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Parashat Korach 5762
"E discesero essi e tutto quanto possedevano, vivi, nello Sheol; e venne chiusa su di loro la terra e si persero da di mezzo alla Congrega." (Numeri XVI, 33)
"La Congrega di Korach non ha parte nel Mondo a Venire come è scritto "e venne chiusa su di loro la terra", in questo mondo; "e si persero da di mezzo alla Congrega", nel mondo a Venire. Parole di Rabbì Akivà. Rabbì Eliezer dice: "Su di loro il Testo dice (Samuele II,6) "Il Signore fa morire e fa rivivere, fa discendere nello Sheol, e fa risalire"" (TB Sanedrhin 109b)
La rivolta di Korach è un episodio che segna duramente la storia del popolo d’Israele ed il suo rapporto con il sommo dei Profeti, Moshè nostro Maestro. Più volte ci siamo occupati di questa rivolta, delle sue motivazioni e delle profonde divergenze esistenti in seno alla rivolta stessa. I nostri Saggi si sono lungamente interrogati sulle dinamiche, le tematiche ed i risultati di questo increscioso avvenimento.
Una linea di pensiero piuttosto interessante emerge da una analisi della porzione dedicata all’evento di Korach nell’undicesimo capitolo del trattato di Sanedrhin, il famoso Perek Chelek. Si tratta di stabilire infatti se Korach e compagnia abbiano o meno parte nel mondo futuro. Su tale tema si scontrano Rabbì Akivà e Rabbì Eliezer. In questa occasione la Ghemarà ci presenta un’interessante serie di argomenti che delineano una "trama femminile" nella storia di Korach.
Nel corso della rivolta Moshè dà più volte la possibilità ai contestatori di ravvedersi e persino quando il Signore decreta la punizione è Moshè che si alza e va a cercare Korach e compagnia per un ultimo tentativo di pacificazione. I Saggi sottolineano che in effetti uno dei rivoltosi si dissocia in tempo utile. Si tratta di On ben Pelet che compare nei primi versi, per poi sparire dal testo. Nella Ghemarà leggiamo:
"On ben Pelet lo ha salvato sua moglie. Gli ha detto: ‘Che ci guadagni? Se questo Maestro vincerà tu sarai un discepolo e se questo Maestro vincerà tu sarai un discepolo.’ Ha detto a lei: ‘Che posso fare? Ero presente nella congiura ed ho giurato loro (che avrei partecipato).’ Disse a lui: ‘Io so che l’intera Congrega sono persone Sante, come è scritto (Numeri XVI,3) ‘poiché tutta la Congrega sono Santi’’ e disse (ancora) a lui: ‘Siedi qui che ti salverò’. Gli diede da bere sicché si ubriacò, lo mise a letto all’interno della tenda e lei si sedette sulla porta con i capelli scoperti. Ognuno che venne (a chiamare On) vedendola si voltava (e se ne andava). Nel frattempo vennero divorati dalla terra." (TB Sanedrhin 109b-110a)
Nella sua saggezza la moglie di On gli salva la vita. Essa ragiona in termini halachici sostenendo che tutta la Congrega sono persone Sante, termine che indica una corretta condotta sessuale. Se io sono con il capo scoperto in casa mia, ragiona l’anonima moglie di On secondo Rashì, nessuno si azzarderà ad entrare per pudicizia. On ubriaco non partecipa alla rivolta ma non rompe neanche il giuramento in quanto impedito fisicamente.
Anche Korach ha una moglie che al contrario ne provoca la rovina.
"Disse la moglie di Korach a lui: ‘Guarda quello che sta facendo Moshè: lui è il re, ha nominato suo fratello Sommo Sacerdote ed i suoi figli vice sacerdoti. Se c’è della Terumà, ha detto, sia del Sacerdote, se c’è della decima che tu (levita) prendi, ha detto, datene un decimo al Sacerdote. Ed inoltre voi ha tagliato tutti i capelli e si è fatto gioco di voi come se foste un pezzo di rifiuto giacché ha messo l’occhio sui vostri capelli’. Disse a lei: ‘Ma anche lui lo ha fatto!’ Disse a lui: ‘Visto che tutto ruota attorno alla sua grandezza ha detto: ‘Che io muoia assieme a tutti i filistei’. Ed inoltre ha detto ‘Fatevi un filo di Techelet’, ora se ti dovesse saltare in mente che il techelet è una mizvà, prendi degli abiti di techelet e con essi vesti tutti i tuoi (compagni) della Accademia." (ivi)
Anche la moglie di Korach dunque ne influenza le decisioni, ma in questo caso in maniera terribilmente negativa tanto che la Ghemarà conclude interpretando i Proverbi (XIV,1):
"Colei che è saggia tra le donne costruisce la propria casa", questa è la moglie di On ben Pelet; "ma la folle la distrugge con le proprie mani", questa è la moglie di Korach.
