TORAH.IT
Parashat Vajerà 5762
"E disse Avraham: ‘Poichè ho detto: ‘non c'è soltanto il timore di D. in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie.’’" (Genesi XX, 11)
"E disse non mandare la tua mano verso il ragazzo e non fargli nulla, poiché ora so che tu temi Iddio e non hai risparmiato il tuo figlio, il tuo unico, da me." (Genesi XXII, 12)
Dopo aver ricevuto il precetto della milà nel capitolo XVII della Genesi, Avraham riceve nel capitolo XVIII due annunci: la nascita di Izchak e la distruzione di Sdom. Occupandosi la Torà della distruzione di Sdom al capitolo immediatamente successivo (XIX), sarebbe stato logico che proseguisse poi con la nascita di Izchak ed i successivi eventi della ‘Legatura’.
Rav Mordechai Elon shlita nel suo Techelet Mordechai (Vajerà, III) sottolinea come la Torà separi invece questi due grandi eventi con un passo che generalmente trascuriamo ma che è invece cruciale per la comprensione dei successivi eventi.
Si tratta dell’episodio di Sarà ed Avimelech che cercheremo di capire proprio attraverso la lettura che ne dà il Techelet Mordechai.
"E partì Avraham da lì verso la terra del Neghev e risiedette tra Kadesh e tra Shur ed abitò in Gherar. E disse Avraham di sua moglie : ‘È mia sorella’ e mandò Avimelech re di Gherar e prese Sarà" (Genesi XX,1-2)
Rav Elon sottolinea che qui è Avraham a dichiarare Sarà sua sorella laddove in Egitto aveva chiesto a Sarà di dichiararsi sorella di Avraham. Sembra quasi che Sarà, pur acconsentendo, non abbia più la forza di ripetere nuovamente la recita.
Anche se Rashì, basandosi su Bavà Kammà 92a è piuttosto critico nei confronti di Avimelech dicendo che ci si occupa dell’ospitalità con un forestiero e non con sua moglie o con sua sorella, la Torà ed i nostri Saggi non ci dipingono Avimelech in maniera particolarmente negativa, anzi.
Nei versi successivi la Torà ci racconta di come Iddio apparve ad Avimelech in sogno intimandogli di non toccare Sarà giacché è sposata. Avimelech dichiara la sua totale buona fede: ha chiesto a lui, ha chiesto a lei, e, aggiungono i Saggi, ha chiesto a tutti i servi ed a tutti i cammelli e gli asini di Avraham. Tutti hanno detto che Sarà è sorella di Avraham. Ed il testo stesso non solo dice che Avimelech non l’aveva ancora toccata, (Rashì in loco dice che l’Angelo glielo aveva impedito) ma anche che il Signore stesso certifica la buonafede di Avimelech.
I nostri Saggi non hanno trascurato quanto la Torà ci dice di Avimelech. Nel Midrash Haggadol (Bereshit XX, 6) troviamo:
"‘Non ti ho permesso di toccarla’ da qui hanno detto: ‘Chiunque proceda con perfezione e con rettitudine, il Santo Benedetto Egli Sia lo salva da ogni trasgressione e gli angeli lo preservano affinché non pecchi come è detto (Salmi XCI,11) ‘Poiché i suoi angeli comanderà su di te per sorvegliarti in ogni tua strada’"
Ed ancora Rabbenu Efraim, Maestro delle Tosafot,:
"Anche Io so [che hai fatto questo in buonafede], da qui c’è un appoggio per quanto hanno detto i nostri Maestri, sia il loro ricordo di benedizione, (TB avodà Zarà 55a): ‘Colui che viene a purificarsi lo si aiuta’…."
Nella continua lotta di ognuno di noi contro il proprio istinto Iddio ci aiuta solo se noi dimostriamo di voler imporci sul nostro istinto. Lo impariamo da Avimelech il quale non voleva prendere in moglie una donna sposata ed Iddio lo aiuta e gli impedisce di peccare.
Ma è quanto avviene l’indomani che è particolarmente significativo. Avimelech si alza di buon mattino e convoca i suoi servi per metterli al corrente della situazione. La loro reazione viene descritta dalla Torà come ‘e temettero gli uomini molto’.
Avimelech convoca quindi Avraham e gli pone la più evidente delle domande:
"che cosa ci hai fatto! Ed in cosa ho peccato contro di te sicché hai portato su me sul mio regno questo grande peccato? Cose che non si fanno hai fatto con me." (Genesi XX, 9)
Avraham tace. Probabilmente non c'è risposta per Avimelech. Avraham non ha nulla contro Avimelech, anzi. Ma il problema non è Avimelech. Dinanzi al silenzio di Avraham, Avimelech incalza cambiando significativamente la sua domanda.
