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Parshat Balak 5761
"Poichè non c'è indovino in Jacov né mago in Israele, così come ora verrà detto a Jacov ed Israele: 'Che cosa ha comandato Iddio?'" (Numeri XXIII, 23)
"Poichè essi sono degni di benedizione dal momento che non ci sono tra loro indovini e maghi" (Rashì in loco)
Il confronto tra Israele e Moav non è solamente un avvenimento storico. Si tratta piuttosto del confronto tra due mondi, di un confronto che ripropone su scala nazionale quegli eventi che avevano caratterizzato la vita di Avraham nostro padre prima e della sua discendenza poi.
Abbiamo infatti ricordato negli scorsi anni che si tratta qui di un confronto tra la stirpe di Avraham e quella di Lot, e che il Midrash vede in Bilam la figura di Lavan.
Come abbiamo più volte sottolineato, quando la Torà associa diversi personaggi lo fa insegnarci qualche cosa su questi. In questo modo lo scontro di Israele con Balak ed il profeta Bilam non è un evento isolato ma è parte di un processo che Israele deve superare. Si tratta di un processo che non è relegato alla storia giacché le insidie di Moav, come vedremo, sono attuali anche oggi.
Il verso che abbiamo citato all'inizio è parte della seconda delle benedizioni che Iddio impartisce ad Israele attraverso Bilam. Si tratta di un verso piuttosto oscuro. Rashì in loco dice: "così come ora verrà detto a Jacov: È destinato ad esserci in futuro un momento come questo nel quale verrà rivelato l'affetto [che Iddio ha] per loro dinanzi a tutti, essi siedono dinanzi a Lui e studiano Torà dalla Sua bocca ed il loro settore è più interno di quello degli angeli del servizio Divino e questi chiederanno loro 'Che cosa ha comandato Iddio?' e questo è quanto è detto 'Ed i tuoi occhi vedranno il tuo Maestro'" (Isaia XXX,20)
Ma Rashì non si accontenta di questa interpretazione e ne propone un'altra, che come la prima si fonda sul Midrash Tanchumà (XIV). "Un'altra interpretazione: verrà detto a Jacov: Non si tratta di un espressione futura ma di un espressione presente. Essi non hanno bisogno di un indovino o di un mago poiché in ogni momento in cui è necessario dire a Jacov ed Israele che cosa comanda il Santo Benedetto Egli Sia e qual'è il Suo decreto nell'eccelso, essi non indovinano o fanno magie, ma gli viene detto attraverso profeti qual'è il decreto del Luogo, oppure gli Urim ed i Tumim."
Due sono dunque le letture del nostro verso una al futuro ed una al presente. Quella al futuro sostiene che gli Angeli chiederanno in futuro ad Israele ragguagli sul volere Divino, la seconda indica il fatto che il volere Divino viene comunicato ad Israele da parte dei profeti o attraverso l'interrogazione del pettorale del Sommo Sacerdote e che questi non hanno bisogno di magia ne di indovini. Cerchiamo di approfondire queste due letture.
Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm III, 304) chiama in causa il nostro verso e le riflessioni del Marhal di Praga in loco in un suo approfondimento sul lutto che si deve tenere per la distruzione di Gerusalemme. Doveroso sottolineare che il periodo in cui vigono delle regole particolari sul lutto che si tiene per Gerusalemme comincia proprio questa Domenica con il digiuno del diciassette di Tamuz.
Rav Friedlander sulla scia di quanto generalmente si dice per i periodi festivi sostiene che in questo periodo ognuno di noi è in grado di raggiungere il livello necessario di lutto per Gerusalemme che durante il corso dell'anno è retaggio di pochissimi. Il Marhal afferma basandosi su Rashì e sul Midrash che in futuro Israele si troverà più vicino a D-o di quanto non gli siano vicini gli Angeli del servizio e che quindi questi chiederanno ad Israele come si serve Iddio. Il livello d'Israele sarà superiore da tutti i punti di vista a quello degli Angeli. Israele starà attorno al Santo Benedetto Egli Sia, studierà Torà direttamente dalla Sua bocca e ballerà attorno a Lui (cfr. ultimo passo di TB Taanit.)
