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Parashat Sheminì 5762
"Ed ogni utensile di terracotta all’interno del quale cada uno di loro, ogni cosa che è al suo interno sarà impura, ed esso lo romperete." (Levitico XI, 33)
"all’interno del quale: un utensile di terracotta non diviene impuro altro che attraverso la propria aria (Kelim II,1). Ogni cosa che è al suo interno: l’utensile torna a rendere impuro ciò che è nella sua aria. Ed esso lo romperete: ciò insegna che non può essere purificato in un mikwe." (Rashì in loco)
La Parashà’ di questa settimana ci introduce, tra i suoi numerosi argomenti, alle complesse regole della purità rituale. Abbiamo più volte ricordato che prima ancora di ogni possibile connotazione morale, la purità è la condizione tecnica per poter entrare in contatto con la sfera del sacro ed in particolar modo poter accedere al perimetro del Santuario e mangiare cibi consacrati.
Esistono diversi livelli di impurità rituale: Av Hatumà (lett. Padre dell’immpurità - Fonte dell’impurità), Rishon (Primo), Shenì (Secondo), Shelishì (Terzo) e Reviì (Quarto). Ogni fonte di impurità (Av Hatumà) è generalmente connessa con la sfera della morte. Un cadavere o una carcassa animale sono Av Hatumà. L’impurità si trasmette generalmente per contatto perdendo (generalmente) un livello per passaggio. Da notare che esseri umani ed utensili non possono essere contaminati altro che da un Av Hatumà e conseguentemente non possono detenere un livello di impurità inferiore al Rishon. I livelli più bassi si riferiscono dunque essenzialmente a cibi e bevande. Cibo non consacrato (Chulin) e la Seconda Decima (Maaesr Sheni’ - quella parte del raccolto da consumarsi obbligatoriamente a Gerusalemme) possono giungere solo al livello di Shenì. La Terumà (la decima) può giungere sino al livello di Shelishì mentre il kodesh, il cibo consacrato, può addirittura giungere al livello di Reviì, il quarto ed ultimo livello di impurità.
E’ antica tradizione rabbinica che persino un cibo non sacro (chulin) può giungere al terzo livello di impurità. Rabban Yochannan ben Zakai, il grande Maestro iniziatore della rinascita del Sinedrio e del suo trasferimento a Yavne, non trovando alcun riferimento testuale a sostegno di questa regola la deriva da un ragionamento a forziori (kal vachomer - a maggior ragione). Rabbì Akivà trova invece per questa regola un espresso riferimento biblico.
"In quello stesso giorno ha insegnato Rabbì Akivà: ‘Ed ogni utensile di terracotta all’interno del quale cada uno di loro, ogni cosa che è al suo interno sarà impura. Non dice è impura, ma sarà impura (che si potrebbe leggere anche come renderà impura) renderà impura gli altri. Ciò insegna circa una pagnotta che detiene il secondo livello di impurità (essendo stata cotta in un forno di terracotta nel quale e’ caduto uno sheretz - uno degli otto piccoli animali che da morti rendono impuri al solo contatto diretto) che può rendere impuro un oggetto con il Terzo Livello. Ha detto Rabbì Jeoshua: Chi leverà la polvere dai tuoi occhi Rabban Jochannan ben Zakkai (i.e. potessi tornare in vita!) che tu dicevi che una generazione futura avrebbe dichiarato pura una pagnotta di Terzo Grado dato che non ha un verso della Torà che prova la regola (ma si poggia su un esile ragionamento a forziori), mentre Rabbi Akiva tuo discepolo porta un verso a sostegno che è impuro come è detto ogni cosa che è al suo interno sarà impura. (TB Sotà 27b)
Facciamo un po’ d’ordine.
