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TORAH.IT

Parashat Mishpatim 5762


"Ed il proselita non svergognare e non opprimerlo poiché proseliti siete stati in terra d’Egitto." (Esodo XXII,20)

"Ed il proselita non svergognare, con delle parole; e non opprimerlo con il furto di denaro." (Rashì in loco citando la Mechilta)

In una Parashà come quella di Mishpatim, che con tanta attenzione regola numerosi aspetti della vita sociale di Israele non poteva mancare, affianco alle leggi sul furto, sui danni, sui rapporti interpersonali, un riferimento al comportamento che la Torà richiede all’ebreo nei confronti del proselita, di colui che si converte.

Argomento delicato, ancora oggi particolarmente attuale, che a volte rischia purtroppo di essere elemento lacerante in seno alla comunità d’Israele. Cercheremo di approfondire, con l’aiuto di alcune fonti classiche, alcuni aspetti del proselitismo nell’ottica della Torà.

Inizieremo con il dire che l’attenzione che la Torà ci impone nei confronti del proselita è enorme. Dal nostro primo verso si imparano infatti ben due precetti negativi codificati dal Sefer Hachinuch rispettivamente come divieto 63 e 64. Il primo è il divieto di causare dolore ad un proselita con parole, ossia ricordandogli la sua origine o svergognandolo; il secondo è il divieto di approfittarsi economicamente della sua debolezza. Ma non è tutto.

Nel Talmud (TB Bavà Mezià 59b) i Maestri sostengono che colui che trasgredisce una di queste due mizvot trasgredisce nella realtà ben tre divieti.

Per quanto riguarda lo svergognare infatti il divieto, oltre che nel nostro verso viene ripetuto nel Levitico (XIX, 33). A questo va aggiunto il divieto che si applica ad ogni ebreo di svergognare il proprio prossimo, a prescindere dalla sua condizione di proselita, espresso sempre nel Levitico (XXV, 17). Per quanto riguarda invece l’oppressione economica oltre al nostro verso la proibizione viene ulteriormente ripetuta nella nostra Parashà (ivi, XXIII, 9). In più, sempre nella nostra Parashà, compare il divieto di opprimere un altro ebreo nel quale è evidentemente compreso il convertito.

Dunque la Torà sembrerebbe imporci una attenzione tre volte maggiore nei confronti del proselita rispetto al normale ebreo.

Lo stesso passo Talmudico riporta poi l’interessante opinione di Rabbì Eliezer Hagadol il quale motiva l’attenzione che la Torà ci chiede nei confronti del Gher, del proselita, tanto da metterci in guardia ben trentasei (!) volte (e secondo altri quarantasei !), con il fatto che l’istinto del male è particolarmente forte nel Gher.

La condizione psicologica del Gher è difficile, l’ingresso improvviso nel mondo delle mizvot senza una vera e propria educazione infantile in tal senso è difficile. Per questo il suo istinto del male è particolarmente sviluppato. La sua sensibilità deve richiedere maggiore attenzione.

La Ghemarà si riferisce poi alla fine del nostro verso ‘poiché proseliti siete stati in terra d’Egitto’ e cita un proverbio aramaico che è evidentemente sopravvissuto fino ad oggi negli stessi identici termini: ‘Non si parla di corde a casa dell’impiccato’.

Ossia la condizione di Gher è applicabile ad ognuno di noi giacché la nostra sottomissione alla Torà non deriva dai precetti di Avraham nostro padre, il primo tra i Gherim, quanto piuttosto dalla conversione e dalla milà che i nostri padri hanno fatto in Egitto. Dunque non solo siamo tutti proseliti in quale modo poiché discendiamo da un proselita seppur illustre, Avraham, ma ancora la nostra vera conversione non avviene altro che in Egitto. E di questo aspetto ci siamo già occupati sottolineando quanto l’elemento chiave sia l’osservanza delle mizvot.

Fin qui sembrerebbe l’elogio del proselitismo. Il massimo della tolleranza e della sensibilità. Ma come noto l’ebraismo non si distingue per il proselitismo: il proselitismo presenta dei problemi e non capirlo è altrettanto grave quanto svergognare un proselita.

Non deve stupire allora che lo stesso Talmud che ci abbia insegnato l’attenzione che dobbiamo avere nei riguardi del proselita e la stessa Torà che ci ammonisce in più punti sul fatto che questi è debole e va aiutato ci insegni nel trattato di Kiddushin (70b) l’altro lato della medaglia.

Ha detto Rabbì Chelbò: ‘Sono duri i Gherim pre Israele come la Sappachat’.

La Sappachat è una delle forme di Zarhaat, malattia della pelle generalmente impropriamente tradotta come lebbra. L’insegnamento si basa sulla coincidenza tra la radice verbale di Sappachat e quella che indica in Isaia (XIV,1) l’entrare di convertiti in seno ad Israele.