"E disse Avimelech ad Avraham: che cosa hai visto, sì da fare questa cosa?" (ivi,10)
Era questa la domanda che aspettava Avraham. Non quali sono le cause contingenti, ma qual’è la filosofia che c'è dietro. Non cosa c'è che non va in Avimelech, cosa non va in senso assoluto. Ed è lapidario Avraham.
"E disse Avraham: ‘Poiché ho detto: ‘non c'è soltanto il timore di D. in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie.’’" (Genesi XX, 11)
Avraham non indirizza qui la sua risposta ad Avimelech. Parla a tutti, parla a noi.
Il problema è la cultura. È la cultura dell’assenza del timore di D. La morale diffusa tra i re dell’epoca bandiva nella maniera più categorica che venisse presa dal re una donna sposata. I re allora, se si invaghivano di una donna, uccidevano il marito e la prendevano poi in moglie. Per questo Avraham dichiara sua sorella Sarà tanto qui quanto in Egitto e lo stesso farà Izchak.
Ci sono degli aspetti positivi nella cultura di Gherar, per esempio la considerazione che si dà alla fedeltà coniugale. Certo poi che sul ‘non uccidere’, si è un piuttosto permissivi!!!
Nel mondo occidentale, nel quale viviamo, la situazione è opposta, c’è una condanna morale dell’omicidio ed una sostanziale tolleranza per l’immoralità sessuale.
In entrambi i casi manca quello che Avraham chiama il solo timore di D. Il puro timore. Ci sono delle regole morali contingenti, fatte dall’uomo per appagare la volontà dell’uomo. Ci sono contratti sociali. Non c'è timore di D..
Solo dopo aver chiarito questo punto Avraham risponde alla seconda domanda dicendo che inoltre Sarà è anche sua sorella da parte di padre ma non da parte di madre, cosa palesemente falsa giacché Sarà era nipote di Avrham (figlia del fratello Haran e sorella di Lot), e non sorella.
Ed è straordinario l’Ibn Ezra: "E ciò che pare giusto ai miei occhi è che ha respinto Avimelech con parole secondo l’esigenza del momento.". Ossia dopo aver spiegato il pilastro morale sul quale si basa la sua scelta, ed averlo spiegato soprattutto a noi, Avraham è conscio che Avimelech non può capire questo principio ed interviene quella che sia chiama forza maggiore.
Avimlech accetta le spiegazioni ed anzi chiede ad Avrham di stanziarsi definitivamente nel suo regno (lashevet=risiedere). Avraham accetta di abitare (lagur) nel suo regno, non di risiederci.
Avimelech non è un personaggio particolarmente malvagio. Anzi. I Saggi nel Psikta Zuta lo definiscono un Chasid Umut HaOlam, un pio tra le nazioni del mondo, in quanto desideroso di risiedere vicino ad un giusto come Avraham. Ma con tutta la buona volontà e la buona fede del mondo Avimelech è immerso nella cultura cananea e nei suoi abomini.
Il trattato di Avodà Zarà (19a) analizza il primo Salmo come una descrizione di Avraham,
"’Beato l’uomo che non va nel consiglio dei malvagi.’ Questo è Avraham che non va nel consiglio della generazione della dispersione (della Torre). ‘E nella strada dei peccatori non sta’ che non sta a Sdom, e nella residenza dei derisori non risiede, che non ha risieduto in maniera permanente nel luogo di residenza dei filistei dal momento che erano derisori. Questo è Avimelech che ha detto ad Avraham ‘ecco la mia terra dinanzi a te’ e non ha accettato. ‘Ma che invece nella Torà del Signore è il suo desiderio, che comanderà i suoi figli e la sua casa dopo di lui’"
E dunque con Avimelech che non è malvagio né peccatore, si può andare e stare, ma non ci si può risiedere assieme in maniera permanente. Risiedere in un luogo significa edificarci, significa identificarcisi.
La terra di Avimelech è il posto migliore in Erez Kenaan, forse anche il più "per bene" che ci sia. È il luogo giusto per farci crescere Izchak, ma nella consapevolezza di colui che abita temporaneamente, sapendo che aspira a tutt’altra società.
Avimelech ed i suoi sono tutto sommato gente per bene, con un solo viziaccio, la leizzanut. La derisione della radice di santità come risultato dell’impulso sessuale. Di quella sottile compiacenza e comprensione nei confronti dell’istinto sessuale che porta anche all’omicidio. Ed il mondo moderno ed occidentale di oggi è pieno di brava gente, di grandi politici e grandi uomini di cultura tra i quali magari si vive molto bene in maniera temporanea, ma con i quali non possiamo identificarci risiedendo in maniera stabile perché da loro ci separa quella pudicizia, quella radice di santità sessuale che è nella casa di Jacov, che ci impone tolleranza zero nei confronti dell’immoralità sessuale.
