“E
sarà, quando vi chiamerà il Faraone e dirà: ‘Qual’è il vostro operare’? E
direte: ‘Uomini di gregge sono stati i tuoi servi dalla nostra gioventù fino ad
adesso, sia noi sia i nostri padri’, affinché risediate nella terra di Goshen,
poiché è abominio per l’Egitto ogni pastore di gregge.” (Genesi XLVI,
33-34)
“poichè è abominio per l’Egitto ogni pastore di gregge: dal momento che essi sono per loro divinità” (Rashì in loco)
Israele
scende in Egitto. La Torà sottolinea più volte il passaggio dalla Terra
d’Israele alla terra d’Egitto come una discesa, soprattutto prima che questa
avvenga. Stranamente però il termine ‘scendere’ viene sostituito dal termine
‘giungere’ proprio in concomitanza con gli eventi. Rav Chajm Friedlander nel suo commento alla Haggadà di Pesach
spiega (sulla scia del Gaon di Vilna) che mentre prima della discesa Jacov e la
sua famiglia erano pienamente consapevoli della discesa spirituale determinata
dal passaggio in Egitto, una volta presi dagli eventi questi “dimenticano”
l’aspetto di discesa morale intrinseco nella discesa geografica.
La
‘tumat mizraim’ , l’impurità dell’Egitto, inizia a far presa su di loro.
Nonostante ciò è la consapevolezza che avevano prima di scendere che li salva e
permette loro la redenzione. Ciò è certificato anche dall’Autore della Haggadà
che asserisce che il termine ‘vajagor’,
e abitò, ‘insegna che non scese Jacov nostro padre per risiedere in
maniera stabile, ma solo per abitarci in maniera temporanea’.
È
dunque la preparazione fisica e spirituale della discesa che permetterà
generazioni dopo la redenzione. Questa preparazione è simbolicamente racchiusa nell’ invio come
avanguardia di Jeudà, re d’Israele, che viene mandato in Egitto a disporre, che
Rashì in loco intende ‘a disporre per lui un Bet Talmud ’. Dunque prima
ancora che le settanta anime della casa di Jacov scendano in Egitto il primo
Bet Midrash d’Egitto è già in piedi.
Anche i versi successivi, quelli che descrivono il
commovente incontro tra Jacov e Josef sono pieni di riferimenti halachici dei
quali del resto ci siamo occupati negli scorsi anni, dai carri che
simboleggiano la mizvà della Eglà Arufà, la giovenca accoppata, alla lettura
dello Shemà di Jacov nostro padre.
Jacov sembra occuparsi esclusivamente di Torà. Bet Midrash, mizvot, keriat Shemà. Risulta quindi particolarmente stridente il
contrasto tra questo approccio alla discesa in Egitto e quello di Josef.
Dopo che la Torà ci insegna con un verso la
centralità dello studio della Torà (XLVI, 28) e con due come si canalizza la
gioia degli eventi al servizio Divino, (29-30) essa impiega ben dieci versi per
descriverci come Josef prepara i fratelli per poi convincere il Faraone a farli
vivere nella Terra di Goshen permettendogli la pastorizia.
Jacov sembra preoccuparsi solo della Yeshivà, Josef
si preoccupa solo delle pecore.
I Saggi ci insegnano però a scrutare attentamente i
passi nei quali la Torà si dilunga, a volte in maniera apparentemente
ripetitiva su un certo argomento. La Prof.ssa Nechama Leibovitch (Yunim
Chadashim al Sefer Bereshit p.366) si occupa proprio di questo.
Josef spiega chiaramente ai fratelli le sue
motivazioni: affinché risediate nella
terra di Goshen, poiché è abominio per l’Egitto ogni pastore di gregge.
Rabbì
Izchak Aramà spiega in loco:
“Ha
scelto per loro la cosa buona e retta e gli ha reso odioso il potere, giacché
non c’è dubbio che se avesse voluto li avrebbe nominati capi di migliaia e capi
di centinaia sul regno, ma ha voluto che dicessero che essi sono pastori di
gregge dalla loro infanzia, sia essi che i loro padri, tanto che il lavoro è
loro retaggio da prima e non possono muoversi da essa, e questo è perché li
allontanasse dal risiedere lì in Egitto, giacché è un abominio per l’Egitto
ogni pastore di gregge. Ed il seguito di ciò e che risiedano nella Terra di
Goshen….”