I proseliti vanno tutelati. I convertiti vanno protetti. Ma non è tutto rose e fiori. Sono duri per Israele come la Sappachat. Ma perchè?

Le Tosfot riportano Rashì che sostiene che i Gherim non sono esperti nell’osservanza delle mizvot e portano punizione su Israele: da una parte perché Israele impara dalle loro azioni improprie, dall’altra perché ‘fanno media’ nel conto collettivo dei meriti di Israele (abbassandola).

Il Rambam (Hilcot Issurè Bià 13,18) è piuttosto preoccupato dalla motivazione che spinge alla conversione. Il rendere permesse delle unioni altrimenti proibite. In questo senso c’è un conto aperto che Israele ha con i Gherim (ma anche un po’ con se stesso) giacché proprio l’Erev Rav, quel miscuglio di genti che si è attaccato ad Israele nell’uscita dall’Egitto istiga il popolo nel peccato del Vitello d’oro. E già hanno insegnato i nostri Saggi che non lo fecero altro che per permettere/permettersi i rapporti proibiti.

Le Tosfot inoltre sostengono che è talmente scrupoloso il livello di attenzione che la Torà ci impone che è difficile non svergognare/opprimere il Gher tanto da risultare una grave colpa per Israele.

Infine Rabbenu Avraham HaGher (citato dalle Tosafot) sostiene che al contrario è proprio per il fatto che i Gherim sono più scrupolosi nell’osservanza delle mizvot che questo è d’intralcio ad Israele giacché nel confronto è Israele a perderci e ad essere svergognato e punito da D.

E non cadiamo nell’errore di credere di poter scegliere uno degli approcci qui riportati giacché in effetti sono tutti validi. Tutti descrivono alcune delle problematicità intrinseche nelle conversioni.

L’ebraismo ci insegna che c’è un enorme potenziale in chi si converte, ma bisogna fare molta attenzione. Tra coloro che si convertono c’è chi è un problema per Israele in quanto ‘giusto’ (Rabbenu Avraham HaGher) ma c’è anche chi è un problema perché interessato solo al suo matrimonio altrimenti proibito (Rambam).

Tutta la scala di opinioni è non solo valida ma rappresenta problemi propri del Gher e soprattutto problemi di Israele. Che posso dire al proselita giusto? Sono io che non sono abbastanza giusto, il problema è mio. Ma anche nel caso in cui il proselita pensa solo al proprio interesse, il tribunale ha fatto tutto quanto in suo potere per mettere i giusti paletti?

Sono problemi aperti la cui soluzione non è certo facile.

Il Meshech Chochma (Esodo XXIII,17) ci illumina con un interessante simbologia.

È scritto nel Cantico dei Cantici (VII,2).

"Come sono belli i tuoi passi nei sandali, figlia di un nobile!"

Il nobile in questione (o forse il generoso) è Avraham (TB Succà 49b) il quale ha passato le dieci prove ed il quale è chiamato nobile (generoso) in Salmi 47,10 proprio in relazione alla sua capacità di avvicinare i proseliti. I passi nei sandali sono secondo Rashì i passi di Israele che si reca in pellegrinaggio a Gerusalemme in occasione delle tre feste in ottemperanza al precetto della Torà.

Il pellegrinaggio, Avraham ed i proseliti sono accomunati da un elemento: la prova.

Il pellegrinaggio è funzionale alla prova di fiducia. Una nazione intera lascia le proprie case, i propri campi ed i propri confini e va al Tempio fidando in D. Non sono obbligati ad andare coloro che hanno difetti fisici (Mishnà ChagghigàI,1)) e che comunque non possono fare gran che in termini di difesa militare, e coloro che non possiedono campi (TB Pesachim 8b) e che quindi non hanno gran che da perdere.

Il pellegrinaggio è il percorso della fiducia. Il lasciare la casa sguarnita perché Iddio mi ha rassicurato che non verrò danneggiato.

Avraham è l’uomo della fiducia, colui che ci ha insegnato ad avere fiducia e colui che ha insegnato ciò soprattutto ai convertiti.

Nel Talmud (TB Jevamot 47 a) impariamo infatti che nella generazione di David e Salomone non accettavano i convertiti. E così insegna Rashì su Isaia (54, 16) che nei giorni del Messia, possa giungere presto ed ai nostri giorni, non si accetteranno proseliti.

La conversione è un opportunità dell’esilio o comunque della condizione di non redenzione. Quando Israele è all’apice, David e Salomone non se la sentono di accettare conversioni. E proprio il Talmud in Jevamot ci dice che li si accetta nell’esilio ammonendoli: chi ve lo fa fare, ma non vedete che Israele sono perseguitati, oppressi ecc.