Una lettura più attenta dei ragionamenti delle due donne scopre un elemento comune. I capelli.
Nel primo caso la moglie di On si scopre i capelli impedendo l'ingresso in casa a chiunque abbia rispetto della sua pudicizia, nel secondo la moglie di Korach si lamenta per un’improbabile invidia di Moshè per i capelli di Korach e compagni. Essa ridurrebbe la cerimonia di investitura dei leviti, nel corso della quale avviene la rasatura, ad una sorta di narcisismo di Moshè.
Questo nesso che tracciamo, apparentemente forzato, risulta più chiaro dal seguito della Ghemarà.
"Ed ascoltò Moshè e cadde sul suo volto" (Numeri XVI, 4) Che cosa ascoltò? Ha detto Rabbì Shemuel bar Nachmani a nome di Rabbì Jonathan: ‘Che lo sospettavano di relazioni con una donna sposata, come è detto (Salmi CVI,16) ‘E furono gelosi di Moshè nel accampamento’. Disse Rabbì Shemuel bar Izchak: ‘ciò insegna che ognuno di loro mise formalmente in guardia sua moglie contro Moshè’ come è detto (Esodo XXXIII,7) ‘E Moshè prese la Tenda e la piantò fuori dal Campo’" (ivi)
Come nelle migliori cospirazioni non può dunque mancare l’aspetto sessuale.
Se un uomo sospetta l’infedeltà di sua mogie con una persona specifica può iniziare un iter giuridico. Il primo passo dell’iter è l’enunciazione formale da parte del marito del suo divieto che lei si apparti con la persona in questione. Nel caso in cui la donna venga vista appartarsi ciò è sufficiente a renderla proibita al marito fintanto che non possa essere provata la sua innocenza. Anche il controverso procedimento della Sotà, dal quale si impara tra l’altro che la donna timorosa porta il capo coperto in pubblico, inizia con l’avvertimento formale da parte del marito a non appartarsi con una persona specifica.
Dunque qui abbiamo l’apertura in contemporanea di oltre duecentocinquanta procedure giudiziarie per adulterio nei confronti di Moshé nostro Maestro!
Il Marashà spiega che tale accusa si poggia sul fatto che Moshè come noto aveva interrotto ogni relazione sessuale con la propria moglie. Questo porterebbe i rivoltosi a pensare che, non essendo possibile secondo loro una totale astinenza sessuale, Moshé sarebbe necessariamente un adultero. In questa chiave andrebbe letta anche l’accusa di umiliazione mediante rasatura dei leviti, giacché l’arroganza e la superbia portano all’adulterio.
Lo Shlà Hakkadosh interpreta figurativamente l’accusa. La donna sospettata di adulterio dovrebbe andare al Tempio per sottoporsi al rituale della Sotà, ma in questo caso chi troverebbe? Il Sommo Sacerdote Aron, fratello di Moshè, il sospetto adultero. Si tratta dunque di un ulteriore protesta contro la nomina di Aron che di fatto secondo i rivoltosi rende Moshé immune da ogni procedura legale di adulterio.
Secondo Imreì Zvì i mariti sono irritati dalla presa che ha Moshé sulle donne. Come noto queste furono sin dal principio molto più ligie e ben disposte degli uomini alla accettazione della Torà. Quando questi chiesero i loro monili per il Vitello le donne rifiutarono mentre li donarono di buon grado per il Tabernacolo. Aprire la procedura di adulterio significa cercare di rimuovere questo legame di particolare feeling che si era creato tra le donne ed il Maestro.
Capiamo allora che tutta la rivolta, di per se grave nei termini in cui la esaminiamo generalmente, avviene parallelamente ad una campagna di demolizione dell’immagine di Moshé attraverso il sospetto di adulterio. Quello stesso Moshé che rinuncia alla propria di moglie per poter essere sempre pronto a ricevere la Parola del Signore.
In quest’ottica forse capiamo anche il tipo di punizione riservata ai rivoltosi, l’apertura della terra. La terra simbolo della materialità infligge la punizione a persone tanto materiali da accusare colui che aveva innalzato la propria anima al livello degli angeli del servizio, ed anche sopra, di un peccato così materiale.
Forse capiamo allora la gravità del peccato della Comunità di Korach tanto da mettere in dubbio la loro parte nel mondo futuro, quel mondo al quale ‘Tutto Israele hanno parte…’, come esordisce il capitolo mishnico. E’ comprensibile allora la rabbia di Rabbì Akivà che li esclude, ma è geniale Rabbì Eliezer che li pretende in seno ad Israele.
Come noto uno degli elementi della rivolta di Korach è il fatto che questi sapeva che sarebbe stato progenitore del Profeta Samuele. Sulle implicazioni di questa conoscenza ci siamo soffermati gli scorsi anni. La cosa interessante è che Rabbì Eliezer impara che Korach e compagni hanno parte nel mondo futuro da un verso della preghiera di Channà, madre di Samuele in occasione della nascita del Profeta. Si tratta della Haftarà del Primo giorno di Rosh Hashanà:
"Il Signore fa morire e fa rivivere, fa discendere nello Sheol, e fa risalire" (Samuele II,6)
Ricorderemo che Hannà fa voto di nazireato per il nascituro, voto che implica l’astensione dal taglio di capelli e dal bere vino. Hannà stessa viene scambiata in occasione della sua prima preghiera per una ubriaca dal Sommo Sacerdote Elì.
Il tema del vino e dei capelli torna in maniera straordinaria a conclusione della nostra storia. La nascita di Samuele è l’occasione per evidenziare il fatto che "I figli di Korach non morirono" ma risalirono letteralmente dallo Sheol che li stava inghiottendo al grido di "Moshè Rabbenu è verità e la sua Torà è verità".
Se nasce Samuele, insegna Channà, è perché i figli di Korach hanno saputo imparare, seppur all’ultimo, dalla moglie di On ben Pelet, dal suo vino e dai suoi capelli.
Dai capelli di una donna che mette il marito di fronte al fatto che il processo nei suoi confronti è stato aperto e che quindi porta la testa scoperta perché è già stata disonorata dalle accuse infamanti del proprio marito. Da una donna che sta alle regole della Sotà per testimoniare che è proprio la halachà che salva la vita di Israele.
Rabbì Jeudà sulla scia di Rabbì Eliezer dichiara la congrega di Korach come un oggetto smarrito che viene cercato e si poggia su un verso di re David che invocherebbe il perdono sulla Assemblea di Korach. Si tratta dello stesso David che verrà incoronato re d’Israele proprio dal profeta Samuele.
Noi non sappiamo se l’Assemblea di Korach avrà parte nel mondo futuro. Forse non è stato ancora deciso e forse dipende un po’ da tutti quanti noi, da quanto cercheremo quest’oggetto smarrito che non si trova.
Ogni generazione ha i suoi figli di Korach, ogni generazione ha coloro che si staccano dalla Assemblea e che stanno sprofondando nella terra in questo stesso momento. Saranno in grado di risollevarsi? Dipende anche da noi, dall’educazione che sapremo dargli e dall’esempio e dall’aiuto che sapremo offrire loro.
In questo senso "I figli di Korach non morirono", mi pare, possa riferirsi proprio a tutti quei figli di Korach che si trovano oggi sul ciglio della voragine aperta.
Sta a noi trarli fuori, a noi aiutarli ed insegnargli la cantica dei Figli di Korach. Sta a noi mettere in minoranza Rabbì Akivà, ci perdoni per questa volta, e accogliere l’Assemblea di Korach nel mondo futuro.
Sta a noi ricordare facendo ciò la pudicizia della moglie di On ben Pelet, della quale, per pudicizia, continueremo ad ignorare il nome.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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