Come abbiamo visto all’inizio nel commento di Rashì, gli utensili di terracotta hanno delle regole particolari. Il loro contatto esterno con un sheretz, il cadavere di uno delle otto specie di piccoli animali che indica la Torà, non li rende impuri. Se però uno sheretz cade all’interno del recipiente o del forno di terracotta, questo e’ impuro. Non serve che lo sheretz tocchi la parete interna del forno, basta che entri dentro e ne "tocchi" l’aria. Lo Sheretz è un av Tumà, il forno diviene impuro di Primo grado. Se nel forno c’era una pagnotta questa diviene a sua volta impura di Secondo grado, anche senza toccare né il forno né lo sheretz (in quel caso diverrebbe di Primo grado).
La domanda è: questa pagnotta di secondo grado rende successivamente impura una seconda pagnotta di Terzo grado?
E’ importante ricordare che si sta parlando di chulin, cibo non consacrato. I Maestri e con loro tutti i Farisei, Perushim, avevano però preso la decisione di cibarsi anche di cibo non sacro in stato di purità. Perushim, significa appunto separati, giacché essi si separavano dalla massa ricercando il sacro nel quotidiano trasformando la Casa e la tavola nel Santuario, ormai in declino.
La risposta alla domanda è affermativa. Rabban Jochannan ben Zakai però non era riuscito a trovare una dimostrazione testuale per questa regola e si è dovuto appoggiare ad un ragionamento a maggior ragione piuttosto complesso. Non solo. Rabban Jochannan era certo che prima o poi una generazione successiva di Saggi avrebbe dichiarato pura la "pagnotta di Terzo grado" proprio per la scarsa forza del suo ragionamento.
Infatti sebbene un Tribunale non possa cambiare una regola espressa da un tribunale precedente altro che se questo è maggiore in numero ed in Saggezza come si impara in Meghilla 2a, ciò si riferisce solo a quei decreti o disposizioni adottati dai Saggi e non a leggi esegeticamente derivate dal Testo biblico. In quest’ultimo caso se il ragionamento viene trovato non corretto può essere inficiato.
Rabbì Akivà, dopo la morte di Rabban Jochannan ben Zakai, evince dal nostro verso fonte la regola in questione e conferma invece, con una forte base, la regola del Maestro.
Come abbiamo letto all’inizio della Ghemarà poco prima riportata, questo insegnamento di Rabbì Akivà, apparentemente marginale a dire il vero, fu insegnato in quello stesso giorno. Rashì in loco ci ricorda che ‘quello stesso giorno’ è un giorno particolare che noi conosciamo. Si tratta del giorno della deposizione di Rabban Gamliel.
Appena prima della caduta del Tempio, come noto, Rabban Jochannan ben Zakai chiese ed ottenne da Vespasiano di poter trasferire il Sinedrio a Yavne assieme alla famiglia Presidenziale (di stirpe Davidica) dei discendenti di Hillel. A Yavne Rabban Yochannan mise Rabban Gamliel figlio di Rabban Shimon e nipote di Rabban Gamliel il Vecchio come Nasì, Presidente del Sinedrio. Rabban Jochannan rimase Padre del tribunale (vice Presidente). Quando questi morì il suo ruolo venne ricoperto da Rabbì Jeoshua, uno dei giganti della generazione. Costui ebbe però numerosi scontri con Rabban Gamliel. Questi scontri e la dispotica reazione del Presidente giunsero al loro culmine con una disputa nata da un’innocente domanda di un discepolo (che si scoprirà poi essere Rabbì Shimon bar Yochai) circa l’obbligatorietà della preghiera di Arvit. La divergenza e la conseguente umiliazione di Rabbì Jeoshua porta alla deposizione temporanea di Rabban Gamliel ed alla nomina di Rabbì Elazar ben Azarià a Nasì.
Quel giorno avvenne una cosa straordinaria: venne rimosso il guardiano del Bet hamidrash. Rabban Gamliel infatti non permetteva a tutti di venire a studiare sostenendo che "Ogni studente il cui interno non e’ come il suo esterno non verrà al Bet hamidrash" dicendo quindi che non basta essere apparentemente degni, si deve avere anche il Timore del Cielo (Maharashà). La rimozione del guardiano provocò l’ingresso di numerosi nuovi studenti tanto che quel giorno aggiunsero molte nuove panche, secondo alcuni settecento.
