Parashat Ki Tissa’
"E si volto’ e scese Moshe’ dal monte, e le due Tavole della Testimonianza nella sua mano, Tavole scritte dalle due parti, di qua e di la esse sono scritte. E le Tavole sono opera di D., e la scrittura e’ scrittura di D. incisa sulle Tavole." (Esodo XXXII, 16-17)
"Ha detto Rav Chisda’: ‘La scrittura delle Tavole e leggibile dall’interno ed e’ leggibile dall’esterno come ad esempio ‘NVUV – VUVN, RHB – BHR, SRU – URS’…" (TB Shabbat 104a)
Il peccato del vitello d’oro e la conseguente rottura delle Tavole rappresentano uno dei traumi maggiori che Israele abbia mai avuto. Un trauma, per certi versi, mai superato. Il peccato del vitello d’oro e’ strettamente legato pero’ alle Tavole non solo per il drammatico gesto di Moshe’, gesto che per altro verra’ annoverato in punto di morte come il suo piu’ grande merito (ultimo Rash’ sulla Tora’). Tale connessione e’ evidente dal testo stesso che nel descrivere il peccato torna piu’ volte a ricordare che Moshe’ ha nella mano le Tavole scritte dal Signore. C’e’ da chiedersi come mai il Testo abbia cosi’ a cuore marcare questo strano rapporto tra le Tavole ed il peccato del vitello d’oro.
Una prima lettura potrebbe suggerirci che cio’ viene a sottolineare la gravita’ della colpa. Rashi’ legge il termine ‘kecalloto’’, nel suo terminare (di parlare con Moshe’, e’ il momento della ricezione delle Tavole) come legato alla radice ‘calla’’, sposa. Ossia la colpa di Israele e’ particolarmente grave tanto da essere paragonata ad una sposa che si rende infedele al proprio marito gia’ da sotto la Chuppa’, il baldacchino nuziale. Israele cade dall’apice della spiritualita’ (Tavole interamente di origine Divina) all’apice dell’abisso, idolatria, immoralita’ sessuale che la accompagnava, ed omicidio di Chur.
Il Mesech Chochma’ propone pero’ una diversa lettura di questa relazione che tanto ha da insegnarci circa la natura dell’errore di Israele e la sua tremenda attualita’.
Rav Chisda’, lo abbiamo visto all’inizio, insegna nel trattato di Shabbat che in sostanza l’incisione Divina, quella stessa incisione ‘charut’ che i Saggi leggono ‘cherut’ liberta’, ad indicare che si e’ liberi solo quando ci si occupa di Tora’, e’ un incisione che trapassa la pietra rendendo la scrittura leggibile da entrambi i lati come dice espressamente la Tora’. Rav Chisda’ pero’, pur conscio che le tavole sono strettamente legate al miracolo, non sostiene come altri Maestri che la scrittura si legga normalmente da entrambi i lati. C’e’ un ‘dritto’ delle Tavole in cui la scrittura e’ normale ed un ‘rovescio’ dove la scrittura e’ ovviamente al rovescio: le lettere sono rivoltate e le parole sono rivoltate cosi’ come sottolinea Rashi’ in loco. Il nocciolo del miracolo e’ dunque per Rav Chisda’ relegato alla lettera Mem finale ed alla Samech. Si tratta delle uniche due lettere ‘chiuse’, circolari. Se il loro perimetro era inciso nella pietra da parte a parte, l’interno di pietra sarebbe dovuto cadere via. Invece aleggiava miracolosamente.
Il Meshech Chochma’ ci propone una straordinaria lettura di quanto dice Rav Chisda’. La leggibilita’ dall’interno e dall’esterno delle Tavole rappresenta le due diverse modalita’ di approccio nei confronti della Divinita’ e della sua Tora’.
E’ possibile avvicinarsi a D. dall’esterno. Dalla natura e dalla materialita’: come dice il profeta Isaia (XL, 26) ‘Innalzate all’eccelso i vostri occhi e guardate chi ha creato queste’. Si tratta della scoperta di D. attraverso la materia, attraverso il Suo creato. In questo senso gia’ hanno insegnato i Maestri (TB Eruvin 100b) che se non fosse stata data la Tora’ avremmo potuto imparare le regole del furto dalla formica, dei rapporti proibiti dalla colomba, della pudicizia dal gatto e via dicendo.
Si tratta di affermazioni molto forti ma dobbiamo ricordare che il mondo non e’ altro che il risultato dello Sguardo di D. attraverso la Tora’. Il mondo e’ la Visione della Tora’ che ha Iddio Benedetto. Si tratta dell’approccio che ebbe Abramo nostro padre quando guardandosi attorno (Bereshit Rabba’ 39,1) giunse alla conclusione che c’e’ Qualcuno che conduce il mondo. E’ l’approccio dei Padri che osservavano la Tora’ prima ancora che venisse data. Questa e’ la lettura dall’esterno.
