Parashat Ki Tavò
"Maledetto colui che non manterrà le parole di questa Torà per farle, e tutto il popolo risponderà: ‘Amen!’". (Deuteronomio XXVII, 26)
"Qui ha aggiunto tutta la Torà intera, ed essi la hanno accettata con impegno e con giuramento." (Rashì in loco)
Uno dei maggiori problemi di ogni sistema legislativo è far sì che la legge venga effettivamente rispettata. Esistono infatti strutture di polizia e strutture giudiziarie il cui compito è appunto quello di assicurare la reale applicazione della legge. Il problema sorge quando il reato viene commesso di nascosto o comunque quando rimane celato al sistema giudiziario. La Torà, che impone all’umanità in generale ed al popolo d’Israele in particolare l’istituzione di un sistema giudiziario, delimita chiaramente l’autorità e la responsabilità della giustizia umana al campo del noto. L’ignoto rimane delegato alla giustizia Divina. Il verso fonte è nella Parashà della prossima settimana: ‘Le cose nascoste sono per il Signore nostro D-o e le cose rivelate sono per noi ed i nostri figli in eterno, per fare tutte le parole di questa Torà.’ (Deuteronomio XXX, 28).
Il testo della Torà, notoriamente, segnala ‘noi ed i nostri figli’ con un punto sopra ogni lettera ad indicare (Rashì in loco, TB Sanedrin 43b) che persino per quanto riguarda le cose note, Iddio non ha punito la collettività per le colpe dei singoli fino al passaggio del Giordano, quando il popolo, con il giuramento del Monte Gherizim ed Eval si è reso reciprocamente garante.
La cerimonia in questione è la prima cosa che il popolo fa non appena entrato in Israele. Si tratta del completamento di quel percorso centenario che ha portato i nostri padri in Egitto e dall’Egitto al deserto verso la Terra d’Israele.
Rav Morechai Elon shlita propone un’interessante riflessione per quella che lui chiama la cerimonia di ricezione della Torà di Erez Israel. Un evento quindi parallelo alla rivelazione Sinaitica. Ci saremmo aspettati che il popolo una volta passato il Giordano festeggiasse l’avvenuto ingresso, magari con una bella festa. E invece no. Il popolo continua a marciare per altri sessanta chilometri circa. Fino ad arrivare al Monte Gherizim ed al Monte Eval e soprattutto alla città che è nella valle tra di loro, Shechem. Shechem è il luogo nel quale Josef cerca i suoi fratelli e nel quale trova la cattura da parte di questi e la vendita in Egitto. Tornare a Shechem significa tornare alla radice del percorso che ci ha portato in Egitto. Significa tornare alla radice dei problemi: l’incapacità di preoccuparci del nostro fratello, del nostro prossimo. Il popolo d’Israele esce dall’Egitto, entra in Erez Israel e va a Shechem perché ha una missione specifica. Per quaranta anni ha marciato dietro a due Arche: una contenente le Tavole della Legge e la Torà, l’altra contenete le ossa di Josef. Sono i due fari del popolo d’Israele perché, spiega Rav Elon, persino le Tavole e la Torà non bastano se poi si vende il proprio fratello o ci si disinteressa della sua sorte. Dunque il popolo d’Israele va a Shechem per seppellire lì le ossa di Josef ed è in questa riconciliazione nazionale che avviene la nuova accettazione della Torà. La festa per l’arrivo in Erez Israel può essere fatta dunque solo se si capisce che non c’è gioia al di fuori della continua accettazione della Torà la cui bandiera è il prodigarsi per il prossimo.
La festa per l’entrata in Erez Israel non la si fa altro che a Shechem, quella stessa Shechem che è il luogo dove giunge Jacov dopo essere rientrato dal suo esilio presso Lavan. È a Shechem che Jacov getta le basi della famiglia ebraica sbrigandosi a segnare il perimetro dello Tchum per lo Shabbat. Jacov infatti giunge di fronte a Shechem di venerdì e prima che entri Shabbat segna il perimetro oltre al quale non si può procedere di Shabbat. E già abbiamo più volte spiegato come questo perimetro segni l’unità della famiglia d’Israele.
Straordinario allora che questa accettazione della Torà differisca sostanzialmente dalla rivelazione sinaitica in un solo punto. Da ora in poi ognuno è garante per il prossimo. Se un ebreo non rispetta lo Shabbat egli è sì responsabile, ma non dimeno lo è la collettività. Ogni ebreo è garante per il prossimo e così chi trasgredisce la Torà non solo provoca del male a se stesso ma anche al resto del popolo d’Israele.
La cerimonia in questione si struttura nella pronuncia di dodici benedizioni e dodici maledizioni. I Sacerdoti con l’Arca si trovavano nella valle a Shechem, metà del popolo sul monte Gherizim e l’altra metà sul monte Eval. I Sacerdoti si volgevano verso il monte Gherizim e pronunciavano la benedizione e tutti rispondevano ‘Amen’. Poi si voltavano verso l’Eval e ripetevano la stessa formula in negativo, maledicendo il trasgressore e tutti rispondevano ‘Amen’.
Tutte e dodici le espressioni si riferiscono ad azioni che generalmente si fanno in modo nascosto. Dunque non solo il popolo ha preso su di se la responsabilità per le trasgressioni note di un qualsiasi dei suoi membri, ma anche sottolineato la volontà di allontanarsi persino dalle trasgressioni che si fanno in maniera nascosta.
Di particolare interesse è l’ultima di queste dodici espressioni che abbiamo riportato all’inizio e della quale Rashì dice che indica l’estensione della benedizione/maledizione a colui che mette in pratica/trasgredisce l’intera Torà.
Ramban spiega quanto afferma Rashì indicando che non si tratta di una maledizione nei confronti di chi trasgredisce un qualsivoglia precetto ma piuttosto nei confronti di chi sconfessi un qualsivoglia precetto. Rientra dunque in questa maledizione chi non accetti una qualsiasi delle mizvot.
La Torà è un tutt’uno inscindibile e chi sindaca una sola delle sue mizvot la sconfessa tutta giacché sconfessa la sua divinità e la sua perfezione.
Ma Ramban non si ferma qui e riporta un interessante passo del Talmud Jerushalmi (Sotà 7,4)
Il verbo leakim (ahser lo jakim, dice il testo) indica ‘mantenere-costruire’, tenere in piedi e si contrappone al verbo leappil – far cadere.
Chiede dunque lo Jerushalmi a proposito di ‘colui che non costruisce-mantiene la Torà : ‘c’è forse una Torà che è caduta? Rabbi Shimon ben Jakim dice: ‘Questo è il Chazan’, Rabbi Shimon ben Chalaftà dice ‘Questo è il Tribunale terrestre’….’.Ha detto Rabbi Assi a nome di Rabbi Tanchum figlio di Chjà: ‘Ha studiato ed ha insegnato, ha osservato ed ha fatto ed avrebbe potuto rafforzare gli altri e non ha rafforzato: ciò rientra in questa maledizione…..’
Rabbi Shimon ben Jakim si riferisce al Chazan che non mostra chiaramente il Sefer al pubblico in modo che possa vedere la scrittura. Gli altri si riferiscono comunque ai rapporti tra l’uomo ed il prossimo. Anzi tra colui che può aiutare e non aiuta.
Il tribunale è responsabile se il suo pubblico trasgredisce la Torà. Ed allo stesso modo chiunque può portare un fratello ebreo sulla strada della Torà e non lo fa.
Anche in questa maledizione è fortemente presente il concetto di ‘nascosto’. Noi siamo responsabili solo per ciò che è svelato. Ciò però non ci autorizza a fare di ciò una scusante per disinteressarci del prossimo dicendo: non lo sapevo.
Se un ebreo trasgredisce lo Shabbat è nostra responsabilità, è responsabilità del Tribunale Rabbinico così come di ogni ebreo timorato. Ognuno secondo il suo livello. Il Chazan che non mostra chiaramente il Sefer è tra questi. Chi ha la possibilità di avvicinare e non avvicina, chi ha la possibilità di insegnare e non lo fa, di nuovo, ognuno secondo il suo livello.
La lezione di Josef e fratelli è però che siamo tutti responsabili. Persino Beniamino che non c’era proprio ha in qualche modo venduto Josef e lo stesso Josef si è un po’ venduto.
Quello che si sancisce a Shechem è che si è garanti l’uno dell’altro. Che non c’è niente di più falso del dire che la Torà e la sua esecuzione sono una cosa personale giacché come dice lo Zohar il popolo d’Israele, La Torà ed Iddio Benedetto sono una cosa sola.
In questi giorni che precedono i Giorni Terribili di Rosh HaShanà e Kippur è imperativo per ognuno di noi migliorare la propria condotta nei confronti di D-o sì , ma prima a ancora nei confronti del nostro prossimo. Ognuno di noi è un Libro della Torà aperto e dobbiamo fare attenzione che il nostro prossimo legga bene la Torà iscritta sul nostro cuore. Prodigarsi verso il prossimo, verso il misero ed il bisognoso. E non solo verso il povero di beni materiali (per quanto troppo spesso ignoriamo i nostri fratelli indigenti) ma anche verso il povero spirituale.
Per ogni fratello ebreo che ha bisogno di una moneta c’è ne è uno che necessita di una parola amica, una parola di Torà.
Ognuno di noi può dare l’una e l’altra, deve dare l’una e l’altra. Il ricco secondo la sua ricchezza ed il saggio secondo la sua saggezza.
Proprio nei giorni della risposta, della Teshuvà, la Torà ci riporta a Shechem, il luogo nel quale Josef dice a voce alta ‘Io cerco i miei fratelli’. Anche noi abbiamo il dovere di cercare i nostri fratelli e di riportarli a D-o ricordando che ‘le vie della Torà sono vie di conciliazione e tutte i suoi sentieri sono di pace’.
Solo quando avremo preso a cuore la responsabilità reciproca che ci impone la Torà, possiamo passare al capitolo 28 ed alle benedizioni che ci aspettano nell’anno buono e dolce che Iddio ci darà ed alle maledizioni che il Santo Benedetto Egli sia porrà su tutti i nostri nemici.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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