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TORAH.IT

Parashat Bo 5762


"E narrerai a tuo figlio in quel giorno dicendo: 'Per questo fece il Signore a me quando uscii dall'Egitto'. E sarà per te come segno sul tuo braccio e come ricordo tra i tuoi occhi affinché sia la Torà del Signore nella tua bocca, giacché con mano forte ti ha fatto uscire il Signore dall'Egitto. Ed osserverai questo statuto al suo tempo, di anno in anno." (Esodo XIII, 8-10)

E sarà per te come segno: l'uscita dall'Egitto sarà per te come segno sul tuo braccio e come ricordo tra i tuoi occhi. Che tu scriva questi brani e li leghi sulla testa e sul braccio. (Rashì in loco)

È precetto positivo narrare l'uscita dall'Egitto la notte del 15 di Nissan e noi mettiamo in pratica questo precetto attraverso la lettura della Haggadà.

Tale precetto lo si impara dal verso "E narrerai a tuo figlio in quel giorno dicendo: 'Per questo fece il Signore a me quando uscii dall'Egitto'" così come stabilisce il Sefer Hachinuch (9) mentre il Malbim scompone lo stesso verso in sei parti corrispondenti alle sei parti della narrazione. Abbiamo più volte ricordato come il Bet Hallevì nel suo commento in loco stabilisca un principio generale importantissimo secondo il quale la storia si modella sulle mizvot e non viceversa. Ossia noi siamo usciti dall'Egitto poiché la Torà contiene il concetto ed il precetto di Pesach, Mazzà e Maror e non viceversa.

Il verso che segue questo precetto collega in maniera fortissima l'uscita dall'Egitto con il precetto dei Tefillin: E sarà per te come segno sul tuo braccio e come ricordo tra i tuoi occhi affinché sia la Torà del Signore nella tua bocca, giacché con mano forte ti ha fatto uscire il Signore dall'Egitto.

Rashì in loco dice appunto che il verso si occupa del contenuto dei Tefillin: brani che si occupano dell'uscita dall'Egitto. Il testo si riferisce a questo contenuto con due termini distinti: segno e ricordo. Il Meshech Chochmà sostiene che il primo termine, segno, si riferisce al futuro mentre il secondo, ricordo, si riferisce al passato. L'uscita dall'Egitto non è solo un ricordo del passato, ma è un segno di speranza per il futuro che ci indica che così come Iddio ci ha redento in passato lo stesso avverrà presto ed ai nostri giorni.

Dunque i Tefillin della testa sono nella dimensione del ricordo laddove quelli del braccio sono nella dimensione del segno. I Tefillin del braccio si mettono sul yad cheà, sul braccio debole, a dire che se la situazione contingente di Israele è di debolezza, non perdiamo la speranza e ricordiamo i prodigi che Iddio fece e farà per noi. Il Meshech Chochmà prosegue nella sua identificazione delle differenze tra le due mizvot (ricordiamo infatti che ognuna delle due Tefillot è una mizvà a se stante) e lega il concetto di ricordo (e dunque la Tefillà della testa) al precetto di mangiare il Korban Pesach ed il concetto di segno (la Tefillà del braccio) alla mizvà di mangiare la mazzà. Sia il Korban Pesach che la mazzà sono legati al passato ed al futuro indicati da 'ricordo' e 'segno' da importanti particolari halachici.

Il Pesach infatti, come offerta sacra, può essere squalificato per via di una distrazione (assenza di concentrazione) nel corso del processo sacrificale, ed il motivo va ricercato nel ricordo dal parte dell'offerente delle diverse fasi (aspersione del sangue ecc.)

La mazzà è invece proiettata nel futuro e viene controllata e protetta sin dalle sue prime fasi di lavorazione in vista della sera del Seder. Dunque il Pesach ci insegna a ricordare, la mazzà a guardare al futuro con speranza.

