TORAH.IT
“Ed
una paletta sarà per te assieme alle tue armi, e sarà quando risiederai fuori
scaverai con essa, e ti ritrarrai e
ricoprirai i tuoi escrementi. Poiché il Signore tuo D. procede all’interno del
tuo accampamento per salvarti e per dare i tuoi nemici dinanzi a te e sarà il
tuo accampamento santo, e non si vedrà in te alcuna cosa disdicevole si da
ritrarsi da dietro di te.” (Deuteronomio XXIII, 14-15)
La
Parashà di questa settimana contiene, tra le sue numerose mizvot, due regole particolari
che riguardano l’accampamento militare d’Israele. Il Sefer Hachinuch (544 e
545) conta infatti come precetti positivi:
§
La predisposizione di un
luogo destinato ai servizi igienici nell’accampamento militare.
§
La dotazione, tra gli
armamenti personali di ogni soldato, di una paletta per poter scavare una
piccola buca e ricoprire i propri escrementi quando si trova fuori
dall’accampamento.
Il
Sefer Hachinuch spiega che, come si evince dai versi stessi della Parashà,
l’Eterno accompagna Israele in battaglia e pertanto dobbiamo preoccuparci di
mantenere il dovuto decoro nonostante le condizioni, precarie per definizione,
della vita militare. In particolare, aggiunge il Sefer Hachinuch, si parte dal
presupposto che coloro che partecipano alla guerra sono le persone più
meritevoli, giacché è stata data prima di ingaggiare battaglia la possibilità a
coloro che temono a causa dei loro peccati di poter tornare a casa. Dunque è
necessario uno sforzo ulteriore per giungere a quel livello nel servizio di D.
che Rabbì Pinchas ben Yair chiama Nekiut, la pulizia, materiale e spirituale.
C’è
da sottolineare anche che la Torà annovera il yated, il chiodo, la paletta che
deve essere in dotazione ai soldati, tra le armi del soldato ebreo. Dunque
avere un comportamento modesto e decoroso anche quando le condizioni
favorirebbero trasandatezza non è una semplice regola igienica, è parte
integrante dell’armamento di Israele. L’esercito del popolo d’Israele ha un
senso quando si capisce che è il Signore che combatte per noi ed a noi non
viene richiesto altro che il massimo impegno materiale, ma anche spirituale.
Gli
eserciti delle nazioni del mondo si caratterizzano per brutalità, promiscuità
sessuale e per esaltazione dell’aggressività umana.
Il
popolo d’Israele porta con se in guerra l’Arca contenente la Torà è le Tavole
della Legge e visto che proprio per la precarietà intrinseca della vita
militare non è possibile tenere l’arca all’interno delle dovute cortine che la
separino dal popolo come nel Mishkan o nel Tempio, è a noi che viene richiesto
un particolare sforzo. Il soldato è quindi a pochi passi dall’Arca, senza nulla
che separi tra lui e questa, in una condizione impensabile nella vita
quotidiana e per questo deve porre particolare attenzione alla sua condotta.
Le
regole in questione non riguardano però solo i militari: esse hanno molto da
insegnare a tutti noi giacché i nostri Saggi ci hanno insegnato che ognuno di
noi si trova continuamente in aperta milchemet mizvà, guerra di precetto,
quella guerra che è mizvà combattere, contro il proprio yezer harà,
l’inclinazione al male.
I
Maestri nel Talmud, in maniera apparentemente assai azzardata, propongono un
evoluzione del concetto del yated, della paletta.