E c’e’ la lettura dall’interno. Una lettura che parte dall’alto dal mondo della spiritualità’ per poi scendere nella materia. Questa e’ la modalita’ del Matan Tora’, del dono della Tora’. Nell’immaginario rabbinico il contatto con gli elementi spirituali corrisponde al contatto con gli angeli. Quegli stessi angeli cosi’ attivi nel dono della Tora’: angeli che si oppongono, che contrastano Moshe’ ma che poi accettano ed incoronano con le corone del ‘Faremo’ ed ‘Ascolteremo’ i figli d’Israele. La lettura dall’interno e’ per sua natura legata alla sfera del dono laddove quella dall’esterno e’ legata alla conquista. Ma e’ un errore pensare che una Tora’ che riceviamo in dono dall’alto non necessita la stessa o addirittura una maggiore preparazione rispetto ad una che costruiamo dal basso.
La lettura dall’interno e’ una lettura pericolosa. Il popolo d’Israele cade proprio nel corso di questa lettura. Il Meshech Chochma’ paragona questa caduta ad un'altra terribile storia avvenuta molti secoli dopo. Si tratta della storia di Elisha’ ben Abbuja’ colui che divenne ‘Acher’, l’altro.
Il Talmud (TB Chagghiga’ 14b) insegna che quattro Maestri sono entrati nel Pardes, il frutteto spirituale della lettura della Tora’ dall’interno. Ben Azai mori’, Ben Zoma’ impazzi, Acher falcio’ le piante (lascio’ la Tora’) e solo Rabbi’ Akiva usci’ in pace.
La storia di Acher e’ particolarmente traumatica. Si tratta di uno dei piu’ grandi Maestri dell’epoca, Maestro di Rabbi’ Meir, che improvvisamente lascio’ la Tora’ e l’osservanza delle mizvot.
Il Talmud (Chagghiga’ 15a) descrive l’errore di Acher. Entrato nel Pardes Acher vide l’Angelo Metatron sedere per scrivere i meriti di Israele. E’ noto che gli angeli non possono sedersi alla Presenza di D. e dunque Acher interpreta cio’ come una prova del fatto che esiste, D. non voglia, piu’ di una Divinita’.
Dinanzi alla immensita’ spirituale del principe tra gli Angeli, Metatron, il principale inviato di D., le cui dimensioni spirituali vanno secondo la Ghemara’ (ivi, 13b) dalla Terra fino al Merkava’ al Carro di D. Acher perde le proporzioni e pensa che si tratti di una divinita’.
Lo stesso errore lo compie Israele sotto al Sinai. Essi peccano proprio attribuendo a delle presenze angeliche un indipendenza che queste non hanno. Israele sotto al Sinai compie lo stesso errore della generazione di Enosh prima (la prima generazione idolatra) e di Elisha’ ben Abuja’ poi. Il fatto che ci siano degli elementi spirituali che sono stati magnificati da D. non significa, D. non voglia, che ci sia altro all’infuori di Lui.
Il vitello con cui pecca Israele non e’ altro che una delle quattro facce delle Chajot, le presenze angeliche che vede Ezechiele (cap. I) nella visione del Carro Divino. Resh Lakish indica (TB Chagghiga’ 13b) che le quattro facce insegnano proprio la supremazia Divina. Il leone e’ il re degli animali (chajot), il toro e’ il re dei bovini (behemot), l’acquila e’ il re dei volatili. L’uomo, la quarta faccia, domina su di essi, ed il Santo Benedetto Egli Sia domina su tutti loro e su tutto il mondo.
Il toro corrisponde poprio al vitello come si evince dai Salmi (CVI,19-20) ed infatti subito dopo il Talmud insegna che dopo la distruzione del primo Tempio, quando fu perdonato il peccato del Vitello d’oro, Ezechiele chiese ed ottenne che la faccia del toro venisse rimossa dalle quattro facce delle Chajot. Fu sostituita con la faccia di un bambino ad indicare la purita’ e l’assenza di peccato.
La presenza angelica sul Sinai non e’ solo un introduzione del Midrash ma e’ evidente nel testo: in Esodo XXVII,8 Iddio dice a Moshe’ di fare le Tavole dell’altare come ‘ti ha fatto vedere sul Monte’. Ed il Mesech Chochma’ dice che cio’ ci obbliga a dire che un angelo mostro’ lui la forma dell’altare.
E’ straordinario allora che Rav Chisda’ per spiegarci come erano leggibili le parole della Tora’ porta come esempio ‘NVUV – VUVN, RHB – BHR, SRU – URS’. Non cercate queste parole nelle Tavole, non ci sono.