La conversione è un atto di fiducia. Come Avraham e come il pellegrinaggio. Non ci si converte per sposarsi, e neanche perché gli ebrei sono simpatici, potenti (!), o altro.

Ci si converte per porsi sotto le ali della Presenza Divina che sono per Israele il giogo delle Mizvot.

Come in ogni cosa l’ebraismo è lontano qui da ogni pulsione classista o razzista: l’ebraismo è una chiara meritocrazia halachica.

Il convertito è importante per Israele ‘verso il basso’ così come lo è il Coen ‘verso l’alto’.

Seè troppo facile accettare l’elezione di Israele se si è ebrei, si è disposti ad accettare l’elezione dei Coanim in seno ad Israele? E d’altronde si è disposti ad accettare il fatto che ebrei si può diventare a patto di perseguire una tenuta halachicamente corretta.

Mi pare che i Gherim così come i Coanim aiutano l’intero popolo a capire meglio la propria definizione. Sono i due estremi di una scala e scientemente non si toccano. Il Gher trova la sua collocazione in seno ad Israele sulla base delle azioni. Il Coen ha la sua definizione, almeno inizialmente, biologica. Forse è proprio per questo che un Coen non può sposare una convertita, per non mischiare i due limiti di Israele.

Ma che succede quando questi due opposti si scontrano?

Nel Talmud (Yoma 71b) troviamo:

"Hanno insegnato i nostri Maestri: ‘Avvenne che un Sommo Sacerdote uscì dal Santuario [all’uscita del giorno di Kippur dopo aver svolto il Servizio nel Santissimo] e tutti lo accompagnavano [in segno di onore per il Sommo Sacerdote]. Avendo visto Shemaià ed Avtalion lo lasciarono ed andarono ad accompagnare Shemaià ed Avtalion."

Shemaià ed Avtalion erano rispettivamente presidente del Sinedrio, ossia Nesì Israel, e capo del Tribunale. Le due massime autorità Halachiche dell’epoca. Essi erano convertiti, discendenti di Sancheriv re di Assiria così come impariamo nel Talmud Babilonese nel trattato di Ghittin (57b)

Il Coen Gaol in questione è uno dei tanti corrotti che hanno infangato l’epoca del secondo Tempio. La gente dell’epoca, generalmente molto preparata halachichamente, privilegia l’onore del Saggio (anche se convertito) rispetto al Coen Gadol ignorante così come si impara in TB Oraiot 13 a.

"Dopo di ciò vennero Shemaià ed Avtalion a congedarsi dal Sommo Sacerdote [in rispetto della sua persona, chiedendo il permesso di ritirarsi]. Disse loro ‘Vengano i figli delle genti in pace’. Dissero a lui ‘Vengano i figli delle genti in pace che si comportano con il comportamento di Aron, e non venga in pace il figlio di Aron che non si comporta con il comportamento di Aron.’"

Il Coen Gadol indispettito per il fatto che un Gher che diventa Nesì Israel è meglio di uno che nasce destinato al Sommo Sacerdozio e non fa nulla per essere degno della sua carica, offende i due illustri proseliti trasgredendo il divieto di cui ci siamo occupati.

Ed allora sono i due grandi Maestri che sottolineano che essi sono sì proseliti ma hanno capito a fondo il nocciolo del Sacerdozio di Aron, colui che amava la pace e rincorreva la pace!

Quel Coen è un ignorante, ed è all’apice del suo splendore come Sacerdote che esce incolume dal Santissimo. È stato nel luogo più Santo del mondo, al cospetto del D. di Israele. Ma è un ignorante. E nonostante ciò gli si deve dell’onore, in virtù di Aron.

Ma Shemajà ed Avtalion ci insegnano che si può essere Coen Gadol che esce dal Santissimo e non valere nemmeno l’onore di circostanza che due grandi della pace e dell’umiltà gli avrebbero accordato.

Quel Coen Gadol è morto, forse già quello stesso anno come molti dei suoi empi colleghi che non giungevano al Kippur successivo all’acquisto (!) della carica.

Israele vive ancora in Hillel e Shammai, discepoli e successori di Shemaià ed Avtalion.

Hillel il Principe, discendente di Re David e di Re Salomone che a buona ragione non accettavano proseliti studia la Torà dalla bocca di due proseliti e rischia l’assideramento in inverno su un tetto innevato pur di sentire parole di Torà in una fredda notte di Shabbat.

Per chi ha la nobiltà di Hillel e dà onore ai proseliti che diventano grandi nella Torà, dicono Shemajà ed Avtalion trasgredendo consciamente lo Shabbat per riscaldarlo: ‘Questo vale che si profani per lui lo Shabbat.’

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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