Ma i Tefillin non si distinguono solo per orientamento temporale. La Tefillà della testa viene posta 'tra gli occhi' e si riferisce dunque al concetto di Hashgachà, di controllo, del controllo del Signore sul mondo della Sua influenza su ognuno di noi.

La Tefillà del braccio è invece posta vicino al cuore ed indica l'amore del Signore per il Suo popolo.

Il popolo d'Israele si divide come noto in quattro gruppi paralleli alle quattro specie del Lulav secondo il noto Midrash (Vaikrà Rabba 30,12) in funzione della presenza o meno di Torà e mizvot nell'individuo. Il Meshech Chochmà spiega sulla scia del Rambam (Morè Nevuchim III,8) che anche la Hashgachà, l'influenza/controllo di D. è proporzionale. Iddio si comporta in funzione del livello dell'uomo. L'amore di D. è invece uguale per tutti come spiega il Talmud nel trattato di Shabbat (88b) attribuendo a D. parole di amore verso Israele anche nel momento di crisi del vitello d'oro.

È vero dunque che Iddio giudica e ci responsabilizza valutandoci in funzione delle nostre azioni ma è anche vero che esiste una dimensione di amore uguale per tutti. Questi concetti sono riscontrabili in maniera assolutamente simmetrica nei Tefillin. Quelli della testa hanno quattro scompartimenti ed i quattro brani sono separati così come le diverse categorie di ebrei secondo la valutazione Divina. È l'approccio degli occhi, della ragione, della Hashgchà. La Tefillà del braccio, quella vicina al cuore è invece fatta di un solo scomparto. Una sola pergamena. Un solo amore.

Anche l'Halachà mantiene lo stesso schema. Ognuno deve essere fisicamente iscritto a partecipare alla mizvà del Pesach e legato ad una specifica bestia dalla quale mangia 'ognuno secondo il suo mangiare'. Ossia in base all'appetito. Tale distinzione non esiste per la mazzà dove vige solo la misura minima d'obbligo.

I Tefillin della testa e del braccio rappresentano poi lo studio (testa) e l'azione (braccio). Anche qui mentre lo studio è proporzionale alle capacità dell'individuo (ognuno dei quattro figli ha uno scompartimento nella Tefillà della testa), l'azione, l'azione della Halachà, è una per tutti. Se per D. il ricordo coincide con l'azione, giacché non c'è dimenticanza dinanzi a Lui, per l'uomo si tratta di due concetti separati.

La sfida di Israele è proprio quella di ricomporre questi due elementi. La sfida di legare assieme il ricordo del passato con la speranza del futuro, il diritto all'indipendenza intellettuale ed il dovere del rispetto della legge nella sua univocità. E non dimentichiamo che Hillel il Vecchio mangiava tutto assieme, Pesach, Mazzà e Maror.

I Tefillin sono sì due mizvot separate ma il nostro compito è quello di legarle, è quello di trasformare la pluralità tipica dell'uomo nella unicità della Torà del Signore. Di partire dalla "prima" pagina di ogni trattato del Talmud che si chiama 'pagina due' e trovare quella pagina uno che non può essere scritta ma che è la radice del trattato intero. E dunque i due Tefillin si fondono 'affinchè sia la Torà del Signore nella tua bocca.'

Il Naziv di Volozin (Emek Davar) spiega appunto che i Tefillin sono 'una specie di Torà ed è per questo che nella Mechilta è detto che chi indossa i Tefillin è come se leggesse nella Torà e per questo colui che si occupa di Torà è esente dai Tefillin.' Non, D. non voglia, che non abbia l'obbligo ma piuttosto che occupandosi di Torà ha già raggiunto lo scopo dei Tefillin e questi perdono il loro motivo razionale pur rimanendo uno statuto del Re, come quelle mizvot che non hanno un chiaro senso.

Dunque l'esperienza dell'uscita dall'Egitto, che come abbiamo più volte visto è la fonte della sottomissione alla Torà, si traduce nel quotidiano nella basilare mizvà dei Tefillin. È proprio legandoci ai Tefillin che leghiamo le due parti dell'uomo che corrispondono ai due precetti.