NeVUV e’ BaHaR sono la prima e l’ultima parola del verso che ci insegna che e’ stato un angelo ad insegnare a Moshe’ la forma dell’altare. SaRU e’ il termine con cui Iddio indica a Moshe’ il fatto che Israele ha deviato dalla Tora’.
Ecco allora che il senso di quanto detto da Rav Chisda’ e’ proprio il fatto che Israele non sa’ leggere dal dritto le Tavole e scambia la presenza angelica per quella Divina e ricordiamo che secondo il Midrash fu poprio l’Angelo della morte a far vedere loro la bara di Moshe’.
Questi concetti non sono relegati a quell’incredibile evento del dono della Tora’, sono cose attuali che possono succedere e succedono ogni giorno. Acher che vede Metatron nel Pardes smette di osservare le mizvot come conseguenza di un evento materiale e tangibile. Non importa se fu a causa del brutale omicidio di uno dei dieci Saggi uccisi dai romani e se fu il vedere un uomo morire pur osservando il precetto del nido dell’uccelo per il quale e’ promesso lunga vita.
Acher era un uomo che dinanzi ad eventi incomprensibili cede. La differenza tra Acher e Rabbi Akiva dinanzi alla tragedia della persecuzione romana e’ che Rabbi’ Akiva aveva la forza e la consapevolezza di dire che ‘Ogni cosa che manda il Santo benedetto Egli Sia e’ in bene!’. La forza di ridire e dire lo Shema’ mentre si viene scorticati vivi dagli aguzzini.
Il Talmud, sempre in Chagghiga’ ( 16a) si chiede come abbia fatto Rabbi’ Akiva’ a capire il luogo della Gloria Divina nel Padres si da non guardarlo.
I Saggi propongono una serie di ragionamenti il cui comun denominatore e’ il fatto che Rabbi Akiva’ capisce che non ci si puo’ avvicinare a D. altro che per negazione come spiega Maimonide (More’ Nevuchim I, 51-60). Si’ puo’ capire Iddio solo attraverso le Sue azioni e la Sua Tora’, mai direttamente. Una delle proposte piu’ affascinanti proviene da Rabbì’ Chjia’ bar Abba a nome di Rabbi’ Jochannan che ci riporta al Sinai all’epoca del profeta Elia, quando a questi viene insegnato che puo’ venire un grande vento, ma non nel vento e’ il Signore, un terremonto, ma non nel terremoto e’ il Signore, e poi il fuoco, ma non nel fuoco e’ il Signore.
E dopo il fuco una flebile voce, quasi silenzio.
Li il profeta trova Iddio. Acher cercava la grandezza e la rivelazione in chiave ‘sinaitica’, trova Metatron e perde il contatto con D. e la sua Tora’. Rabbi’Akiva capisce che non si deve cercare il grande evento, ne’ l’eccelsa contemplazione mistica. Rabbi’ Akiva e’ colui che sa giungere dinanzi all’Eterno e non guardare!
In Shir HaShirim Rabba (1,4) dice Rabbi’Akiva spiegando il suo successo: ‘Non perche’ sono piu’ grande (in Tora’) dei miei compagni, ma perche’ cosi’ hanno insegnato i Maestri (Eduiot V,7): ‘ Le tue azioni ti avvicineranno e le tue azioni ti allontaneranno’.
Tutto dipende dalle nostre azioni.
Il servizio del Signore e’ un servizio del quotidiano. Un servizio che ci accompagna in ogni momento. Israele pecca quando dopo l’incredibile evento Sinaitico devono imparare il silenzio. Il quotidiano. E’ in quei quaranta giorni nei quali non si vede piu’ D. ne il Maestro che Israele pecca.
Questi drammi sono storia recente, sono oggi.
Nella Comunita’ di Roma dinanzi agli incomprensibili eventi di chi e’ stato piu’ brutale, se possibile, dei romani abbiamo ancora avuto un maestro che ha lasciato la Tora’, ed abbiamo avuto Rabbi’ Panzieri, sia il ricordo del Giusto di benedizione, che ha piantato l’albero della preghiera in mezzo al Tevere e che ha insegnato a quella generazione ed alle generazioni successive come si recita lo Shema sotto l’occupazione nazista, proprio come Rabbi’ Akiva’.
Ma piu’ ancora dei tragici eventi che tirano fuori il peggio ed il meglio delle persone la sfida per ognuno di noi e’ nel quotidiano, ogni giorno, nel silenzio.
La sfida nelle parole del Trattato di Avot, di girare e rigirare la Tora’ poiche’ tutto e’ in Essa. Di leggerla dall’interno e dall’esterno ma senza scordare mai che le nostre azioni ci allontaneranno e le nostre azioni ci avvicineranno alla prossima redenzione, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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