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TORAH.IT

Parashat Devarim 5762


Shabbat Chazon

E dissi voi in quell’epoca dicendo: ‘Non potrò portarvi da solo’’ (Deuteronomio I,9)

Non potrò da solo: ‘È possibile che Moshè non potesse giudicare Israele? Un uomo che li ha fatti uscire dall’Egitto, ed ha aperto loro il mare, ha fatto scendere la manna, ha porto loro le quaglie, non poteva giudicarli? Ma così ha detto loro: ‘Il Signore vostro D-o vi ha resi numerosi’ (v.10): vi ha resi più grandi e vi ha innalzati sui vostri giudici, ha levato la pena da su di voi e l’ha posta sui giudici. E così ha detto Shelomò: ‘Giacché chi può giudicare questo tuo popolo pesante?’ (Re I, III,9), è possibile colui del quale è scritto: ‘E divenne più saggio di ogni uomo (ivi, V,11) dice: ‘chi può giudicare’?, ma così ha detto Shelomò: ‘Non sono i giudici di questo popolo come i giudici degli altri popoli, che se questo giudica ed uccide o percuote o strangola e sbaglia il suo giudizio, non comporta nulla. Io se condanno ad un pagamento non secondo la legge, sono reo di morte come è detto ‘e che prendo da coloro che prendono l’anima’ (Proverbi XXII, 23) (Rashì in loco)

Il libro di Devarim, che iniziamo a D-o piacendo questa settimana, è il libro che più di ogni altro consacra Moshè nostro Maestro a principe dei Profeti. Sin dai primi versi della nostra Parashà però, Moshè sottolinea la necessità di ridimensionare il suo ruolo, almeno per quanto concerne la sfera giudiziaria. Già Rashì ci informa del fatto che questa non è un idea di Moshè, ma volontà del Santo Benedetto Egli Sia, e spiega poi, nel commento che abbiamo riportato, il senso profondo della condivisione della responsabilità giudiziaria. I giudici d’Israele sono diversi dai giudici delle altre genti perché il sistema giuridico ebraico è diverso. Nella nostra parashà leggeremo che il ‘Il giudizio è di D-o’. Nel Talmud (Sanedrhin 8a) Rabbì Chammà figlio di Rabbì Channinà interpreta ciò come: "Ha detto il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Non gli basta ai malvagi che levano da questo del denaro e lo danno ad un altro non secondo la legge, ma che anche mi disturbano a restituire il denaro al suo proprietario".

La giustizia come la intende la Torà non può essere monopolio di una sola persona giacché essa è condivisione. Iddio stesso che è giustizia delega determinati aspetti di questa ai tribunali d’Israele, ma anche ai tribunali istituiti dai figli di Noach secondo le loro regole. Non si può però dimenticare che Iddio è parte integrante del sistema giudiziario e quantunque il tribunale giudichi secondo i propri mezzi e la propria comprensione è necessario essere consapevoli del fatto che Iddio non permette iniquità. Come insegnano i Saggi nessuno prende un solo capello di quanto spetta al proprio compagno. Se il tribunale sbaglia nel giudizio, Iddio sanerà il verdetto restituendo in un modo o nell’altro quanto erroneamente tolto. Questo non deve sminuire il ruolo del tribunale e dei giudici, tutt’altro. Sempre nel trattato di Sanedrhin (7a) sono esposti tre interessanti principi generali sul rapporto tra D-o ed i giudici, principi insegnati da Rabbì Shemuel bar Nachmani a nome di Rabbì Jonathan. Questi vengono ricordati come: Emet (Verità), Mamon (denaro), Irà (timore).

(I) Emet- Verità "Ogni giudice che giudica un giudizio vero secondo verità fa posare la Presenza Divina su Israele, come è detto (Salmi 82,1) ‘Iddio si trova nella Congrega di D-o, in mezzo alla quale D-o giudica’. Ed ogni giudice che non giudica un giudizio vero secondo verità provoca la dipartita della Presenza Divina da Israele come è detto (ivi XII, 6) ‘A causa del depredamento dei poveri e del grido dei miseri, tu sorgi, detto del Signore’.

Il giudice è per eccellenza il partner del Santo Bendetto Egli sia, tanto che la parola Eloim, Iddio, indica talvolta proprio i giudici. Il giudice che giudica secondo verità, secondo la Torà, si rende socio attivo della Divinità facendo quanto la Divinità stessa avrebbe fatto se non avesse delegato il giudizio all’uomo. Di contro se, D-o non voglia, il giudice non giudica giustamente questi provoca una lacerazione nel rapporto D-o / Israele, giacché si sfalda la collaborazione tra uomo e D-o nella gestione del Mondo.

(II) Mamon – Denaro "Ogni giudice che leva [denaro] da questo e lo da all’altro non secondo la legge, il Santo Benedetto Egli Sia leva da questi la sua anima come è detto: (Proverbi XXII,23) ‘Non rubare al misero poiché esso è misero, e non opprimere il povero nel tribunale, poiché il Signore litiga le loro liti e leva l’anima a coloro che levano.’" I giudici d’Israele rispondono a D-o. Secondo la Torà i giudici d’Israele rispondono con la vita dinanzi al Signore, con l’anima, anche per errori in giudizi pecuniari. Impariamo infatti in TB Bavà Mezià 112a che il senso del verso in questione è che colui che toglie indebitamente del denaro al povero, gli sta togliendo l’anima. E già i nostri Saggi hanno insegnato che colui che non ha nulla è come se fosse morto ed ancora hanno sottolineato come i giusti abbiano a cuore il loro patrimonio giacché è stato accumulato con onestà ed è strumento al servizio di D-o.

Il denaro è uno strumento con il quale l’anima serve Iddio. Togliere a qualcunoo beni materiali equivale a privare una persona degli strumenti per servire Iddio. Corrompere il diritto equivale a privare l’oppresso della propria anima, della propria radice, del proprio ruolo. Allo stesso tempo il giudice che ha come ruolo quello di giudicare secondo verità, se misconosce il proprio ruolo rinuncia alla propria anima, al proprio contributo nella costruzione del Trono di D-o. Questa è la preoccupazione di fondo di Moshè e di Salomone.

(III) Irà – Timore "Che il Giudice veda sempre se stesso come se una spada fosse sospesa tra i suoi lombi, ed il Gheinom fosse aperto sotto di lui come è detto (Canto dei Cantici III, 7-8) ‘Ecco il letto di Shelomò, sessanta prodi sono attorno ad esso tra i prodi d’Israele, tutti tengono una spada, sono istruiti alla guerra, ognuno con la spada sul suo lombo a causa della paura nelle notti’, della paura del Gheinom che somiglia alla notte."

Secondo l’allegoria del Cantico, Salomone è il Signore. Il Suo letto è il Santuario anche sede del Sinedrio. I sessanta prodi sono i Saggi che si occupano della guerra della Torà. Ognuno di essi immagina di avere una spada che pende su di lui ed il Gheinom aperto sotto. È un evidente richiamo alla responsabilità, alla responsabilità che è posta su ogni giudice. Curioso notare che questi versi del Cantico, incluso il commento della Ghemarà che paragona la notte al Gheinom sono stati inclusi dai Saggi nella recitazione della Lettura dello Shemà prima di coricarsi. La notte, prima di restituire l’anima al Signore e prima che questa venga giudicata noi prendiamo coscienza della serietà del momento. È il momento in cui tutto il mondo viene giudicato. Anche l’uomo è chiamato in qualche modo ad assolvere il proprio compagno. È buon uso infatti far precedere la recitazione dello Shemà prima di coricarsi da una formula di assoluzione per i nostri compagni. Leggiamo ad esempio nell’edizione a cura di Samuel Molco (Pisa 1806, ristampata da Morashà a cura di Rav David Sciunnach): "Padrone dell’universo! Io Perdono tutti coloro che mi hanno fatto andare in collera, che mi hanno irritato e che hanno peccato nei miei confronti tanto verso il mio corpo che verso i miei averi, il mio onore, e qualche cosa mi appartenga o per forza o per volontà o per errore o per malizia per mezzo di parole o per mezzo di azioni tanto in questa reincarnazione che in un'altra ad ogni figlio d’Israele e che nessun uomo venga punito per colpa mia…." Capiamo allora che la Torà non parla solo dei Giudici del tribunale rabbinico. Tutta la vita è un caso halachico ed i quattro cubiti della halachà sono l’ombra che l’uomo proietta attorno a se. Ogni singola azione è un processo aperto. Noi giudichiamo il nostro prossimo e siamo a nostra volta giudicati dal Signore. Ma forse di più, come insegna il Rav Dessler (Mictav MeEliau I,56) ‘Ed ecco che ogni uomo è giudice, poiché sempre è posto su di lui giudicare il proprio comportamento e la veridicità delle proprie idee…’

Capiamo dunque perché Moshè deve sottolineare la necessità di condividere il giudizio. Ogni ebreo è chiamato a giudicare, in primis se stesso. Ogni comportamento umano, ogni pensiero è un caso halachico aperto. I principi sopra esposti non sono prerogativa solo dei giudici, ma di ogni ebreo in quanto giudice della propria anima e del proprio prossimo. Il Rav Dessler ricorda quanto sia difficile liberarsi da pregiudizi e da influenze esterne. Un caso per tutti: la corruzione. Nel trattato di Ketubot (105b) viene detto che la corruzione impedisce all’uomo di vedere. Ma cos’è la corruzione? Nella stessa pagina leggiamo di ‘Rabbì Ishmael figlio di Rabì Jossè al quale Ariso portava ogni venerdì una cesta di frutta dal frutteto dello stesso Rabbì Jshmael. Una volta dal momento che aveva Ariso una causa con un suo compagno di giovedì ed a causa di ciò anticipò il portare i frutti allo stesso giorno. Rabbì Jshmael, che era il giudice, ha temuto di essere corrotto a causa del godimento dell’anticipazione di un giorno e non accettò i frutti. E nonostante non le avesse ricevute ebbe timore di essersi corrotto a causa dell’anticipazione di un giorno e disse lui: ‘Sono invalido per te come giudice’ ed ha passato il caso ad altri giudici. Nell’ora del giudizio camminava Rabbì Jshmael fuori al tribunale ed ascoltava le tesi, e sentiva che il suo cuore era dalla parte di Ariso, e gli soggiungevano le chiavi della ragione, e pensava ‘magari sostenesse così e così e vincesse il giudizio.’ Si guardò all’interno nuovamente e riconobbe che a causa degli stessi frutti si comportava così. Avendo visto questo Rabbì Jshmael si risvegliò fortemente e studiò da questo caso la profondità delle forze dell’anima e disse: ‘Guai all’anima di coloro che vengono corrotti!’ E se è così per me non ho preso, e se anche avessi preso avrei preso cose mie, a maggior ragione per coloro che prendono tangenti!’

Il Rav Dessler sottolinea la necessità di applicare gli stessi standard ad ogni decisione umana. Isolare il proprio intelletto dai sentimenti che potrebbero traviarne il giudizio è opera ardua che può essere fatta solo attraverso una vita regolata dalla Torà, una vita in guerra contro i propri istinti. Solo chi ha reso completamente puro il proprio cuore, dice il Rav Dessler, può essere sicuro di giudicare e scegliere sempre il giusto. Solo chi è riuscito a scollegare il proprio senso della verità da ogni forma di corruzione, pregiudizio, interesse ecc. Questo è un livello molto alto al quale però tutti dovrebbero aspirare.

Nel frattempo c’è un modo per migliorare almeno il tiro. Rifuggire le scelte facili. Scegliere solo dopo un attenta analisi, profonde riflessioni volte ad isolare ogni influenza esterna alla verità. Moshè non può avere il monopolio della giustizia in un mondo nel quale persino Iddio accetta di essere giudicato dal Tribunale d’Israele. La legge è piantata in ognuno di noi ed è ciò che ci lega al Signore, non solo in quanto sottoposti ad essa, ma in quanto giudici. Giudici delle nostre azioni, ma anche di quelle del prossimo. Giudici, maestri per noi stessi e per il prossimo, rinnovatori di Torà e decisori halachici. Ogni ebreo è questo.

Nella nostra Parashà c’è una presenza spropositata di riferimenti ai Refaim, ai giganti. Si tratta dei discendenti dell’incrocio tra i figli di D-o e le figlie dell’uomo. I Saggi sono divisi tra coloro che indicano i figli di D-o come angeli e chi li vede come i giudici dell’epoca. Si tratta dei giudici dell’epoca precedente a Noach, quell’epoca che prende il nome dell’epoca di Naamà, sorella di TuvalKain. Il più celebre di questi è Og, che viene ucciso da Moshè proprio nella nostra Parasha. Il Mesech Cochmà li porta ad esempio di coloro che partono da un livello molto alto (siano essi angeli o giudici) ma che conducono poi un comportamento molto disdicevole rapendo donne sposate e divenendo simbolo di immoralità sessuale. Nella nostra Parashà Israele conquista la Terra dei Refaim ed ucciderà Og. Israele uccide il sistema paese nel quale il giudice è ingiudicabile, nel quale l’autorità è fuori da ogni controllo e per questo può ogni violenza. Il diritto di Israele su Erez Israel scaturisce proprio dalla capacità di creare una società giusta che si basa sulla cogestione del giudizio tra D-o e Israele.

In questo Sabato, che precede il giorno di Tishà BeAv, serve come non mai un profondo richiamo alla responsabilità di ognuno di noi come giudice e come maestro di se stesso e degli altri. Ricordando nelle parole del profeta Isaia che ‘Sion sarà riscattata con il giudizio, ed i suoi redenti con la giustizia’.

Shabbat Shalom e Zom Kal .

Jonathan Pacifici


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