È proprio da questa coincidenza tra Pesach e Tefillin che l'Halachà trae un interessante spunto.

Ed osserverai questo statuto al suo tempo, di anno in anno.

Rabbi Akivà ci mette subito in guardia spiegandoci che si parla del Pesach e non dei Tefillin. Nonostante ciò la Mechilta (17,10) basa su questo verso l'invito a controllare l'integrità dei Teflillin ogni dodici mesi. Il Meshech Chochmà coglie l'occasione per spiegarci i criteri per essere rigorosi o meno nel controllo e traccia una profonda distinzione tra i precetti positivi e quelli negativi. Per quanto riguarda i precetti negativi l'avvenuta trasgressione involontaria non comporta praticamente nulla. Non è lo stesso per i precetti positivi. L'involontaria astensione da un precetto positivo non comporta il premio dell'azione. Ciò è facilmente riscontrabile nelle regole del rispetto che si deve nei confronti del morto ossia l'astensione dal sottolineare la sua impossibilità di mettere in pratica le mizvot: 'Loegh Larash'. Una veste di lana e lino è proibita dalla Torà, non può essere indossata né ceduta ad un gentile. Può però essere usata come sudario per un morto e non c'è timore di offenderlo giacché si tratta di un precetto negativo e come tale la sua esecuzione involontaria (ed il morto è involontario per eccellenza) non comporta nulla. L'azione non sussiste.

Non è lo stesso per gli ziziot o i tefillin appunto, che vanno coperti o rimossi prima di entrare in un cimitero. Il precetto positivo, anche se tralasciato per un temporaneo impedimento (come essere morti!!!) non è recuperabile. Da qui i criteri per il controllo. È noto che un pacco di carne trovato nei pressi di una zona ebraica dove la statistica lo vuole kasher è kasher. Anche se fosse Taref colui che ne mangia (una volta che è dichiarato kasher) non ha trasgredito nulla. Non così è per una mezuzzà o dei tefillin. In quanto precetti positivi la loro inadempienza anche se forzata comporta la perdita del precetto e del suo premio. È per questo che vanno controllati laddove la carne no.

Questa differenza è apprezzabile anche in due diversi gradi di controllo che usiamo per la mazzà. La mazzà che usiamo per la sera del Seder, quella che ci fa uscire d'obbligo dal precetto positivo di mangiare mazzà è chiamata shmurà, osservata, e viene infatti controllata in maniera 'maniacale' laddove il controllo è meno rigido (proporzionalmente) per la mazza che si mangia negli altri giorni il cui status è piuttosto quello di pane non lievitato e quindi permesso (ma non è obbligatorio mangiarne). In questo senso prende una particolare luce un noto uso degli ebrei di Roma che è quello di conservare un pacco di mazzà fino al Pesach successivo per paura che per via di qualche impedimento non si riescano a fare le mazzot. Ciò va inteso dunque come particolare precauzione per il precetto positivo della mazzà della prima sera e non per il resto della festa nella quale, volendo, si può fare a meno delle azzime, e conta solo non mangiare chamez. Si tratta infatti di un precetto positivo e si devono prendere tutte le attenzioni possibili giacché un impedimento non sana l'assenza della mizvà.

Per concludere mi pare che quanto vale per i precetti positivi del Pesach, della mazzà e dei Tefillin valga quanto mai per il principe dei precetti positivi, lo studio della Torà. Così come si deve fare un controllo periodico ai Tefillin ed alle mezzuzot si debbono fissare i propri momenti per lo studio della Torà che è essa stessa un controllo ed una correzione per le nostre persone. Non solo si deve controllare e correggere i Tefillin, ma anche si deve controllare e correggere il nostro comportamento in generale.

Per questo l'invito è quello di seguire l'esempio di Rabbì Jochannan che metteva i Tefillin e studiava. Solo unendo lo studio all'azione e soprattutto anteponendo l'azione allo studio possiamo controllarci e correggerci, correggendo il mondo con noi.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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