Il Marhal indica anche la discriminante che rende l'uomo Israele superiore agli angeli: l'aspirazione. La volontà di causare la futura rivelazione della presenza Divina attraverso il conseguimento di un comportamento perfetto per quanto possibile. L'angelo è statico, l'uomo aspira, tende al futuro, progredisce. Sempre il Marhal spiega con ciò come mai noi esprimiamo la più alta delle lodi che facciamo a D-o, il Kaddish, in aramaico. Gli angeli secondo la tradizione ebraica parlano solo l'ebraico, non capiscono l'aramaico. Noi non vogliamo condividere con gli angeli il nostro obiettivo perché gli angeli non hanno obbiettivi, sono statici. Noi indichiamo con il Kaddish il nostro programma politico, il nostro obiettivo su questo pianeta: far si che "Sia il Grande Nome benedetto in questo mondo e nel mondo a venire" Abbiamo già parlato una volta dell'incontro tra RabbìJosè ed Eliau HaNavì tra le rovine di Gerusalemme così come è riportato in TB Berachot 3a ma ricorderemo che Iddio "si rende conto" del senso della distruzione del Tempio tre volte al giorno quando Israele entra nelle Case di Studio e nelle Sinagoghe e pronuncia lo "Yhe Shemè Rabbà" del Kaddish. A livello individuale poi, è sempre un insegnamento del Talmud (TB Shabbat 119b) che chiunque risponda "Amen, Yhe Shemè Rabba" viene stracciato il decreto della sua morte. Rav Friedlander spiega: Quando viene decretato che un uomo non ha più diritto di esistere in questo mondo e questi afferma con tutte le sue forze che il Suo unico obiettivo è adoperarsi per vedere la rivelazione della gloria Divina in maniera completa, allora anche se l'uomo in questione non ha meriti propri viene beneficiato dall'alto. Egli viene beneficiato per via di ciò che sarà in futuro anche per via del suo impegno. Per questo dice il Talmud che anche se si tratta di un ebreo idolatra, questo gli viene perdonato. Se la persona in questione dice "Amen Yehe Shemè Rabbà" con convinzione, con tutto se stesso, egli lega nuovamente se stesso alla vera radice della propria anima, torna a se stesso, e si tratta quindi della vera Teshuvà come spiega in Nefesh HaChajm Rabbì Chajm di Volozin.
Tutto ciò è vero anche a livello nazionale. Anche nei momenti più difficili se Israele sa guardare con chiarezza all'obiettivo e lo afferma con convinzione allora non c'è cosa che possa minacciarlo perché egli ha paradossalmente il merito di quanto sarà in futuro, prima o poi, per merito di Israele.
Capiamo allora il senso del lutto per il Tempio. Il Tempio è la forma suprema di servizio Divino, in esso prendono parte tutti i livelli della Creazione: materia-sale, vegetali-offerte farinacee e libazioni, animali- bestiame e volatili e uomini- sacerdoti. Il Talmud insegna (TB Sotà 49a) che da quando è stato distrutto il Tempio ogni giorno che passa è peggiore del precedente e la sua maledizione è maggiore. Dunque il nostro mondo, un mondo senza Santuario è un mondo che non ha diritto di esistere ed è noto che i Saggi hanno affermato che ogni generazione nella quale il Santuario non è stato ricostruito è come se lo avesse distrutto. Allora su che meriti il mondo si sostiene? Il mondo si sostiene per via di Israele che studia Torà e che afferma Yhe Shemè Rabbà. Ossia il mondo vive attualmente a credito di quanto sarà in futuro. Fare lutto per Gerusalemme significa dispiacersi. Significa riflettere su ciò che dovrebbe essere, significa programmare, aspirare, tendere ad un futuro nel quale il Tempio verrà ricostruito, possa questo essere presto ed ai nostri giorni.
Fare lutto per Gerusalemme significa riconoscere la centralità del Santuario nel servizio del popolo ebraico. Significa accettare la Torà ed il suo piano per il mondo. Fare lutto per Gerusalemme è una chiara dichiarazione d'intenti. Significa che io non solo sono disposto a costruire il Tempio con le mie mani, ma che anelo a questo momento. Abbiamo sin ora parlato del futuro. Ma anche il presente ha il suo ruolo. È vero che questo mondo vive sul conto di quello futuro ma è anche vero che il mondo futuro è legato alle dichiarazioni di intenti e soprattutto alle azioni di Israele in questo mondo. In questo senso noi sostituiamo con lo studio delle regole del Santuario l'effettiva esecuzione di queste. Noi ci prepariamo, noi facciamo tutto quanto in nostro potere per simulare e per prepararci. Non abbiamo il Santuario e ce ne dispiaciamo.
Rashì con il suo doppio commento non fa che rivelare la profonda riflessione di Bilam. Per il popolo d'Israele il presente ha senso solo in vista del futuro e d'altro canto il loro futuro si poggia sullo sforzo presente. È questa catena che egli non riesce a spezzare. Il volere Divino viene rivelato oggi ad Israele da parte dei Profeti del D-o vivente, dal pettorale del Sommo Sacerdote, ma in futuro saranno loro gli intermediari persino tra D-o e gli angeli. Da quando non c'è il Santuario ed è scomparsa la profezia così come anche il pettorale del Sommo Sacerdote, Israele continua ad avere nei Saggi e nella tradizione rabbinica i rappresentanti del volere di D-o così come è comandato nel precetto della Torà di non deviare da quanto ci dicono i Maestri.
Anche oggi attraverso lo studio della Torà e l'esecuzione delle mizvot noi possiamo realizzare il nostro impegno tanto nel presente quanto nel futuro. I Saggi dicono nel trattato di Taanit (30b) che chiunque fa lutto per Gerusalemme "merita e vede la sua gioia". E c'è da chiedersi perchè il testo parli al presente e non al futuro. Avrebbe dovuto dire merita e vedrà. Spiega Rav Friedlander sulla stessa scia di quanto detto fin qui che chi fa lutto per Gerusalemme vede già ora la gioia della sua ricostruzione: solo attraverso il lutto ci si rende conto della dimensione della mancanza attuale e si può gioire per quello che sarà. Comprendere la direzione equivale quindi a conseguirla ed è per questo anche che Iddio conta un buon intento come una buona azione. Allo stesso modo gli ebrei di Roma associano l'uso di far recitare alla stessa persona l'Hftarà luttuosa del Sabato prima di Tishà BeAv e quella di consolazione del Sabato dopo con l'affermazione: 'Chi piange ride'. Non chi piange riderà. Si tratta evidentemente di una profonda comprensione di quanto insegna il Talmud e di quanto dice Rashì nella nostra Parashà. Non si può capire la ricostruzione del Tempio se non si sa piangere per la sua distruzione. Solo comprendendo cosa ci manca possiamo migliorarci in futuro. L'invito in questi giorni di lutto che precedono l'epoca della Teshuvà è quello di soffermarci sui nostri obbiettivi, fare lutto per la distruzione del Tempio da noi causata quest'anno con i nostri peccati e guardare al futuro in modo propositivo. Ognuno di noi ha il Santuario del proprio cuore da ricostruire, ma per farlo deve prima far lutto per averlo distrutto. Ci si deve prima allontanare dal male e poi fare il bene.
Con l'augurio della prossima ricostruzione del Santuario,
Shabbat Shalom e Zom Kal,
Jonathan Pacifici
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