Rabban Gamliel vedendo ciò si dispiacque dicendo: Forse, D. non voglia, ho impedito la Torà da Israele. In sogno gli furono fatte vedere delle brocche bianche piene di cenere, come a dire che in fondo aveva ragione. Quei nuovi studenti non erano degni. Ma i Maestri ci insegnano che egli fu tranquillizzato perché in buona fede, ma che in realtà il suo approccio non era giusto.
Tanta fu l’enfasi di quella giornata che la Ghemrà in loco dice che in quel giorno fu insegnato il trattato delle testimonianze, Eduyot, e che non ci fu una sola regola che era rimasta in sospeso che non fu trattata e definita in quel giorno.
Sembra esserci una certa correlazione tra gli studenti non ammessi, le brocche di Rabban Gamliel e il forno di terracotta di Rabbì Akivà.
Si deve andare sulla quantità o sulla qualità? E ancora, si può rischiare che uno studente ‘abbassi la media’?
In quel giorno in cui i grandi di Israele disputavano sul metodo attraverso il quale aumentare e diffondere la conoscenza della Torà, rabbì Akivà insegna che un forno di Terracotta può comunque rendere impure delle cose al suo esterno.
Ossia la discussione non si esaurisce all’interno delle mura del Bet hamidrash. Ogni studente uscirà poi fuori, insegnerà ed avrà la sua vita. Non si può fare del Bet hamidrash un contenitore stagno anche se questo comporta il rischio di ‘abbassare la media’.
L’Ideale di una società che mantiene la purità del Santuario anche nelle case è la bandiera morale del mondo Farisaico al quale apparteniamo. Tendere ad una moralità completa in ogni fase della nostra vita. Ma questo non può minare la diffusione della Torà. Non possiamo smettere di fare forni di terracotta solo perché è possibile che divengano impuri, dobbiamo insegnare anche a coloro che non sono così come vorrebbero mostrarsi.
L’essere sporchi dentro, di cenere, non è necessariamente una carenza strutturale.
Rabban Gamliel va a scusarsi da Rabbì Jeoshua ma proprio in quel mentre fa un osservazione poco gentile nei confronti di questi per il nero che è sulle pareti della sua casa. Pare che fai il Carbonaio!
Non capisci, risponde Rabbì Jeoshua, la sofferenza dei Talmide’ Chachamim, e la loro necessità di alimentarsi, anche facendo lavori umili.
Rabban Gamliel si scusa e Rabbì Jeoshua perdona. Rabban Gamliel, di famiglia regale non capisce il nocciolo del discorso. Le sue brocche bianche non vogliono nascondere la disdicevole cenere che contengono, sono bianche nonostante la cenere che contengono.
Così i Talmidè Chachamim bloccati da Rabban Gamliel non sono perfetti, ma possono migliorare. Non sono completi, ma forse è colpa del lavoro che li occupa!
La risposta non può essere quella di chiudere le porte del Bet hamidrash.
Rabbì Akiva, dimostrazione vivente del fatto che lo studio non ha età e che un ignorante di quaranta anni può divenire il Maestro d’Israele, ci insegna che il pane di secondo grado rende impuro di terzo grado.
Ma è anche colui che appoggia l’apertura delle porte della scuola a tutti, giacché l’impurità della maggior parte del popolo rende permissibile persino il culto del Santuario in stato di impurità.
Non si può perdere di vista l’obbiettivo. Dinanzi al legittimo ed auspicabile disegno di un popolo oggettivamente puro, non si può negare che quello che si chiede ad Israele è di purificarsi.
E chiunque venga a purificarsi, i Saggi dicono, lo si aiuta.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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