“Ha
spiegato Bar Kapparà: ‘Che cosa si intende per ‘Ed una paletta sarà per te
assieme alle tue armi (azenecha)’? Non leggere armi (azanecha) ma orecchie
(oznecha). Se uno sente qualche cosa di inappropriato, che metta il suo dito
nell’orecchio. Ciò è simile a quanto dice Rabbi Elazar: ‘Perchè le dita dell’uomo
sono affusolate come chiodi (yated)?… così che se qualcuno sente qualcosa di
inappropriato può mettersi il dito nell’orecchio.’ Un membro della Accademia di
Rabbi Yshmael ha insegnato: ‘Perché l’intero orecchio è duro tranne il lobo? Se
una persona sente qualche cosa di inappropriato, che pieghi il lobo all’interno
di questo.”’ (Talmud Bavlì Ketubot 8a)
C’è
da chiedersi come facciano i nostri Saggi a poggiare questo invito al controllo
dell’ascolto su un verso che parla dell’igiene nel campo militare! Sembrerebbe
tutto basarsi su una duplice lettura della parola azanecha (tue armi) che
diversamente punteggiata può essere letta come oznecha (tue orecchie).
Sembrerebbe un po’ forzata.
Nella
realtà i Saggi, che non inventano mai nulla, ma sono piuttosto gli autentici
portatori ed animatori della rivelazione sinaitica, sanno esattamente cosa ci
stanno insegnando.
Ce
lo spiega il Marhal di Praga nel suo Beer HaGolà (Beer HaShelishì).
Una
prima evidenza è il fatto che la Torà ha specificato che la paletta rientri nel
conto delle armi quando tutto sommato bastava dire che il soldato deve avere
con se una paletta. In secondo luogo il testo una insolita espressione per
indicare strumenti bellici che il cui nome si scrive esattamente come ‘oznechà,
tue orecchie. I Maestri non discutono il fatto che la Torà si riferisce nel
verso in questione alle armi. Essi ci dicono piuttosto che la Torà ha sempre
più di un livello di lettura e che ci dice allo stesso tempo molte cose. È
nello stile della Torà lo scegliere parole che abbiano assonanza o che si
scrivano in maniera simile per insegnarci qualche cosa. Allo stesso modo
diremmo è evidente che il testo della Torà dice che la scrittura di D. charut,
è incisa sulle Tavole, ma ciò non esclude che essa sia anche ‘cherut’, libera.
La Torà non è opera umana, e l’intelligenza Divina ha nascosto in ogni sua
parola indicazioni che vanno oltre il senso letterale del testo. Ed Iddio,
benedetto sia, ci ha anche lasciato le regole ermeneutiche per ricavare questo
tipo di insegnamenti dopo averceli indicati uno ad uno.
La
sfida del soldato e della paletta è quella di mantenere una condotta di santità
anche in condizioni avverse. Anche al fronte, anche in battaglia il soldato
ebreo ha il dovere di non lasciarsi influenzare dalla brutalità di quanto lo
circonda. Parallelamente l’ebreo ha sempre l’obbligo di guardarsi
dall’influenza negativa del mondo intorno a lui.
Per
questo il corpo dell’uomo è costruito ad immagine di D.. Il corpo materiale
dell’uomo è strutturato in modo da riflettere in qualche modo la perfezione di
D.. Ebbene tutte le aperture che il corpo umano ha verso il mondo esterno sono
dotate di chiusure, possono interrompere temporaneamente il loro funzionamento,
vuoi fisicamente e vuoi con l’utilizzo di valvole. Basti pensare alle palpebre
o alle labbra. Anche gli altri orifizi possono interrompere le loro funzioni.
Solo
le orecchie funzionano sempre. Dunque l’orecchio come registratore di
informazioni non cessa mai la sua funzione. Anche quando si dorme e tutti gli
altri sensi sopiscono, l’udito rimane in guardia.
Sono
necessari dei tappi dunque per non sentire, le dita o meglio ancora il lobo
secondo la scuola di Rabbi Yshmael.
Ma
perché non sentire? Perché sentire è, come abbiamo detto, il principale modo
per raccogliere informazioni, ed è anche il modo principale per studiare. È
vero che la nostra tradizione è una tradizione orale, ma è anche vero che essa
è tale quando c’è un orecchio che ascolta. Ed i nostri Saggi lo hanno
sottolineato dicendo che abbiamo l’obbligo di sentire quanto diciamo quando
recitiamo lo Shemà, l’Ascolta.
Ci
sono però cose che è meglio non sentire, è bene scegliere di non sentire. Ad
esempio la maldicenza. I Saggi ci insegnano che la maldicenza fa male a chi la
fa, a chi ne è oggetto e a chi la ascolta.
E
stiamo bene attenti che quando si parla di lashon harà significa maldicenza
vera su qualcuno. Non solo è proibito infatti il mozzì shem rà, ossia dire cose
negative non vere sul prossimo ma è anche e soprattutto quando la maldicenza è
vera che è proibita.
La
nostra generazione vive in un continuo bombardamento di informazioni. È forse
una delle generazioni in cui si parla di più ma è senz’altro la generazione
nella quale si ascolta di meno.
Ed
è imperativo, in questo periodo di ritorno a D., il controllo della lingua e
delle orecchie. La vera sfida è quella di controllare il flusso di informazioni
che ci assalgono tutto il giorno.
Dovremmo
imparare tutti da Malka Roth, che il Signore possa vendicare il suo sangue, una
ragazzina di quindici anni trucidata dai palestinesi nell’attentato al fast
food Sbarro a Gerusalemme. Sul suo telefono cellulare hanno trovato appuntata
una piccola nota Halachicha che Malka aveva scritto per se stessa: “È proibito
parlare male del prossimo”.
Le
guerre di Israele si fanno con un accampamento ordinato come con le armi ma
anche e soprattutto con una condotta secondo i dettami della Torà. Le orecchie
sono armi, e come tali vanno trattate.
La
funzione dell’orecchio è centrale nel processo di ricezione della Torà.
Ne
abbiamo un interessantissimo esempio nel caso dello schiavo ebreo che al
sopraggiungere dell’anno sabbatico rinuncia alla libertà per rimanere con il
suo padrone. Questo viene portato alla porta della casa e gli viene trafitto
l’orecchio destro.
Rashì
in loco cita Rabbì Jochannan ben Zakai e Rabbi Shimon.
Il
primo dice che l’orecchio viene colpito perché ha ascoltato sul Sinai ‘non
rubare’ (nel caso in cui sia diventato schiavo per ripagare il furto) e ‘poiché
i figli di Israele sono miei schiavi’, se invece si è cercato un altro padrone
(nel caso in cui sia stato costretto per debiti).
Rabbì
Shimon in maniera molto interessante sposta la scenografia dal Sinai all’Egitto
dicendo che la porta e lo stipite testimoniano il Passaggio di D. oltre le
porte dei figli d’Israele quando colpì i primogeniti egiziani e disse ‘poiché i
figli d’Israele sono miei schiavi’.
Dunque
l’orecchio umano che ha sentito la promulgazione della Torà sul Sinai viene
trafitto presso la porta che è testimone dell’elezione di Israele in Egitto.
Vale la pena quindi di ricordare il ruolo della porta nella notte del Seder. È
quella porta che non può essere oltrepassata la sera di Pesach. La notte in cui
quello che conta è quello che c’è dentro la casa. La porta del Seder è aperta
in una sola direzione. Chi ha fame venga e mangi, chi ha bisogno di fare Pesach
venga e faccia Pesach. Ma non si esce. Sta a noi tenere fuori anche il
distruttore attraverso il segno di sangue sullo stipite.
Dunque
la casa del Pesach Mizraim, la sera della narrazione, diviene il prototipo di
un grande orecchio, sempre aperto, ma che bisogna saper chiudere.
I
Saggi ci insegnano dunque che l’arma più potente che abbiamo in vista della
battaglia decisiva che, anche quest’anno ci iscriverà a D. piacendo nel libro
dei Giusti e nel libro della Buona Vita, è proprio l’orecchio.
Quell’orecchio
che è sempre aperto perché dovremmo sempre ascoltare parole di Torà, ma che con
un po’ di sforzo può essere chiuso per non contaminarci con i mali del mondo.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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