“E vide Israele i figli
di Josef e disse: ‘Chi sono?’E disse Josef a suo padre: ‘Sono i miei figli, che
D. mi ha dato per questo’. E disse: ‘Avvicinameli per favore e li benedirò”
(Genesi XL, 8-9)
‘per questo’: gli ha mostrato il contratto degli Erusin ed il contratto della Ketubà ed ha chiesto Josef misericordia sulla cosa e si posò su di lui lo Spirito Santo. (Rashì in loco)
Completiamo questa settimana, a D. piacendo, il libro di Bereshit, il libro della Creazione. La Creazione non si conclude infatti con la prima delle Parashot del nostro libro e la Torà ci vuole insegnare, proprio nel primo dei suoi cinque libri, che la creazione è un processo continuo nel quale l’uomo è chiamato ad esser socio del Signore.
La creazione è un processo che si rinnova ogni giorno non solo a livello macroscopico. La creazione si rinnova in ognuno di noi, in ogni momento, nei meandri della nostra anima. L’esistenza, ci insegna il libro di Bereshit, non è una mera condizione biologica. La vita non è solo un processo chimico. Si può essere fisicamente vivi ma moralmente morti e si può essere biologicamente trapassati ma spiritualmente presenti. É di questo che discutono Josef ed i propri fratelli nel loro percorso di riconciliazione. Josef chiede a iosa se il padre è effettivamente ancora vivo e lo stesso fa Jacov per il figlio. E le risposte dei fratelli non soddisfano. Sapere che Josef è il vicerè d’Egitto non basta a Jacov per sapere che egli è in vita. Jocov vuole sapere che cosa ricorda della Torà, come vive la propria vita ebraica, solo allora può veramente dire: Josef è vivo.
È per questo che Israel nostro padre non è mai morto. I suoi giorni si sono avvicinati alla morte, a quel momento in cui tutti scompaiono, ma non Jacov. Non quell’Israele che ha saputo piantare l’albero della vita costruendo le tribù d’Israele. Israele siamo noi, ed Israele vive.
Prima di ‘riunirsi al suo popolo’ Jacov nostro padre assegna a Josef la primogenitura. Non il comando politico che spetterà a Jeudà, né quello spirituale di Levì. Josef diviene primogenito, bechor, e quindi ha diritto a due porzioni di eredità, e cioè di territorio nella Terra d’Israele.
Jacov eleva quindi Efraim e Menashè suoi nipoti, figli di Josef, al rango di figli propri. Questa elevazione viene accompagnata da una benedizione particolare. In tale occasione avviene tra l’altro la curiosa inversione della primogenitura tra i due fratelli di cui più volte ci siamo occupati.
Dai versi risulta molto strano però come Jacov all’improvviso non riconosca i propri nipoti. È vero la Torà afferma che Jacov era ormai cieco, eppure Josef lo riconosce bene, e chi altri doveva portare con se?
I Saggi hanno profondamente riflettuto su questa stranezza sottolineando che in quel momento Jacov vide tutta la progenie di Josef e, nel vedere le cattive azioni di Jeravam, Achv e Jeù (re d’Israele che si sono distinti per malvagità), chiese ragguagli circa l’effettiva paternità/maternità di Efraim e Menahsè.
L’Or HaChajm dice che Jacov si rattristò vedendo le suddette cattive azioni. La tristezza comportò l’allontanarsi della Presenza Divina. È un grande insegnamento questo che ci fa riflettere su quando la gioia sia un elemento fondamentale nel servizio di D.
È allora straordinario quanto avviene. Josef tira fuori i documenti. Tira fori non solo la Ketubà, ma anche il contratto di Erusin. Josef spiega al padre che il proprio matrimonio è stato fatto secondo tutti i criteri halachici, rispettando le regole degli Erusin prima e dei Nisuin poi.
Ma chi sposa Josef?
Il testo della Torà dice che Josef sposa una certa Asnat, figlia di Poti Fera, sacerdote di On. I nostri saggi identificano questo Poti Fera come Putifar. Ossia Josef sposerebbe la figlia di Putifar a sottolineare l’assenza di ogni rapporto con la moglie di Putifar, nel qual caso la figlia sarebbe stata halachicamente proibita.
Ma c’è dell’altro. Il Midrash citato da Chizkuni in loco e da Rabbenu Bechajè sostiene che Asnat fosse in realtà figlia di Dinà. Essa sarebbe nata dalla violenza di Shechem su Dinà. I figli di Jacov, per la vergogna, volevano uccidere la neonata. Jacov allora, per salvarle la vita la allontanò non prima di averle legato un ciondolo attestante la sua appartenenza alla Casa di Jacov. Secondo lo stesso midrash l’Angelo Gavriel guidò Asnat fino in Egitto alla casa di Putifar che la adottò.
