TORAH.IT
Parashat Tezzavvè 5762
"E farai un altare sul quale bruciare l’incenso, di legni d’acacia lo farai." (Esodo XXX,1)
"Ha detto Resh Lakish: ‘Il fuoco del Gheinnom non domina sui peccatori di Israele [e si impara da] un ragionamento a forziori dall’altare d’oro che non è ricoperto altro che da una lamina spessa un dinar d’oro ed il fuoco non ha dominato su di essa per molti anni; i peccatori d’Israele che sono pieni di mizvot come un melograno come è scritto ‘come uno spicchio di melograno sono le tue tempie’.(Cantico dei Cantici) IV,3-VI,7). Non leggere ‘Rakatech’, tempie, ma Rekanin Shebach, coloro che sono vuoti (di mizvot) in te; a maggior ragione!"
(Talmud Bavlì, Chagghigà 27 a)
Il trattato talmudico di Chagghigà si conclude con due insegnamenti circa la protezione di Israele dalle fiamme del Gheinnom, ossia dalla punizione temporanea che toccherà ai peccatori prima che questi possano giungere al giardino dell’Eden. Rabbì Abbau sostiene che il fuoco non domina sui Talmidè Chachamim, su coloro che studiano Torà. Questo si impara con un ragionamento a forziori (a maggior ragione, il primo dei tredici principi ermeneutici di Rabbì Jshmael in base ai quali si impara dal testo della Torà) con la Salamandra, il mitico animale biblico che nasce dal fuoco ed il cui sangue protegge dal fuoco. (Rashì su TB Chulin 127 a)
I Saggi sono invece interamente di fuoco, giacché le parole del Signore sono paragonate in Geremia (XXIII, 29) al fuoco. Il Talmid Chacham entra nelle parole della Torà e diviene fuoco come esse stesse. Sempre nel trattato di Chagghigà (ed in altre fonti talmudiche) si impara che uno studio puro di grandi Maestri ha più volte provocato la discesa di un fuoco celeste innocuo che ha avvolto i presenti, ed il caso più eclatante e controverso è senz’altro il Brit Milà di Elishà ben Abbujà poi divenuto Acher, l’altro.
Resh Lakish va oltre ed insegna, a conclusione del trattato, che persino i peccatori d’Israele non vengono colpiti giacché pieni di mizvot come un melograno, protezione quindi certamente maggiore della patina d’oro che ricopre il legno d’acacia dell’altare d’oro. Si tratta dell’altare interno, quello sul quale due volte al giorno veniva presentato l’incenso. L’altare d’oro o altare interno si trovava appunto all’interno del Santo di fronte all’Arca che era nel Santissimo e in mezzo alla Tavola alla destra ed alla Menorah alla sinistra. I nostri Saggi si sono lungamente interrogati nel testo circa la posizione di questo altare. Esso infatti non viene nominato con gli altri arredi nella Parashà di Terumà ma invece conclude il passo relativo alle vesti sacerdotali della Parashà di Tezzavvè. Sia il Ramban che Sforno, seppur in maniera leggermente diversa, sottolineano che lo scopo dell’altare d’oro è diverso da quello degli altri arredi in quanto questo non viene tanto a contenere la Presenza Divina quanto ad accoglierla manifestando la purezza d’intenti di Israele ed espiando per eventuali mancanze di rispetto legate al Santuario provocate dalla vicinanza con la Divinità che certamente richiede un particolare livello di attenzione.
Vorrei però soffermarmi sul legno di acacia, azzè shittim, che nella parabola di Resh Lakish corrisponde ai peccatori d’Israele che sono ricoperti da una sottile patina d’oro paragonata alle poche ma in qualche modo sufficienti mizvot, che hanno.
Gli arredi del Tempio sono fatti in gran parte da Azzè Shittim, legni d’acacia. I nostri Saggi hanno approfonditamente analizzato questi legni nella scorsa Parashà, in occasione di un particolare tecnico apparentemente secondario ma che è in realtà fondante.
Il Mishkan, il Santuario mobile del deserto ricorda Rav Mordechai Elon shlita sui cui insegnamenti questa lezione si basa, non è un palliativo temporaneo. Il popolo d’Israele è stato accompagnato dal Mishkan costruito da Moshè non solo per i quaranta anni nel deserto ma per tutta l’epoca di Jeoshua, dei giudici e dei re fino a Salomone. Più di cinquecento anni. Anni cruciali per la vita d’Israele. Si tratta dunque di una struttura affatto secondaria rispetto a quella di pietra di Jerushalaim.
Il corpo vero e proprio del Santuario, la Tenda, la struttura divisa in Santo e Santissimo, è costituita da una serie di pannelli di legno di acacia così come ci indica la Torà al capitolo XXVI dell’esodo. Si tratta dei Kerashim, pannelli alti dieci cubiti, larghi un cubito e mezzo e spessi un cubito che venivano accostati e connessi attraverso cinque berichim, letteralmente, cardini. Il lato nord e quello sud del santuario (il lato lungo) erano composti rispettivamente da venti pannelli, per un totale di trenta cubiti di lunghezza mentre il lato ovest era di otto pannelli (sei se eliminati gli angoli) per un totale di dodici cubiti, in tutto settantadue. Il lato est era aperto.
La Torà prevede che ognuno dei tre ‘muri’ abbia cinque cardini: ogni tavola aveva due anelli. Una volta affiancate le tavole venivano fatte passare delle sbarre, i cardini ‘berichim’ appunto, negli anelli in modo da unire la struttura. Queste due sbarre orizzontali, quella superiore e quella inferiore erano in realtà quattro in quanto ognuna di esse collegava solo mezzo ‘muro’. Un muro era quindi formato da venti tavole affiancate, ogni tavola viene percorsa da due sbarre orizzontali che sono legate ad essa negli anelli. Ogni sbarra però collega solo dieci tavole. Dunque ogni muro sarebbe formato da due parti di dieci tavole fissate da due sbarre, ma le due parti del muro rimangono sconnesse fin qui. C’è però una quinta barra, il cosiddetto ‘beriach haticon’. Il cardine di mezzo. Questo non scorre in anelli esterni ma piuttosto in un scanalatura interna delle tavole. La Torà lo definisce come quello che unisce da un lato all’altro. I nostri Saggi capiscono dunque che si tratta di un unico pezzo di legno che unisce tutte le quarantotto tavole e corre lungo tutti i settantadue cubiti di perimetro del Santuario. Si tratta di una sbarra di legno! Eppure essa unisce tutto il Santuario avvolgendolo. La cosa necessita certamente un miracolo giacché questa sbarra di legno deve essere infilata e compiere una U per tutti e tre i lati del santuario. Questa sbarra, il beriach Haticon è il collante del Santuario, è ciò che non si vede ma tiene tutto unito. E con un miracolo nel miracolo non solo varia il suo stato da solido a malleabile ma non si poggia nella scanalatura ed aleggia miracolosamente. (TB Shabbat 98b)
Rashì, stuzzicato da una particolarità grammaticale, ci spiega la radice di queste tavole di acacia. Le tavole, Ha Kerashim, sono l’unico arredo del Santuario per il quale la Torà utilizza l’articolo. Da qui si impara che l’ordine è di fare le tavole dal legno che era stato predisposto per ciò e Rashì chiama in causa il Midrash che insegna che Jacov nostro padre piantò acacie in Egitto in previsione dell’uscita e delle necessità per la costruzione del Santuario.
Jonathan ben Uziel, nella sua traduzione/commento in aramaico dice espressamente che il legno per il beriach haticon, per il cardine di mezzo è il legno dell’albero piantato a Beer Sheva da Avraham Avinu. All’uscita dall’Egitto gli angeli tagliarono l’albero di Avraham e lo buttarono nell’acqua del Mar Rosso. Durante l’apertura del Mare, come se non bastasse, Israele recupera questa sbarra di settantadue cubiti e ne fa il cardine del Santuario, e Jonathan ben Uziel lo chiama Achnai, serpente arrotolato, giacché come un serpente corre in questa fessura tra le tavole di legno.
Dunque l’origine delle tavole è, secondo Rashì, Jacov mentre per Jonathan ben Uziel l’origine del cardine di mezzo è Avraham.
Il Midrash Rabbà su Vajgash collega le due cose. Jacov si ferma a Beer Sheva prima di scendere in Egitto e fa sacrifici al D. di suo padre Isacco. A quel D. dal quale avrebbe tanto voluto sentirsi dire come già al padre, non scendere in Egitto! Ma Jacov deve scendere ed allora Jacov taglia l’albero di Avraham e lo porta con se in Egitto. Quello stesso legno diventerà gli arredi del Santuario.
‘‘Ed il cardine di mezzo in mezzo alle tavole.. ‘Ha detto Rabbì Jeoshua ben Levì ...e dove lo hanno trovato al momento’ Ciò insegna che quei legni si trovavano con loro dall’epoca di Jacov nostro padre e per questo è scritto in Shemot (XXXV) ‘ed ognuno presso il quale si trovano legni di acacia’
Il verso in questione è straordinario in tal senso. L’oro e l’argento vengono offerti, ma i legni li si trova in casa. Sono quelli che Jacov aveva distribuito: ed i settantadue cubiti fanno tanto pensare al nucleo di settanta anime che scendono in Egitto.
Negli anni bui della schiavitù nelle case degli ebrei è accatastata la legna che Jacov ha tagliato a Ber Sheva da quanto piantato da Avraham e trapiantato in Egitto. È la legna con la quale si farà quella sbarra unica di settantadue cubiti che è una in quanto unisce tutto. Non si vede ma senza di essa il Santuario non reggerebbe.
Spiega Rav Elon che se chi opera qui sono Jacov ed Avraham, il cardine è senz’altro Izchak. Quell’Izchak che spesso non si vede ma che è la forza nascosta dell’unità. È il giusto che lega ed è anche il giusto che pianta alberi come abbiamo visto a proposito della istituzione della preghiera di minchà quando egli uscì a pregare nel campo, ma anche a piantarvi alberi.
È appena passato Tu Bishvat, ma quando i saggi dicono che piantare un albero ha la precedenza sull’accogliere il Re Messia, hanno su che basarsi. Ogni idea di redenzione e di Santità si basa sulla capacità di piantare che ha caratterizzato i nostri Padri. Lo Zhoar dice appunto che il Beriach HaTicon, il cardine di mezzo, è radicato in Jacov ed Avraham ed il suo segreto, il senso profondo, è in Moshè. Moshè è colui che incarna questa caratteristica di collante umano per Israele. E per questo è Moshè da solo che edifica il Santuario pur non avendo eseguito materialmente ogni sua componente. È Moshè che sa mettere tutto e tutti assieme.
Questo è anche il senso profondo dell’insegnamento di Resh Lakish. Persino i più vuoti di mizovt in Israele sono pieni di mizvot come melograni. Essi sono paragonati alle tempie in quanto vicini agli occhi, ossia i Saggi i cui occhi sono sempre attenti e sono i Saggi gli occhi della comunità.
È questo senso di unità che fa si che persino coloro che non sono dotti di Torà formano un tutt’uno con i giusti attaccandosi alla loro Torà per un famoso principio halachico per il quale tutto quello che è attaccato ad una cosa pura è puro.
Ed è notevole che nello stesso verso il Cantico dei Cantici ricorda il filo scarlatto che diveniva bianco il giorno di Kippur per segnalare l’espiazione dei peccati di Israele.
Non è dunque un caso che la grande lezione dell’acacia del Santuario e dell’unità nella tradizione dei padri che essa rappresenta ci incontra ogni anno nei preparativi per la grande festa di Purim, la più grande delle feste del calendario ebraico, alla quale solo il giorno di Kippur si avvicina.
Si tratta della lezione dell’unità, la risposta all’accusa di Aman di ‘c’è un popolo diviso e disperso’ che è nell’invito di Mordechai ad Ester ‘vai! raduna! Tutti gli ebrei....’
La risposta ai nostri nemici è nel trovare quell’unità di un cardine di acacia simile ad un serpente, fuoco della Torà che avvolge coloro che la studiano con dedizione e che tiene unito Israele, Santuario del D. Vivente.
Shabbat Shalom e Purim Sameach,
Jonathan Pacifici
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