Ed è con questo in mente che possiamo capire il senso della legatura di Izchak che incontriamo alla fine della Parashà. Il passo di Avimelech è propedeutico in quanto ci indirizza nell’ottica ebraica del timore di D.. Giacché la Legge non è un contratto sociale che ci siamo modellati a nostro piacimento. Non è un insieme di regole che mi vincola sull’adulterio e che raggiro con l’omicidio né un insieme di regole che mi vincola sull’omicidio e che raggiro con la distruzione della radice di santità che c’è nell’immoralità sessuale in genere e nell’adulterio in particolare.
La Torà, la Legge, è il volere di D. dinanzi al quale noi ci dobbiamo piegare. Il Nazziv di Volozin nel suo Emek HaDavar individua nel silenzio di Avraham la grande prova. Nel non chiedere il perché. Nell’eseguire in silenzio. E spiega Rav Elon che questo è particolarmente contro tendenza. Avraham è proprio colui che in genere discute, anche animosamente con D.. E noi poi veniamo educati fin da piccoli a chiedere il motivo. A ricercare le radici e le motivazioni.
Spiega Rav Elon che se Iddio avesse chiesto ad Avraham di immolare Izchak in quanto peccatore o in quanto Iddio lo vuole morto, Avraham avrebbe lottato fino alla fine. È dinanzi alla richiesta delle primizie che Avraham non ha nulla da dire. ‘Presentami tuo figlio poiché è mio’. E dinanzi alla richiesta del padrone cosa si può dire?
Eppure la prova non si conclude col silenzio a priori, è necessario il silenzio a posteriori.
"E disse non mandare la tua mano verso il ragazzo e non fargli nulla, poiché ora so che tu temi Iddio e non hai risparmiato il tuo figlio, il tuo unico, da me." (Genesi XXII, 12)
È dopo la legatura, dopo aver fermato la mano di Avrham che si rivela il timore di D. di Avraham.
Rashì a nome di Rabbì Abbau è monumentale nel descriverci il dilemma interiore di Avraham:
‘Ieri hai detto ‘poiché in Izchak verrà chiamata la tua discendenza’ , poi hai detto ‘Prendi per favore tuo figlio’. Ora mi dici ‘non mandare la tua mano verso il ragazzo’? Gli ha detto il Santo Benedetto Egli Sia ‘Non profanerò il mio patto e quanto è uscito dalle mie labbra non cambierò. Quando ho detto prendi, quanto è uscito della mie labbra non cambierò. Non ti ho detto ‘scannalo’ ma ‘fallo salire’. L’hai fatto salire? Fallo scendere!’
Qui è la prova, nel saper far scendere Izchak dall’altare. Nel capire che la prova era nella sottomissione dell’io e non nell’aspersione del sangue. Ed i nostri Saggi hanno individuato la difficoltà di questo momento dicendo che Avrhaham avrebbe almeno voluto far uscire un po’ di sangue ad Izchak. Ed Iddio lo ferma.
E sottolinea Rav Elon che la grande domanda, che è anche la somma prova per Avraham è cosa si fa allora con tutta la forza spirituale che si è accumulata nei tre giorni di preparazione. Non si può andare a casa senza aver fatto nulla.
Ecco allora il montone. Il montone rappresenta la corretta canalizzazione del desiderio di servire il Signore, ma è la volontà di Avraham che trasforma il montone nell’effettiva offerta si suo figlio sull’altare. (Rashì)
Rav Elon sottoliena come il Rashbam individui la radice del montè Morià nella parola Emorì. Il Monte Morià è il monte degli Emorei che bruciavano i propri figli nel culmine dell’estasi personale del loro culto. Quel monte Avraham lo deve trasformare le monte Morià della radice di Orà, insegnamento. Deve trasformarlo nel monte del Santuario e del Sinedrio attraverso un montone.
Ma bisogna capire la sfida:
Rashì fa chiedere ad Avraham: Se è così sono venuto per nulla? Il Signore risponde, dice Rav Elon,
‘Non sei venuto per nulla, sei venuto per rivelare che ognuno ha il suo montone impigliato nel cespuglio con le sue corna, che sta lì dai sei giorni della creazione e che chiede di essere fatto salire nuovamente alla sua fonte.'
Il compito dell’ebreo è quello di innalzare il mondo. Ed Avraham innalza il monte intitolato al popolo che nell’estasi sessuale raggiunge un livello tale di abbrutimento sì da bruciare il proprio figlio nel monte sul quale David, re Messia, dice "Poiché da te proviene tutto, e dalla tua mano noi te lo ridiamo."
Capire che la prova non è salire sempre, è piuttosto saper scendere per innalzare il mondo. Questo è il timore del Signore di D. la cui assenza Avraham denuncia in casa di Avimelech e che Avraham proclama scendendo assieme ad Izchak dall’altare per alzare l’altare fino al cielo.
Ognuno di noi ha il suo montone impigliato, ognuno di noi ha la sua legatura di Izchak da superare. Impariamo da Avraham ed iniziamo a scendere.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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