Mentre Jacov percorreva le strade dell’Egitto le donne gettavano contro di lui i propri monili ed Asnat, non avendo altro, gettò il proprio ciondolo. Josef lo riconobbe e la sposò.
È straordinario dunque che parallelamente alla vendita di Josef, esplicita nei versi della Torà, esista una vendita al femminile, quella di Asnat, della quale non parla il Testo, ma di cui parla la tradizione orale. Ciò è sintomatico dell’approccio femminile alla Torà, l’approccio della modestia.
I figli di Israele non sanno relazionarsi con Asnat così come non sanno relazionarsi con Josef. È solo dopo che la Torà ci insegna che questi volevano uccidere il fratello che possiamo capire come volessero uccidere una nipote simbolo dell’affronto e della violenza subita dalla sorella.
Secondo una versione del midrash Josef mostra a Jacov il ciondolo che lui stesso aveva dato ad Asnat. Josef sta spiegando al padre la radice di Efraim e Menashè. Josef è colui che sa crescere due figli ebraicamente nel mezzo dell’idolatria egiziana. Questo non sarebbe stato possibile senza una compagna anch’essa della Casa di Jacov.
La storia di Asnat non è meno importante di quella di Josef, né lo è la sua prova. Efraim e Menashè che diventano il modello al quale deve aspirare Israele, tanto che si benedicono i figli invocandoli simili ad Efraim e Menashè, non sarebbero potuti crescere senza Asnat. Ed ancora se è vero che Josef ha certamente insegnato Torà ai propri figli, allo stesso tempo è evidente che le necessità del governo devono necessariamente averlo impegnato molto, soprattutto negli anni dell’infanzia dei suoi figli.
Dunque Josef spiega a Jacov anche sua moglie è ebrea, che anche lei è stata allontanata. Efraim e Menashè sono dunque la ricomposizione non solo della storia di Josef, ma anche di quella di Asnat.
Capiamo allora perchè Jacov dà a Josef la città di Shechem asserendo che questa è la parte in più che prende rispetto ai propri fratelli.
Shechem, il teatro della violenza su Dinà, che genera Asnat, diviene il luogo della sepoltura di Josef ed il simbolo della primogenitura di Josef.
Alla domanda assillante dei figli di Jacov che chiude quell’episodio e che vuole giustificare l’uccisione di un intera città, risponde Josef, dopo vent’anni.
“Nostra sorella dovrebbe essere resa una prostituta?” chiedono a Jacov i figli. Shechem propone infatti di pagare una Ketubà, e già i Saggi dicono che una Ketubà retroattiva sarebbe come il pagamento che si dà ad una prostituta, non un contratto che rende sacra l’unione.
È Josef però che ci insegna che la santità non si reintroduce nella casa di Jacov con l’omicidio o con la vendetta ma con l’educazione, con quel processo di crescita che è l’halachà.
La risposta ebraica alla violenza di Shechem la dà Josef che sa prendere Asnat, figlia di Shechem e Dinà e santificarsela con la Ketubà secondo la Legge di Moshè e d’Israele.
Josef mostrando il ciondolo a Jacov gli ricorda che il padre, non ebreo, non ha rilevanza halachica ed è il nonno, Jacov, ad avere degli obblighi di genitore nei confronti del bambino.
Per questo Josef viene sepolto a Shechem.
Abbiamo già ricordato che la sepoltura di Josef è la prima cosa che Giosuè ed il popolo fanno entrando in Erez Israel. Ebbene la prima presa di coscienza che il popolo deve fare iniziando la sua nuova vita in Israele è proprio quella del senso della famiglia. Della sacralità dell’unione sancita dalla Ketubà.
Noi entriamo in Erez Israel e ci rechiamo subito a Shechem, dove nostra figlia Dinà è stata violentata e spieghiamo al mondo che siamo qui per costruire una società diversa, che si basa su Josef e su Asnat.
Una società dove l’uomo non soddisfa pulsioni ma santifica la propria vita con un comportamento corretto.
Una società che ripudia la violenza carnale e vive nella Ketubà.
Shimon ben Shatach, il Maestro che ha ripristinato la corona della Torà nell’epoca buia dell’ellenismo ha codificato due regole straordinarie come capisaldi contro l’assimilazione: la scuola ebraica e la Ketubà. Ha probabilmente imparato da Jeudà e da Josef, che ci insegnano ancora oggi che da quest’esilio se ne esce solo attraverso l’educazione e l’edificazione di famiglie attraverso la Chuppà ed i Kiddushin.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici