto Sia il Nome del Suo Glorioso Regno [per sempre eternamente]’ dopo una benedizione pronunciata nel Santuario." (Rashì in loco citando TB Taanit 16b)

La Parashà di Hazinu, la Parashà di questo Sabato che intercorre tra Rosh Hashanà e Kippur e che dedichiamo al ritorno a D-o, rappresenta il testamento spirituale di Moshè nostro Maestro. Negli scorsi anni abbiamo analizzato alcuni di aspetti che vale la pena ricordare brevemente. Dall’ordine Divino a Moshè di scrivere questa cantica noi impariamo la seicentotredicesima mizvà della Torà, quella che impone ad ogni ebreo di scrivere una copia della Torà. La Cantica di Hazinu viene recitata dai leviti durante l’esecuzione del korban musaf, l’offerta addizionale dello Shabbat, perché lo Shabbat è un momento di Teshuvà che bene si sposa con il contenuto della cantica anch’essa centrata sul ritorno a D-o. Dopo due versi introduttivi (XXXII, 1-2) Moshè, prima di passare al testo vero e proprio della Cantica, intercala una nota tecnica su quanto sta per avvenire. Nel trattato di Berachot (21a) il nostro verso viene utilizzato per imparare l’obbligatorietà della recitazione di una benedizione prima dello studio della Torà e Rashì in loco citando TB Yomà (37a) asserisce "Quando venne Moshè ad iniziare la Cantica disse loro ad Israele: ‘Io recito la berachà e voi rispondete ‘amen’. Quando chiamerò il Nome del Signore, nella benedizione, rendete grandezza al nostro D-o, dicendo amen."

Lo studio è un precetto e come tale va accompagnato da una benedizione. Di più: lo studio della Torà è paragonabile a tutti i precetti della Torà messi assieme e pertanto è fondamentale sottolinearne l’importanza con una benedizione che faccia risaltare i vari aspetti del precetto, e su ciò hanno discusso i Maestri in Berachot 11b. Moshè ci insegna l’importanza di rispondere ‘amen’ partecipando così alla santificazione del Nome di D-o: dinanzi all’evocazione del Nome non si può rimanere inerti ma ci si deve associare all’orante.

Rashì, nel suo commento al nostro verso, sembra interessato però ad un altro aspetto della recitazione delle benedizioni e della conseguente risposta del pubblico. Si tratta di una notevole eccezione alla regola che impariamo nel trattato di Taanit (16b) secondo la quale non si risponde ‘amen’ all’interno del perimetro del Santuario. Nel Santuario l’amen viene sostituito dall’espressione ‘Baruch Shem Kevod Malkutò Leolam VaEd’, ‘Benedetto Sia il Nome del Suo Glorioso Regno per sempre eternamente’.

Bertinoro (su Taanit II,5) suggerisce che nelle benedizioni recitate nel Santuario il Nome Tetragrammato di D-o veniva pronunciato espressamente e pertanto si richiedeva una risposta del pubblico adatta alla solennità del momento. Il Ritva (TB Berachot 63a) spiega che parallelamente a questa solenne risposta del pubblico colui che benediceva intercalava prima della chiusa di una benedizione l’apposita formula ‘Benedetto Sia Il Signore Iddio di Israele dal Mondo’. (TB Taanit 16b)

In Berachot (54a) impariamo che quest’ultima formula subì una notevole variazione in occasione della Costruzione del Secondo Tempio. Essa si impara infatti da un verso del libro di Nechemià (IX,5) che descrive le cerimonie con le quali Ezrà e Nechemià segnarono il termine dell’esilio babilonese. Secondo il Testo e la sua interpretazione rabbinica, nel giorno di Rosh Hashanà Ezrà effettuò la prima lettura pubblica della Torà istituendo poi la prassi della triplice lettura settimanale. Nella stessa occasione, per confutare le opinioni della setta eretica dei Sadducei che rifiutavano la Torà orale, l’idea del Mondo futuro e del Giudizio Divino, essi aggiunsero alla formula un riferimento al Mondo Futuro: ‘Benedetto Sia Il Signore Iddio di Israele dal Mondo e fino al Mondo.

Rashì spiega che con questa formula Ezrà sta insegnando che questo mondo è solo l’anticamera del Mondo Futuro. Rabbì Izchak di Volozin nota come all’epoca del Primo Tempio non era necessario specificare l’esistenza di due mondi, ma era chiaro che dicendo ‘mondo’ si intendevano entrambi i mondi. Era un epoca idilliaca nella quale il Mondo Futuro era palpabile. A seguito della caduta spirituale dovuta all’esilio si rende però necessario sottolineare la caducità di questo mondo e la sua sostanziale subordinazione alla Vita eterna del Mondo Futuro.

Allo stesso modo la formula ‘Benedetto Sia il Nome del Suo Glorioso Regno per sempre eternamente contiene un riferimento al Mondo futuro: ‘leolam vaEd’.

Interessante notare come ancora una volta una regola relativa al modo in cui si pronunciano le benedizioni e a come si risponde ad esse viene insegnata in concomitanza con la lettura della Torà.

Interessante notare inoltre che la successiva disposizione, anch’essa promulgata nella stessa giornata, invita a salutarsi nel Nome di D-o. Ciò si impara da Boaz (Rut II,4) che saluta i suoi dipendenti dicendo: ‘Il Signore Sia con voi’ e questi rispondono ‘Ti Benedica il Signore’. Questa prassi rappresenta nella realtà una sorta di mancanza di rispetto nei confronti del Nome di D-o, ma risulta essere tollerata ed anzi auspicata in un epoca di decadenza nella quale per mettere pace tra gli uomini, D-o è disposto a rinunciare a un po’ del Suo Onore.

È molto interessante il fatto che secondo l’uso Italiano questa formula di saluto introduce proprio la benedizione per la lettura della Torà. La straordinarietà dell’azione di Ezrà e degli uomini della Grande Assemblea in quella giornata non finisce qui. In Yomà 69b impariamo che questi iniziarono a pregare dolendosi dell’istinto del male dell’idolatria e sostenendo che a causa di esso fu distrutto il Primo Tempio. ‘Non vogliamo né lui, né la ricompensa per la resistenza ad esso’. Cadde un biglietto dal Cielo con scritto sopra ‘Emet’, Verità. Essi digiunarono per tre giorni e tre notti e l’istinto del male dell’idolatria fu consegnato loro perché lo distruggessero. Vedendo che il momento era propizio i Maestri provarono a replicare l’operazione con l’istinto del male dell’immoralità sessuale e questo fu effettivamente consegnato nelle loro mani. Essi lo imprigionarono per tre giorni durante i quali non fu trovato un solo uovo fecondato in tutta Erez Israel. I Maestri capirono il messaggio e lo rilasciarono ma solo dopo averlo accecato, rimuovendo il desiderio sessuale nei confronti dei propri parenti stretti. Non si può eliminare la sessualità giacché essa è il motore del mondo. Va piuttosto regolata e santificata. Si tratta dunque di una giornata epocale nella quale avviene una profonda transizione. Insegnano i Maestri che fu proprio la Grande Assemblea che ratificò la ricezione della Torà: se questa era stata accettata sotto costrizione sul Sinai venne invece accettata volontariamente proprio all’epoca di Assuero e della Grande Assemblea. Si tratta di un passaggio notevole.

Noi non siamo stati in grado di mantenere la Torà del Timore e anzi abbiamo chiesto una discesa di grado e l’introduzione del sistema rabbinico come spiega il Ramban; allo stesso modo il dono della Torà diviene incontrovertibile con gli uomini della Grande Assemblea che riducono sì la sfida della lotta contro l’istinto ma che questa sfida la accettano senza riserve e con Amore. Per questo spiega il Meshech Cochmà la Santificazione della Terra d’Israele fatta da Giosuè cessa con la distruzione del Primo Tempio, giacché era subordinata ad un accettazione della Torà che era venuta meno. La Santificazione di Ezrà però è valida in eterno, perché l’accettazione della Torà è volontaria ed eterna.

Rabbì Simchà HaCoen di Dvinsk, il Meshech Cochmà appunto, offre un commento straordinario al nostro verso. ‘Quando chiamerò il Nome del Signore, rendete grandezza al nostro D-o’ indica secondo il Meshech Cochmà che l’obbiettivo del popolo ebraico è quello di condurre una vita secondo natura: mietere e raccogliere il frumento. Ossia Egli si schiera apertamente con Rabbì Yshmael nella sua nota disputa con Rabbì Shimon Bar Yochai (TB Berachot 35b). Ricorderemo che secondo il primo si deve lavorare e studiare e secondo l’ultimo si deve studiare e basta e lasciare a D-o le incombenze materiali. Lavorare la Terra, portare le primizie al Santuario, osservare tutti i precetti della giustizia sociale lasciando l’angolo del campo e rispettando le regole sabbatiche, questo è l’obbiettivo di Israele: una società di gente normale, non di asceti, ma di gente normale e santa!

Il Meshech Cochmà chiama a sostegno il Talmud (TB Sanedrhin 20a) che interpreta così il verso del Proverbi (XXXI,21): ‘E falsa la grazia, e vanità la bellezza, una donna temente del Signore, questa va lodata’.

E falsa la grazia, è la generazione di Moshè e di Jeoshua: una generazione che mangiava manna e studiava Torà!

E vanità la bellezza, è la generazione del Re Chizkià: tra i più giusti Re dell’epoca del Primo Tempio, il cui regno controllava tutta Erez Israel (ivi 94b) e non vi fu trovato un solo Am HaArez, un solo ignorante. Ma anche una generazione nella quale avvenivano miracoli manifesti.

Una donna temente del Signore, questa va lodata, è la generazione di Rabbì Jeudà figlio di rabbì Elai nella quale erano così poveri che sei dei suoi alunni si coprivano con un unico manto e si occupavano di Torà. La sfida del popolo ebraico non è nel deserto con la manna, né all’epoca del Primo Tempio con i miracoli manifesti e una presenza palpabile di D-o, non è nello Shofar del Sinai né nella miracolosa disfatta di Sancheriv. È nel silenzio di una stanza fredda nella quale ci si sa dividere in sei una stessa coperta e ci si scalda del fuoco della Torà. Non è un elogio della povertà, si deve cercare di avere una vita dignitosa per quanto possibile, è un elogio della fedeltà alla Torà nonostante la povertà, dinanzi alla quale dall’alto della nostra comoda vita dovremmo farci un serio esame di coscienza.

La Ghemarà ripropone lo stesso schema paragonando la grandiosa resistenza all’istinto del male della sessualità di Josef, Boaz e Paltì ben Laish.

Josef è stato grande a resistere alla moglie di Putifar, ma non quanto Boaz che ha resistito nonostante Rut fosse già nel suo giaciglio. Boaz fu grande ma non quanto Paltì ben Laish. Shaul aveva dato in moglie sua figlia Michal a David salvo poi sostenere (e forse non a torto halachicamente) che il matrimonio non era valido. Aveva dunque dato Michal nuovamente in moglie a un tale Paltì ben Laish. Nonostante il re d’Israele sostenesse che halachicamente Michal era sciolta da ogni vincolo matrimoniale, Paltì, in considerazione del fatto che David si considerava legalmente marito di Michal, si ripropose di non avere relazioni con lei ed anzi piantò una spada tra se stesso e Michal minacciando di morte chi dei due avesse oltrepassato la separazione.

Ci vuole uno sforzo enorme per astenersi dalla propria moglie per un dubbio halachico, ed è questo il punto: se il nostro scopo è rivelare la gloria di D-o nel mondo, l’unico metro possibile è lo sforzo che ci si mette. Nessuno ci chiederà mai perché non siamo stati Moshè, ci verrà chiesto perché non siamo stati noi stessi; e se Paltì ben Laish è superiore a Josef HaZadik e Rabbì Jeudà figlio di Rabbì Elai e discepoli sono superiori a Moshè ed alla generazione del deserto, allora capiamo che ognuno di noi può innalzarsi fino ai vertici della Santità. Da notare che ricompare lo schema degli uomini della Grande Assemblea, prima l’idolatria la cui antitesi è lo studio della Torà, e poi l’immoralità sessuale.

Dunque, spiega il Meshech Cochmà, il senso profondo del nostro verso è il ruolo di Israele: Quando chiamerò il Nome del Signore, il Nome Tetragrammato, ossia la dimensione miracolosa, rendete grandezza al nostro D-o, la dimensione naturale. Ossia non dimenticate che è nella materialità di un mondo senza miracoli e che è apparentemente scollegato dalla Divina provvidenza che voi potete benedire il Signore dimostrando che anche la natura non è che un continuo miracolo nascosto. E capiamo allora anche Rashì che non trova un verso migliore per spiegarci come si usa la parola ‘ki’ nel verso ‘Quando giungerete alla Terra’. Rashì ci sta dicendo che solo nella Terra d’Israele possiamo dare un senso al ‘Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed’!

Dinanzi alla spettacolarità della Cantica che sta per leggere, Moshè invita a non scordarsi l’amen. Che non si commetta l’errore di dare importanza solo a chi pronuncia la benedizione, si può trovare la propria dimensione dicendo amen, e tantopiù dicendo ‘Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed.

Come noto, due sono le origini di questa espressione. La prima la vuole in bocca a Jacov nostro padre allorquando i suoi figli sul suo letto di morte confermano la fede nel D-o Unico dicendo ‘Ascolta, oh Israele, il Signore nostro D-o il Signore è unico’, e la seconda la vuole lode degli Angeli del servizio D-o, ascoltata da Moshè durante la salita sul Sinai. Abbiamo detto la scorsa settimana che il verso ‘Shemà Israel’ rappresenta il vertice delle Malkuiot, il vertice della regalità Divina. Ebbene ci insegna Moshè questa settimana che dinanzi alla Maestà del Nome non possiamo rimanere in silenzio ma anzi dobbiamo emulare gli angeli e benedire il Signore. Come noto Moshè esclude questo verso dalla Lettura dello Shemà perchè noi non siamo al livello angelico e neppure a quello di Jacov e così per compromesso tra il Maestro ed il Patriarca noi lo recitiamo a bassa voce. Solo nel Santuario possiamo pronunciare pienamente questa frase.

C’è però un giorno l’anno nel quale noi questo livello angelico, seppur per provocazione, lo raggiungiamo, il giorno di Kippur. Quel giorno che è un Sabato dei Sabati, il Santo dei Santi del Tempo.

Il Giorno che come il primo giorno della Creazione è privo di angeli, e nel quale possiamo proclamare a piena voce ‘Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed’, giorno che, non dimentichiamolo, riceviamo le Seconde Tavole e con esse tutta la Torà di colui che fa Teshuvà.

Capiamo allora che se Rosh Hashanà è regalità e nella espressione ‘Shemà Israel’ Iddio è il protagonista della giornata, il giorno di Kippur è ‘Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed’, è il giorno dell’uomo che allo Shemà è chimato a dare una risposta, una teshuvà appunto.

Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed è il nostro scopo, il nostro programma per il mondo. Noi siamo qui in questo mondo per benedire il Signore e rivelare il Suo Regno.

Il Targum Jerushalmi ha una straordinaria traduzione aramaica per il Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed, ed è ‘Yeè Shemè Rabbà mevarach’, l’espressione chiave del Kaddish. Rispondere al Kaddish significa non rimanere inerti dinanzi alla Regalità, ma anzi benedirla. E c’è un kaddish particolarmente grato dinanzi al Signore, quello alla conclusione di una sessione di studio sul quale, secondo TB Sotà 49a si regge il mondo in quest’epoca oscura.

I Saggi ci dicono che rispondendo ‘Amen Yeè Shemè Rabbà’ noi cancelliamo i nostri peccati, perché la radice di quest’espressione è Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed. È noto che il Kaddish è in aramaico perché è tradizione che gli angeli non parlino questa lingua. Nel giorno di Kippur, il giorno i cui gli angeli non ci sono, noi possiamo fieramente pronunciare questa somma lode di D-o nella lingua Sacra.

Il giorno di Kippur è il giorno della Parashà di Acharè Mot, del ‘Dopo la morte dei due figli di Aron’, è il giorno nel quale Aron viene chiamato a rompere quel silenzio ‘vaydom Aron’ con il quale aveva accolto la triste notizia. Aron viene chiamato a parlare ed a recitare la confessione dei peccati pronunciando la radice stessa dell’esistenza, il Nome di D-o. E noi con lui veniamo chiamati a rispondere Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed.

Ma Yom Kippur è anche il giorno del martirio di Rabbì Akivà, che muore torturato pronunciando lo ‘Shemà’. Il Talmud dice più precisamente che egli morì pronunciando la parola ‘Unico’, Echad. Lo Shemà di Rabbì Akivà è ancora lì, sospeso. Sta a noi, suoi discepoli, rispondere ‘Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed’!

Shabbat Teshuvà è l’interruzione che separa ‘Shemà Israel’ da ‘Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed’, Rosh Hashanà da Kippur. È quel respiro profondo che ci prepara, una volta l’anno, a recitare la somma lode di D-o in ebraico, come gli angeli e come i nostri padri nel Santuario. Sfruttiamo bene allora questo Shabbat con una particolare attenzione alle sue regole ed al suo spirito, prendiamo bene il respiro prima di immergerci in questo Mikvè purificatore. In quel giorno nel quale l’ebreo si immerge in D-o, chiamato dal profeta ‘Mikvè Israel’. E spiega Rabbì Akivà: ‘Come il Mikvé purifica gli impuri, così il Signore purifica Israele.

Se sapremo immergerci completamente, Iddio ci purificherà da ogni nostra iniquità e ci restaurerà al Suo servizio nel Santuario ricostruito in cui in ogni giorno, come di Kippur, potremo dire : ‘Baruch Shem Kevod Malkutò leolam vaed’.

Shabbat Shaalom e Chatimà Tovà.

Jonathan Pacifici


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