Dunque Josef si preoccupa subito del luogo di residenza dei propri fratelli e per giustificare la loro presenza lontano dai centri del potere ricorda il loro lavoro. Il motivo non è solo negativo però. Ossia non è una preoccupazione per la sensibilità degli egiziani; piuttosto si preoccupa Josef di trovare loro un luogo nel quale questi possano vivere mantenendo un comportamento ebraico.
E
spiega in loco il Naziv di Volozin nell’Emek Davar
“e
non li ha voluti far risiedere in un luogo densamente popolato. Così ha voluto
Josef modificare gli eventi per giungere all’obiettivo che si era prefissato di
risiedere isolato, anche se questo comporta che suo padre ed i suoi fratelli
fossero disprezzabili per questo agli occhi del Faraone. In ogni modo qualsiasi
cosa è conveniente per giungere al fine indispensabile di preservare la santità
d’Israele.”
Dunque dice il Naziv, vale la pena essere scansati, se questo mantiene la Santità d’Israele. Josef non vuole che il nuovo nucleo ebraico si integri con l’Egitto. Avrebbe potuto mettere i propri fratelli in politica con ovvi vantaggi contingenti per tutti. Ma non è questo che cerca Josef. Se Jacov capisce ed insegna a Jeudà che non si può vivere senza una scuola dove studiare Torà e costruire così una società ebraicamente valida, Josef ci insegna che è altrettanto indispensabile preoccuparsi di mantenere uno stile di vita ebraico nel lavoro e nelle residenze.
Josef ci insegna che se è scontato il valore e l’importanza di mandare i bambini alla scuola ebraica, è allo stesso tempo importante preoccuparsi che vivano vicino al nucleo della comunità e che si occupino di una professione che permetta loro una vita ebraica.
Rabbì Izkahk Aramà, nel suo commento che abbiamo precedentemente citato, utilizza un espressione, quella di ‘odiare il potere’ che è il centro dell’insegnamento di uno dei pilastri di Israele.
Leggiamo nel trattato di Avot:
“Shemaià ed Avtalion ricevettero [la Torà], dai precedenti. Shemaià dice: Ama il lavoro e odia il potere, e non essere vicino al governo.”
Siamo nel primo capitolo del trattato, le coppie citate sono il Presidente del Sinedrio, Nesì Israel, ed il Capo del Tribunale. Shemajà ed Avtalion sono discepoli di Jedudà ben Tabai e Shimon ben Shatach ed a loro volta maestri di Hillel e Shammai.
Rabbì Ovadià da Bertinoro, dopo averci ricordato che
Shemajà ed Avtalion sono due convertiti, ci spiega che l’amore per il lavoro va
inteso come ‘persino se ha di che alimentarsi, deve occuparsi di un lavoro.
Giacchè la nullafacenza porta alla noia’. Ed odia il potere: e non dire io sono
una persona grande e mi e’ vergognoso occuparmi di un lavoro….’
C’è dunque un valore intrinseco nel lavoro. Soprattutto quando questo viene capito in un ottica ebraica. Il potere politico allontana dalla Torà, non così il lavoro, questo educa, rafforza e sostiene lo studio.
Nel trattato di Berachot troviamo (TB Berachot 8)
“Ed ha detto Rabbì Chjà bar Amì a nome di Ullà: È più grande colui che gode della sua fatica di colui che Teme il Cielo. Dal momento che di colui che Teme il Cielo è scritto: ‘Beato l’uomo che teme il Signore’ mentre di colui che gode della sua fatica è scritto: ‘Quando mangerai della fatica delle tue mani, beato a te e bene a te’. Beato te in questo mondo e bene a te nel mondo futuro.”
Dunque colui che teme il Signore è premiato in questo mondo mentre colui che gode della propria fatica è premiato in questo mondo e nel mondo futuro. Ma chi sono questi due personaggi?
L’Alshich è su questo tema monumentale.
“Ed ecco che è evidente la difficoltà se colui che gode della fatica è anche esso temente del Signore o no. Se è temente del Signore è facile, dato che sono meglio le due qualità di una sola, e se non è temente del Signore ma solo ruba e froda le creature e gode della sua fatica non c’è motivo che abbia un merito nel suo mondo. E c’è chi spiega che si tratta qui di cose permesse e proibite nelle quali ci sono due persone che nei casi in cui c’è un minimo di dubbio il primo se lo proibisce per via del dubbio che pecchi, il secondo discute la cosa, e nella discussione persino una cosa che in principio sembrava proibita egli lo permette. In maniera che tu non dica che è più meritevole colui che non ha voluto approfondire e chiedere il permesso, all’approfondimento che ha reso la cosa permessa attraverso la discussione. Dunque ha detto che è più grande colui che gode della sua fatica e dalla sua riflessione e permette la cosa più di quel Temente del Cielo che se lo proibisce per via del dubbio……”
Dunque, dice l’Alsich, c’è chi sostiene che le due categorie siano due differenti approcci allo studio ed alla Alachà. Non conta dunque l’automortificazione o la rinuncia a priori, è bene approfondire anche quando questo porta a permettere la cosa. Insomma è bene approfondire nella Halachà e permettere piuttosto che rinunciare a priori e proibire. Ma questo commento va stretto all’Alshich.
“E questo è un buon commento ma non c’entra con
l’argomento. E secondo l’argomento è doveroso associare il passo o ad un uomo
che si occupa per una parte del giorno della Torà e per una parte del suo
lavoro o di due uomini: uno legge tutto il giorno ed uno metà giornata e dice
non pensare che non ha un grande premio altri che colui che studia tutto il
giorno e che l’altro che studia mezza giornata non è il suo premio così ed
anche non pensare che l’uomo che studia mezza giornata e l’altra mezza è
occupato dal lavoro, che non è il premio della mezza giornata di lavoro come il
premio della mezza giornata di studio; perciò viene a dirti che colui che legge
un’ora al giorno e che gode della sua fatica è superiore a colui che legge
tutto il giorno e non fa alcun lavoro al fine di mantenere la Torà. ‘Giacché
ogni Torà che non è accompagnata dal lavoro alla fine si annulla….’ E bisogna
dare una parte al corpo ed una all’anima ed ha portato una prova ‘Quando
mangerai dalla fatica della tua mano, cioè a dire che porterai su di te un
godimento per te stesso con la tua fatica e non lo lascerai agli altri. Ed ha
detto ‘ed odia il potere’, che anche nel suo lavoro non si occupi del potere, e
se vuoi odiare il potere non avvicinarti al governo, giacché essendo vicino al
re, farà la sua volontà e perderà la sua Torà.
Si può studiare una sola ora al giorno e dare il senso ad una intera giornata di lavoro.
Josef vuole educare i propri fratelli, alla vigilia di una schiavitù che farà del lavoro il simbolo dell’oppressione e l’antitesi del sistema di vita ebraico, al fatto che è possibile occuparsi ebraicamente del lavoro. Che il lavoro non è male in se. È male il lavoro dell’Egitto per il quale il lavoro degli ebrei è un abominio, giacché ‘essi sono i loro dei’. Quello che per Israele è un lavoro dignitoso, uno strumento per un fine superiore, è il fine per gli egiziani. Il bue che Jacov scanna nella terra di Goshen in onore allo Shabbat, è il dio degli egiziani.
Josef ci educa, prima della schiavitù che una comunità ebraica si regge su un lavoro ebraico e su dei quartieri ebraici.
E spiega Rav Mordechai Elon shlita, che insegna gran parte di quanto detto fin qui, che il senso di odiare il potere è dunque secondo RabbìOvadia da Bertinoro e scondo l’Alshich quello di odiare la parte di potere che è nel lavoro. È un richiamo alla sostanza ed un ripudio della apparenza. Si deve amare il lavoro, non il biglietto da visita. Si deve amare la possibilità che l’eterno ci da di costruire, di essere attivi, di produrre mantenendoci e mantenendo la Sua Torà.
Per concludere pare straordinario, dice ancora Rav Elon, che questo importante insegnamento sul senso del rapporto con il potere ce lo fornisce Shemaià maestro di Hillel e Menachem, prima che di Hillel e Shammai.
Nel Talmud, (TB Chagghigà 16) impariamo che inizialmente era Menachem il compagno di Hillel ed il suo presidente del Tribunale. Menachem lasciò il mondo della Torà. Se ne andò in politica, se ne andò dal re portandosi ottanta coppie di studenti che veste di tuniche alla greca, alla romana.
Per una bella divisa del potere egli se ne va, secondo solo ad Hillel tra i Maestri dell’epoca, a servire un sistema politico di cui a mala pena ci ricordiamo oggi.
Hillel rimane e con lui Shammai che prende il posto di Menachem e costruisce assieme ad Hillel la Torà Orale.
Josef capisce e vede tutto ciò. Capisce che si può avere la migliore scuola del mondo ma che questa è inutile se si abita lontani da essa.
Josef ci insegna prima dell’esilio come si struttura una comunità che gode della sua fatica e che è migliore persino di una comunità di Tementi del Signore.
Shabbat
Shalom,
Jonathan
Pacifici